L’ACEA Asseta Bogotà

L’ACEA asseta Bogotà

aceaLa prospettiva ambientale della Colombia tra 20 anni è apocalittica. Il terzo paese con maggiore biodiversità del mondo e quello con il quarto indice più alto di offerta idrica del pianeta avrà il 70% della sua popolazione (quasi 31 milioni di persone) minacciata dalla mancanza d’acqua. Se la tendenza alla compromissione degli ecosistemi e i cambiamenti climatici continuano, per il 2050 la temperatura del paese salirà di 1 o 2 gradi. Questo significa che il 78% dei ghiacciai scomparirà così come il 56% dei paramos.

Questa situazione si aggraverà nel 2015 quando l’offerta idrica si ridurrà per la contaminazione, mentre la domanda di acqua potabile continuerà a salire” conclude il Rapporto Annuale sullo Stato Ambientale e delle Risorse Naturali in Colombia (2004).

In questo contesto dai primi anni 2000 si è rafforzato il processo di privatizzazione del servizio idrico in molte regioni del paese sotto la spinta del BID e della Banca Mondiale. Un rapporto di settore della Sovrintendenza dei Servizi Pubblici nel 2005 a più di 10 anni dalla legge 142 (che diede inizio al processo di privatizzazione dell’acqua nel 1994) mostra 206 imprese private  che operano in 312 municipi e cinque milioni e mezzo di utenti urbani di cui il 75% deve essere agevolata da forme di sussidio visto che quattro milioni di persone vivono in condizioni di povertà.

Sono molti i cittadini che non hanno accesso al servizio acquedottistico e di fognature. E nei municipi che lo hanno, secondo la Defensoria del Pueplo, l’80% non ricevono acqua adatta al consumo umano.
La privatizzazione dell’acqua attraverso diverse modalità si è realizzata tra l’altro a Bogotà,  Tocaima, Agua de Dios, Cúcuta, Neiva, Chía, Melgar, Maicao, Barranquilla, Cartagena, Santa Marta, Sincelejo, Corozal, Montería, Tunja, Girardot, Tuluá, Palmira, Puerto Colombia, Florencia y Soledad.

Un buon esempio del fallimento della privatizzazione è Bogotà. Nel 2002 è stato dato per concessione il servizio idrico della città di Bogotà all’impresa denominata Aguazul Bogotà i cui soci sono per il 51% Acea S.p.A.,  ex municipalizzata del Comune di Roma, per il 29% del Gruppo Emdepa e per il 20% del Gruppo Hydros). Dal 2002 il gestore non ha realizzato nessuno degli obiettivi previsti. La percentuale dell’acqua dispersa è del  39%, quando l’obiettivo era il 30%, ha accumulato oltre un miliardo di pesos di debiti con una tariffa media per metro cubo che è la più cara del paese. Questo e l’eliminazione dei sussidi per le fasce protette, ha prodotto dal 2002 al 2005 un rialzo delle tariffe del 29% per la prima fascia, del 43% per la seconda e del 41% per la terza. Secondo lo stesso modello nel 1997 si è venduto l’impianto di depurazione di Tibitoc alla Vivendì.
Un numero medio annuale di 236.754 di utenti di Bogotà, tra il 1998 e il 2005 hanno visto sospendersi il servizio. Queste politiche non hanno nemmeno portato ad un miglioramento nel bilancio e del patrimonio dell’impresa, che infatti è diminuito del 11%, i costi sono aumentati del 24% e i passivi in percentuale uguale.

Agli utenti del servizio idrico di Bogotà costa molto di più ogni metro cubo di acqua che consumano al confronto con le tariffe di altre capitali del mondo come Santiago de Chile, Quito, Lima o Madrid.
Mentre ad un utente dell’impresa di Acquedotto e Fognature di Bogotà un metro cubo di acqua costa 1.816 pesos, in altre città come Cali lo stesso volume di acqua ha un prezzo di 992,8 pesos, a Medellin 938, a Barranquilla 1.207, a Cartagena 1.312 pesos, a Cùcuta 845 e a  Bucaramanga, 829 pesos.

Il prezzo dell’acqua di Bogotà supera quello di altre capitali internazionali come  Santiago del Cile: dovecosta l’equivalente di 1.129 pesos, a Quito 633 pesos, a Lima 1.129 pesos e a Madrid oscilla tra 875 e 1.458 pesos. Davanti a questa drammatica situazione le autorità nazionali continuano a chiedere maggiori rialzi delle tariffe e più privatizzazioni, come suggerisce la Banca Mondiale (come nei documenti Conpes 3383 del 2005 e 3463 del 2007).

E chi ci guadagna sui rialzi della tariffa è l’ex municipalizzata ancora con il 51% delle azioni in mano al Comune di Roma (e partecipazioni azionarie della Suez e di Caltagirone) che di fatto si rende responsabile della negazione dell’accesso all’acqua ai cittadini di Bogotà in un paese che da anni soffre per una guerra armata ma anche sociale ed economica senza pari nel mondo. Né i cittadini di Roma né il Consiglio Comunale della città sono stati consultati sulla scelta strategica di avere in gestione il servizio idrico nella capitale colombiana. E un’azienda nata per assicurare i servizi basici ai cittadini romani oggi fa affari sulla pelle di migliaia di persone nei sud del mondo.
Intanto in Colombia un referendum di iniziativa popolare ha raccolto 2.066.922 firme per ripubblicizzare il servizio idrico in tutto il paese.

In questi giorni una forte mobilitazione ha attraversato tutta la Colombia e si è conclusa con una manifestazione che ha riempito le strade di Bogotà per chiedere al Parlamento di realizzare il referendum e rispettare le firme raccolte.
Una delle iniziative di questi giorni si è tenuta proprio nelle sale dell’acquedotto di Bogotà che rimane l’esempio peggiore della privatizzazione in Colombia. E lì il socio privato di maggioranza è tutto italiano, anzi, romano.

Sara Vegni

A Sud