L’Aquila, è Meglio La Casa Ecologica

L’Aquila, è meglio la casa ecologica

casa ecologica[di Marco Boccitto, inviato a L’Aquila per Il Manifesto]  «A forza di stendere l’intonaco mi è venuta la tendinite». Piero, che di mestiere coltiva la terra e cerca i tartufi, lamenta il classico braccio dolente del muratore fai-da-te ma sotto i baffi si gode la vista dell’esito quasi finale.
La differenza tra il costruttore e l’autocostruttore passa anche di qui. Una linea molto più netta di quella che separa l’architetto dal carpentiere, nel frastuono di un piccolo cantiere che accelera il ritmo in vista del traguardo.
A Pescomaggiore si consegnano le prime due case ultimate nell’ambito del progetto E.v.a. – Eco villaggio autocostruito. E una delle due è la Casa di Piero, gli spetta di diritto. Un giorno di festa con pranzo sociale in cantiere e via, l’altro lato della ricostruzione post-sisma in Abruzzo da utopia può diventare realtà. Quel che poteva essere anche altrove e invece non è stato. Un fatto a suo modo inaudito, quello che accade in questo piccolo borgo di montagna sulle pendici del Gran Sasso, 15 chilometri appena dal martoriato centro storico aquilano, perché estraneo al sistema, ai modi spesso brutali applicati dalla Protezione civile per il dopo-emergenza.
L’idea qui sembra essere piuttosto quella di un’architettura partecipativa, un ripartire dalla vita delle persone sommato alle ultime intuizioni della bioedilizia.
E certo alla necessità di muoversi in economia, senza aspettare tempi e modalità imposte dall’alto. Tra piccole donazioni, contributi personali, terreni in comodato, forniture a prezzi equo-solidali e il lavoro dei volontari, il mini-villaggio ha preso pian piano forma. «Mancano ancora parecchi soldi per completare le altre case previste», ricorda il direttore dei lavori Paolo Robazza. Ma l’ottimismo regna sovrano nel Comitato per la rinascita di Pescomaggiore, dal giorno in cui la voglia di divincolarsi dall’abbraccio di Bertolaso ed evitare la morte del paese ha incontrato il B.a.g. – Beyond Architecture Group e la voglia di fare di tre giovani architetti «oltre l’architettura».
Padovano sceso in Abruzzo ai primi di giugno per dare una mano in veste di tecnico, Robazza non aveva fatto i conti con la burocrazia dei Com e cominciava a disperare di potersi rendere utile. «Abbiamo conosciuto i ragazzi di Pescomaggiore per caso, girando tra le riunioni dei vari comitati. Loro cercavano delle risposte ai loro desideri ed erano disposti a ascoltare le nostre soluzioni.
Abbiano unito gli sforzi, anche contro quella tendenza a rinchiudersi e al deterioramento delle relazioni sociali che certi frangenti rischiano di imporre».
Il progetto E.v.a., come ha potuto verificare con compiacimento anche un documentario andato in onda sull’emittente giapponese B6, persegue il minimo impatto ambientale e ottiene la massima efficienza termica grazie alle performance isolanti della paglia di cui sono imbottite le pareti. Ha il fotovoltaico, la fitodepurazione e perché no, parte dal rispetto per la vita della gente in relazione al territorio. «Il terremoto per le persone di qui è stato un trauma tremendo». Rimandandomi a un sito per i dettagli tecnici, Robazza si sofferma su questo aspetto del suo lavoro e «sfida» è la parola che ricorre di più: «Questa è stata un po’ l’occasione di riprendere in mano la propria vita, al di là del discorso casa. In certi momenti gettarsi a capofitto in un progetto così ti può salvare.
La gente è coinvolta a ogni livello, dalla scelta dei materiali al resto. Cominciamo con un ciclo d’interviste, un’indagine che chiamiamo outreach. Poi si passa alla discussione di gruppo, con proposte creative e bilanciamento delle competenze. Tutti possono avanzare suggerimenti concreti, ma senza esprimere giudizi sulle idee degli altri. Alla fine si tenta di fare interagire i vari punti di vista, in un clima di collaborazione che è di per sé garanzia di un lavoro di qualità, dove ci sia corrispondenza tra i bisogni espressi e i risultati ottenuti. L’importante è che ognuno possa soddisfare il suo diritto ad avere una casa a misura e di sapere che non gli crollerà sulla testa. Poi può far piacere essere consapevoli che in case come queste non si pagheranno mai le bollette di luce e riscaldamento, sono delle classi A passive».
Il film si fa interessante: balle di paglia contro quelle che un giorno si sarebbero rivelate essere balle spaziali. Anche in termini di costi, se è vero che per queste abitazioni all’avanguardia, eco-tutto, pulite, utili e persino belle a vedersi, si è speso al metro quadro sui 500 euro, cioè un quinto rispetto al progetto C.a.s.e. «L’abbattimento sulla manodopera e sul prezzo dei materiali credo sia stato decisivo», sembra volersi giustificare Robazza, sottolineando forse che il lavoro l’hanno svolto tutto i volontari con i futuri abitanti fai-da-te. La sensazione però è che anche aggiungendo prezzi di mercato, infissi di alto livello e pure un tv al plasma, il paragone resterebbe impietoso.
«E al confronto parliamo di bungalow, una 500 contro una Ferrari – si inorgoglisce l’architetto – Però siamo consapevoli come questo, che noi consideriamo un modello ideale, fosse forse impossibile da applicare ai numeri di tutto il cratere. Qualcosa di più in questa direzione però si poteva fare. Le balle di paglia sono friendly – insiste – veloci, autocostruibili, sono economiche perché te le portano a casa per circa 2 euro l’una e con 300 ci tiri su 70 metri di casa. Inoltre isolano cinque volte di più rispetto a una parete tradizionale e sono un prodotto praticamente a km 0, ottenuto dagli scarti dei cereali che qui in zona coltivano in abbondanza».
La ricerca della coibentazione perfetta che incontra l’antropologia dello spazio. Guardare oltre vuol dire anche pensare a quando, una volta riaggiustato il centro storico, le casette in questione, per come e per dove sono state costruite, potrebbero essere destinate a forme di turismo sostenibile.
Qui non ci sarà la banda e neanche il set televisivo con gli applausi pre-registrati che ha accolto Berlusconi a Bazzano. Non ci sarà Berlusconi. A differenza di Piero che adesso si aggira febbrile negli spazi vuoti, nell’imminenza del lieto evento, con tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione del progetto fin qui. La piccola utopia di Pescomaggiore ha preso volume e profuma di intonaco fresco.
Da: Il Manifesto del 27.02.2010