La Transizione Egemonica In Sud America

La transizione egemonica in Sud America

america latinaSecondo le analisi del corrente pensiero sul sistema-mondo, le crisi egemoniche includono tre processi differenti e tra di loro relazionati: “l’intensificazione della competenza interstatale ed intra-imprenditoriale; l’intensificarsi del conflitto sociale; la nascita di nuove configurazioni di potere”. Le tre caratteristiche sono presenti in America Latina, specie la terza che si manifesta in modo più chiaro nel Sudamerica. Appare evidente dall’implementazione del modello neoliberista nella decade 1990 i tempi della transizione egemonica hanno subito un’accelerazione. Non vado a toccare il secondo aspetto, quello che credo sia il più familiare per i lettori.
UN DECENNIO CHE HA COMMOSSO LA REGIONE
L’erosione della posizione degli Stati Uniti, considerati come potenziale potenza egemonica dall’inizio del XX secolo, si è evoluta rapidamente negli anni ’90, quando l’Unione Europea è diventata il maggiore investitore nella regione. In effetti, le imprese europee sono state le principali beneficiarie della provatizzazione delle imprese statali, specialmente nel settore dei servizi. E’ stato sotto l’amministrazione Bush che la crisi dell’egemonia statunitense si è acuita.

 

Se Washington nel 1994 ha ottenuto nel Vertice delle Americhe che i 34 paesi della regione firmassero l’adesione al progetto ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), solo dieci anni dopo, nel Vertice del Mar del Plata del 2005, i paesi del Mercosur ed il Venezuela hanno rigettato la pretesa di Bush di creare un’area di libero commercio dall’Alaska alla Patagonia. Questa decade è stata la chiave dell’erosione del potee statunitense in Sudamerica. La competenza dei paesi che hanno virato a sinistra (otto dei dieci paesi sudamericani sono governati da presidenti che si proclamano di sinistra o progressisti) è stata conseguenza della grande mobilitazione sociale.

 

A loro volta, le grandi imprese della regione, le cosidette “multilatine” come Petrobas, Embraer, Vale do Rio Dice, Odebrecht ed altre, competono con successo con le multinazionali europee e statunitensi in tutti i settori. Di fatto, imprese e stati sudamericani per la prima volta stanno spiazzando imprese e stati di altri continenti. Nel campo dell’integrazione l’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane)che rappresenta una sfida all’egmonia delle potenze extra-regionali, si occupa di due aspetti che possono essere irreversibili dal punto di vista della costruzione di una nuova egemonia intra-regionale: l’IIRSA ed il Consiglio di Difesa Sudamericano.

 

L’Integrazione delle Infrastrutture della Regione Sudamericana (IIRSA) si collocherà le forze dominanti della regione, in particolare la borghesia di San Paolo, in buone condizioni per immettere i propri prodotti nel mercato asiatico, il più dinamico dal decennio 1990. Contemporaneamente, l’IIRSA come enorme piano di investimenti in opere infrastrutturali (qualcosa in più di 600mila milioni di dollari) può contirbuire ad allegerire gli  effetti della crisi mondiale nella regione, o almeno in alcuni paesi ed in certi rami della produzione. In secondo luogo, la creazione del Consiglio di Difesa Sudamericano (CDS) il 10 Marzo 2009 a Santiago del Cile, un anno dopo l’attacco della Colombia ad un accampamento delle FARC in territorio ecuadoriano, rivela la grandezza dello spiazzamento di Washington e del Nord della regione.

 

Dopo un anno dalle intense negoziazioni per limare le enormi differenze tra i dodici paesi aderenti, la nascita del CDS sembra una risposta adeguata al dispiegamento della IV flotta da parte degli Stati Uniti, dopo 58 anni di inattività.
In tal modo i paesi sudamericani creerebbero uno spazio per prevenire i conflitti, e si incamminerebbero anche nel rafforzamento della cooperazione militare, nella coordinazione delle missioni umanitarie e di pace e nel futuro creare un istituto di difesa.

Le iniziative di washington trovano enormi difficoltà nel guadagnare spazio nei diversi paesi e non è stata capace di imporre i suoi candidati all’Organizzazione degli Stati Americani (OEA). I suoi alleati più vicini, come Alvaro Uribe, e le sue iniziative più ambiziose come il Piano Colombia, battono in ritirata prima dello strepitoso fallimento delle politiche antidroga. Succedono cose impensabili appena pochi anni fa: le strette relazioni del Venezuela con la Cina e l’Iran, la sua alleanza militare con la Russia che include manovre navali congiunte, l’espulsione degli ambasciatori statunitensi di Bolivia e Venezuela e l’espansione dell’ALBA (Alternativa Bolivariana per l’America Latina ed i Caraibi), che già include sei paesi.

 

In campo economico il declino è impressionante. Il commercio tra America Latina e Cina è aumentato di dieci volte tra il 2000 ed il 2007, passando da 10 a 100mila milioni di dollari. Anche se ancora lontano dai 260mila milioni che rappresenta il commercio con gli USA, la crescita risulta impressionante e posiziona il paese asiatico come giocatore di primo livello in una regione in cui fino a pochi anni fa non aveva accesso. Un dato eloquente è che nel 2006 il Venezuela ha speso cinque volte in più in aiuti ai paesi latinoamericani rispetto  agli Stati Uniti, dato che rivela la grandezza del declino della superpotenza.

 

A differenza delle transizioni egemoniche precedenti, il tratto distintivo di quella attuale è che, per la prima volta, è probabile che nessuna potenza extra-continentale occuperà un ruolo dominanre. Si apre quindi un corollario di possibilità: una balcanizzazione con paesi e regioni fortemente dipendenti da washington, un’alleanza con la Cina; un’integrazione regionale sulla base del libero commercio guidata dalla borghesia brasiliana, che dato il momento sembra essere il progetto più avanzato; esistono finalmente condizioni per un’integrazione regionale nella quale i popoli abbiano un copione da protagonisti, come pretendono i paesi fondatori dell’ALBA.
IL NUOVO COPIONE DEL BRASILE

 

Il New York Time ha assicurato il 17 dicembre che Washington si è sentita disprezzata nel vertice di Bahìa, realizzatosi questo meso, e che i 33 paesi latinoamericani e caraibici hanno preso decisioni senza consultare la superpotenza che da tempo non può dettare ordine in quello che per lei è stato un patio posteriore. L’influente quotidiano ha sottolineato che “gli USA si stanno convertendo in giocatori ogni volta che sono più distanti dalla regione” e che “questo non è più e non sarà mai il più grande interlocutore di questi paesi”.

 

L’incorporazione di Cuba mel Gruppo di Rio ha messo nero su bianco queste distanze. Si deve considerare che l’erosione di una potenza egemonica, dato il sistema capitalistico con il suo sistema attuale di accumulazione per esproprio e l’enorme potere delle imprese multinazionali e del settore finanziario, fa si che emerga una nuova potenza che occupi il posto vacante. In Sudamerica l’unico possibile candidato è il Brasile. E’ l’unico paese con una borghesia propria, con interessi parzialmente differenti a quelli della borghesia dei paesi centrali, che conta in un potente Stato con una banca statale (BNDES_ Banca Nazionale dello Sviluppo Economico e Sociale) che dispone di ingenti risprse per investire nella regione e che conta, e questo è un dato che lo differenzia dal resto, come leader in un progetto di pasei della regione e che appare nel novero di paesi con la vocazione di dirigere il mondo.

 

Nel 2005 il totale degli investimenti diretti dal Brasile all’Estero è arrivato a 71mila milioni di dollari, di fronte ai soli 28mila milioni del Messico, il secondo investitore nella regione. Il PIL del Brasile è il 55% di quello dell’America del Sud. La diseguaglianza con i suoi vicini è enorme.  Nel 2006 la filiale boliviana della Petrobas ha risposto del 18% del PIL della Bolivia e del 20% degli investimenti esteri diretti al paese. IN Paraguay gli agricoltori brasiliani controllano più dell’80% del raccolto di soja, il principale prodotto di esportazione. IN Argentina, seconda potenza economica regionale, gli imprenditori brasiliani hanno investito 8400 milioni di dollari, un quarto di tutte le esportazioni del paese.

 

Uno dei problemi legati all’egemonia brasiliana sta nel fatto che risulta essere identica alle precedenti, come afferma il direttore dell’edizione brasiliana di MOnde Diplomatique: “le offerte di finanziamento del BNDES ai paesi vicini per opere pubbliche, si accompagnano alla richiesta che siano gli imprenditori brasiliani gli esecutori  del progetto e che il materiale impiegato nelle opere sia acquistato in Brasile”. Sarebbe a dire libero commercio duro e puro. A questo bisogna aggiungere: l’esercizio militare alla frontiera con il Paraguay per proteggere i “suoi” proprietari dai senza-terra paraguayani; l’intervento militare ad Haiti comandato dall’esercito brasiliano; i conflitti affrontati da imprese brasiliane come la Odebrecht in Ecuadro, la Petrobas in Bolivia eccetera, sempre difesi dal governo di Brasilia.

 

Questa integrazione alla stragua del “Brasile potenza” non è la preferita dai movimenti sociali nè dai governi di sinistra. La crisi dell’egemonia di Spagna e POrtogallo, a partire dal XIX secolo, congiuntamente al rafforzamento delll’egemonia britannica, è stata un periodo di convulsioni. Giunti all’indipendenza che consolidò il dominio delle èlite creole, si sono registrati profondi movimenti del sottosuolo sociale: dalla ribellione india di Tupac Amaru e Tupac Katari fino alla rivoluzione haitiana, passando per le grandi gesta indipendentiste di Bolivar, Artigas, Hidalgo e Morelos.

 

La crisi dell’egemonia britannica, tra le due guerre mondiali, unita all’imposizione del dominio statunitense nel suo patio posteriore, è stata un periodo di acuti cambiamenti, che hanno visto l’emergere di nuovi attori sociali come la classe operaia organizzata in sindacati ed i partiti comunisti e socialisti. Il dirompente protagonismo dei movimenti sociali – i popoli indigeni, dei senza-terra e le classi popolari urbane, i tre principali attori di “America Latina del basso” – ha la forza e la chiarezza sufficienti per impedire che una nuova potenza egemonica torni a frustrare le aspettative di una definitiva liberazione. In particolare, i movimenti possono essere decisivi qualora si giunga al collasso dell’egemonia statunitense, in un periodo breve ma intenso di “caos sistemico”, punto chiave di una spinta per l’attuale transizione.

 

Raul Zibechi per Alainet

 

Traduzione di: Alessandra Panzeri