La Rivolta Indigena Esplode In Perù

La rivolta indigena esplode in Perù

di Marica di Pierri su Carta

Da circa un mese, esattamente dal 9 aprile, il Perù è scosso – nelle zone rurali come in quelle amazzoniche – da una ondata di mobilitazioni che conta finora oltre 1350 comunità insorte contro le politiche attuate dal governo di Alan Garcìa e dalle imprese che continuano a portare avanti progetti di sfruttamento e produzione nelle zone meno urbanizzate del paese.

La rivolta copre, oltre alle aree rurali andine, le aree amazzoniche del nord, centro e sud e, nata dalle comunitè indigene, è ora appoggiata dalla popolazione meticcia urbana e rurale e da alcune autorità locali.

Le centinaia di comunità [dei popoli Quechua, Aymara, Kichuas, Arabelas, Achuar, Awajun, Wampis, Shawi, Cocama, Cocamilla, Machiguengas etc.] hanno dato il via parallelamente ad una serie interminabile di mobilitazioni, manifestazioni, scioperi e blocchi stradali, e venerdì 42 dirigenti indigeni si sono presentati di fronte al Congresso peruviano annunciando che intraprenderanno uno sciopero della fame ad oltranza fino a che non sarà messa in discussione nell’agenda parlamentare la revisione del Trattato di libero scambio con gli Stati uniti.

La protesta, in via di preparazione da vari mesi, è l’ultimo capitolo di anni di lotte e rivendicazioni in difesa dei territori contro le depredazioni delle multinazionali – principalmente petrolifere, minerarie, del legname e idroelettriche – che operano da decenni nelle zone amazzoniche e che hanno causato la distruzione di ampie zone boschive e la contaminazione di terreni, falde acquifere e corsi d’acqua superficiali.

Oltre all’applicazione di politiche segnatamente liberiste, il secondo governo di Alan Garcia Perez ha portato avanti negli ultimi due anni un processo legislativo di «legalizzazione» della criminalizzazione dei movimenti sociali, il cui punto più visibile è l’emanazione nel 2007 di undici decreti legislativi che penalizzano il legittimo diritto alla protesta. Tali norme sono servite come perno per l’emanazione successiva di altri 102 decreti legislativi in violazione dei diritti indigeni, della Costituzione nazionale e degli strumenti di diritto internazionale ratificati dal Perù.

A ciò bisogna aggiungere – come non mancano di sottolineare i dirigenti indigeni e sociali – la pericolosa tendenza all’uso delle forze di polizia del governo di Garcìa.

Già durante la dittatura di Fujimori era stata promossa una nuova politica di sicurezza, basata su una legislazione penale d’emergenza la cui massima espressione è il Decreto Legge 25475, la Legge antiterrorismo.

A partire da quell’aprile del 1992 il Perù aveva vissuto l’instaurazione di un nuovo modello di legalità ultra-punitivo, basato su tipologie penali pericolosamente flessibili, condanne elevate e sproporzionate, processi sommari, proibizione dei benefici penitenziari e un’organizzazione del sistema penale improntato alla punizione, caratterizzato da condizioni di detenzione spesso disumane e senza alcuna politica di recupero. Nell’attuale legislazione, la criminalizzazione è tornata ad essere una dei meccanismi di violazione dei diritti umani. Nel caso delle proteste sociali [manifestazioni, marce, cortei, blocchi stradali], la riforma ha introdotto sei nuove fattispecie di reato, puniti con pene equiparate a quelle dei reati più gravi.

In conformità alla Convenzione 169 della Organizzazione Internazionale del Lavoro [Oil], le misure che interessano le popolazioni indigene dovrebbero essere adottate di concerto con queste ultime.

Tale Convenzione è divenuta legge costituzionale in Perù dopo l’approvazione dal Parlamento, cosa che rende incostituzionale la maggior parte delle leggi e decreti emessi ultimamente per favorire le multinazionali.

Con le loro proteste le comunità indigene esigono semplicemente il ripristino della legge costituzionale e il rispetto dei trattati e delle convenzioni internazionali che riconoscono il loro territorio come inalienabile.