Lasciato Il Nucleare La Germania Torna Al Suo Vecchio Amore: Il Carbone.

Lasciato il nucleare la Germania torna al suo vecchio amore: il carbone.

carbone germania[Di G. Dakli per A Sud] L’inferno di Fukushima e la conseguente decisione da parte della Germania di accelerare il percorso di uscita dall’atomo arrivando alla chiusura definitiva di tutte le centrali nucleari attive entro il 2030aveva fatto sperare in un grande balzo in avanti verso la riconversione energetica attraverso lo sviluppo delle rinnovabili, settore in cui da sempre i tedeschi sono all’avanguardia. A livello politico tuttavia la Germania non mostra la minima intenzione di sostituire l’energia prodotta dalle centrali nucleari con energia eolica o solare. Anzi, è chiaro ormai che per far fronte alla domanda energetica del Paese, la chiusura delle centrali atomiche sarà compensata con il ritorno alla più inquinante delle fonti fossili, la lignite, che bruciata per la produzione di energia elettrica genera 1,6 tonnellate di biossido di carbonio per mW, rispetto a 1,3 t per il carbone e 0,6 t per il metano.

 

Emblematica in questo senso è la storia economica e industriale della più “energetica” delle regioni tedesche: il Land federale del Brandeburgo e in particolare il distretto energetico della città di Cottbus. Che si parli di carbone, lignite, eolico o fotovoltaico, il settore energetico qui domina ogni sfera della vita sociale ed economica. Persino nella scelta del nome della squadra di calcio locale – la F.C. Energie Cottbus – non si è fatta eccezione.

 

Negli anni ’20 la Lusazia, il territorio dell’attuale Brandeburgo, era già una delle principali e più inquinate regioni energetiche d’Europa. La regione – ex Rdt, 150 chilometri a sud-est di Berlino vicino al confine con la Polonia – è infatti ricchissima di lignite, risorsa di cui la Germania è il primo consumatore mondiale (il 25% dell’elettricità consumata in Germania proviene proprio dalle centrali a lignite). Qui si trovavano, e si trovano ancora, le più grandi cave di lignite in Europa. Negli ultimi 20 anni la proliferazione delle attività estrattive non ha conosciuto freno nel Brandeburgo, e nonostante il moltiplicarsi di campi eolici e impianti fotovoltaici tra i più grandi al mondo, 136 villaggi sono stati rasi al suolo per far posto a nuove cave di carbone e lignite, anno dopo anno.

 

Attualmente la regione conta 6 grandi cave di lignite attive e 3 centrali dedicate, tutte di proprietà della svedese Vattenfall, per un totale di 6000 MW installati. Nelle cave del Brandeburgo lavorano attualmente oltre 4500 persone.

 

Oltre agli impatti negativi sulla salute dei lavoratori delle cave e delle centrali e degli abitanti dei villaggi circostanti, l’intensissima attività mineraria sta provocando nella regione una delle più drammatiche catastrofi ambientali che il paese abbia mai conosciuto.

 

Per avere un’idea del disastro rappresentato dalla decisione tedesca di riabbracciare il carbone può essere un utile esempio la storia della miniera di lignite a cielo aperto di Cottbus-Nord, la più “piccola” delle 6 miniere attive sul territorio di Cottbus con un totale di 7 milioni di tonnellate di lignite estratte ogni anno.

 

Viaggiando in direzione della cava, ancora a due chilometri di distanza si viene letteralmente travolti da una vera e propria tempesta di sabbia e polvere di carbone.

 

Per poter mettere a frutto questa cava, profonda 60 metri, è stato necessario prosciugare il territorio circostante per abbassare il livello dell’acqua in tutta l’area adiacente la miniera. Dai tempi a cui risalgono le prime operazioni esplorative ad oggi l’acqua del sottosuolo viene pompata via dal sottosuolo a un ritmo pari a milioni di metri cubi d’acqua ogni anno. Utilizzata in minima parte come acqua potabile, quest’acqua viene in alcuni casi reimmessa in terreni distanti al fine di riequilibrare, per quanto difficile, l’equilibrio della falda acquifera, ma la parte maggiore di questo costante flusso d’acqua va quotidianamente a confluire nel sistema di raffreddamento delle tre imponenti centrali a lignite del territorio.

 

Come se ciò non bastasse a compromettere l’equilibrio del ciclo idrico naturale, per impedire il naturale rifiltrare dell’acqua verso la miniera sono stati costruiti tutto intorno alla cava chilometri e chilometri di muri sotterranei in creta, profondi fino a 60 metri. Privandolo dell’acqua presente nella falda acquifera, il terreno comincia lentamente ad assorbire ossigeno, diventando instabile e soggetto a crolli e frane. In questa regione poi, il sottosuolo è ricchissimo di ferro, zolfo e piriti che reagiscono ossidandosi quando entrano a contatto con l’ossigeno. Come si è purtroppo già verificato a seguito della chiusura di altre cave di lignite sul territorio, con il graduale risalire del livello dell’acqua, queste sostanze risalgono in superficie e confluiscono nel fiume Spree, provocando gravissimi danni alla biodiversità e, di conseguenza, provocando immensi problemi economici ai lavoratori del settore turistico, che qui è da sempre basato proprio sulle attrazioni naturalistiche lungo il fiume.

 

Anche una volta chiuse le cave, il territorio circostante non è più edificabile e l’acidità del terreno contaminato da agenti chimici rende impossibile l’agricoltura. Per poter riutilizzare il terreno una volta chiuse le miniere rimangono allora poche opzioni: allagare le cave ricavandone dei bacini artificiali o tentare di riforestare l’aerea.

 

Negli scorsi anni l’amministrazione regionale ha promosso un progetto al limite della fantascienza. L’idea era quella di trasformare la regione in un nuovo polo di attrazione turistica creando, nei canyon delle vecchie cave, laghi artificiali. Lanciato per la prima volta oltre 5 anni fa, il progetto prevedeva la messa in sicurezza delle cave dismesse e il loro allagamento con l’acqua dei fiumi circostanti, quali lo Spree. Le varie cave, diventate laghi, sarebbero state messe in rete da canali navigabili facendo della regione un nuovo distretto turistico detto Lausizer Seeland – Lusazia terra de laghi. Quello che non è stato considerato nel proporre questa allettante alternativa alla popolazione locale è che il livello di acidità delle acque di questi laghi sarebbe altissimo – pari a ph 3 o 4 ­- a causa dell’elevato livello di zolfo, rendendo di fatto impossibile lo sfruttamento dei nuovi bacini idrici a scopo turistico. Ciò nonostante il progetto ufficialmente è ancora in piedi.

 

A qualche chilometro dalla miniera di Cottbus-Nord, a poca distanza dal confine polacco, a caratterizzare con prepotenza un paesaggio già devastato dalle cave e da centinaia di mega pale eoliche si erge la seconda più grande centrale a lignite del Paese, la Jänschwalde, di proprietà della svedese Vattenfall. Visibile da ogni direzione a chilometri di distanza, la centrale è composta da 6 blocchi, ognuno della capacità di 500 MW, per un totale di oltre 3000 MW. Per ogni secondo di attività dalla centrale fuoriescono oltre 5000 litri d’acqua in forma di vapore, contribuendo in misura considerevole al surriscaldamento dell’atmosfera nel Land del Brandeburgo.

 

La società energetica svedese Vattenfall parla di rivoluzione e diminuzione dell’inquinamento e sta sperimentando da pochi anni nella centrale a lignite di Schwarze Pumpe e presto forse anche a Janschwalde una tecnica per ridurre le emissioni di CO2, la cosiddetta tecnica “Oxyfuel”. Tale tecnologia – che secondo gli scienziati della Vattenfall dovrebbe dimostrarsi capace di tagliare del 90% le emissioni di una centrale a carbone – si basa sulla separazione della CO2 dagli altri gas prodotti dalla combustione. Il meccanismo richiede la dotazione di una tecnologia, costosissima, che bruci il carbone in un’atmosfera di ossigeno e di gas di ricircolo invece che nell’aria. In questo modo si realizza un flusso selezionato di CO2, che quindi può essere isolata e stoccata sottoterra.

 

La Vattenfall è una delle più grandi aziende fornitrici di energia elettrica in tutta Europa ed è una delle maggiori società che, pur essendo stata liberalizzata per volontà dell´Unione Europea, è rimasta di proprietà statale. L’azienda conta di recuperare gli elevati costi dell’Oxyfuel grazie al meccanismo dell’emission trading.

 

I cittadini dei villaggi e delle città adiacenti non sembrano però gradire particolarmente l’idea che sotto le loro case possano essere creati serbatoi di CO2, anche perché questa tecnica non è considerata ancora sicura e rimane forte il timore che la CO2 possa fuoriuscire da questi serbatoi sotterranei andando ad inquinare la falda acquifera o fuoriuscendo in superficie.

 

E non finisce qui. Il rinnovato amore della Germania per il carbone, si traduce nel concreto, in questa regione, nella recente progettazione di almeno 3 nuove cave di lignite. A poca distanza dalla miniera di Cottbus-Nord è in progetto la costruzione di una nuova cava che dovrebbe iniziare le attività nel 2020 e che comporterà la distruzione di altri 3 villaggi. Il giorno di Natale del 2007, quando la Vattenfall aveva appena iniziato le attività di progettazione, a tutti gli abitanti dei 3 villaggi arrivò una lettera dall’azienda in cui si comunicava che da lì al 2020 la loro casa sarebbe stata rasa al suolo per lasciar spazio all’immensa voragine di un’altra miniera a cielo aperto. Parte degli abitanti, per lo più la popolazione anziana, ha sviluppato una reazione passiva e numerosi sono stati in questi anni i tentativi di suicidio, mentre parte degli abitanti contano al contrario di poter guadagnare qualcosa dalla costruzione della cava: i terreni agricoli nell’area al momento valgono pochissimo e la presenza di una miniera nella zona darebbe loro la possibilità di vendere con un ampio margine di guadagno. La maggioranza della popolazione ha invece cominciato ad opporsi attivamente al progetto. Questi villaggi hanno visto perciò la popolazione dividersi in diversi gruppi con interessi contrapposti, che si sono ritrovati ad essere di fatto nemici in casa, con una profonda frattura sociale all’interno di comunità che dovranno comunque convivere per almeno altri dieci anni in attesa di veder sparire il proprio villaggio.

 

La Germania, insomma, ben lungi dall’essere il paese illuminato che ha convertito la sua produzione energetica in maniera virtuosa ed econcompatibile, come raccontano spesso semplificando la realtà i media, serba nei suoi Land situazioni di forte conflittualità sociale dovuti a politiche energetiche e di gestione dei territori del tutto insostenibili dal punto di vista sociale ed ambientale. Una ragione in più per sottolineare l’importanza di reti di organizzazioni sociali che, a livello europeo, su questi temi ragionino e si confrontino alla ricerca di pratiche alternative utile ad avanzare finalmente verso un modello energetico pulito e democratico.

 

 

Giulia Dakli / A Sud