Corte Penale Internazionale E Crimini Ambientali

Corte Penale Internazionale e crimini ambientali

di Tosca Ballerini per A Sud

È dai tempi della Conferenza di Stoccolma del 1972 sull’Ambiente Umano che l’ONU cerca di instaurare un diritto a vivere in un ambiente sano. Un primo passo in questa direzione è la decisione, presa il 15 settembre 2016, dalla Corte Penale Internazionale di occuparsi anche di crimini che determinano “distruzione dell’ambiente”, “sfruttamento delle risorse naturali” e “espropriazione illegale di terre”.

In un documento d’indirizzo programmatico, il prosecutore della Corte Penale Internazionale (CPI), Fatou Bensouda, ha deciso che la corte dell’Aia perseguirà i governi e le persone fisiche che abbiano compiuto dei crimini ambientali, come ad esempio l’accaparramento di terre. Questo Documento programmatico sulla selezione dei casi e sulla loro priorità afferma che l’ufficio del prosecutore “investigherà con particolare attenzione sui crimini definiti dallo Statuto di Roma che sono commessi per mezzo di distruzione dell’ambiente, sfruttamento illegale delle risorse naturali o espropriazione illegale di terre” o siano il risultato di queste azioni.

L’accaparramento di terre è diventato un fenomeno diffuso su scala globale che, secondo un report di Oxfam del 2011, ha riguardato 227 milioni di ettari dal 2000. L’ONG Global Witness, che si batte contro la corruzione a livello internazionale, denuncia le espulsioni forzate, il genocidio culturale dei popoli indigeni, la malnutrizione e la distruzione ambientale determinate da questo fenomeno.

Assieme ad altre associazioni per i diritti e per la difesa dell’ambiente, Global Witness festeggia la decisione della CPI come un evento storico. “Scacciare le comunità dalle loro terre e distruggere l’ambiente è diventato un sistema accettabile di fare affari in paesi ricchi di risorse naturali ma poveri economicamente” spiega Gillian Caldwell, direttrice esecutiva di Global Witness “La decisione della CPI indica che l’epoca dell’impunità è finita. I direttori di aziende e i politici complici dell’accaparramento violento delle terre, della distruzione delle foreste tropicali o dell’inquinamento delle fonti d’acqua si troveranno presto al tavolo degli imputati dell’Aia assieme ai criminali di guerra e ai dittatori. L’azione della CPI potrebbe aiutare a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone e proteggere degli ecosistemi in pericolo”.

La decisione della CPI “non farà diventare l’accaparramento di terre un crimine di per sé” spiega Richard Rogers, membro della società di diritto penale internazionale Global Diligence, al quotidiano inglese The Guardian “ma le azioni di espropriazione forzata risultanti dall’accaparramento di terre potranno essere perseguite come crimine contro l’umanità”.

Crimini di massa e Statuto di Roma

La CPI si occupa, infatti, dei crimini internazionali più gravi, come il genocidio, i crimini contro l’umanità, i crimini di aggressione e i crimini di guerra. Istituita nel 2002 a seguito della ratifica dello Statuto di Roma, un trattato internazionale ratificato da 124 paesi (ma non da Cina, India, Russia e Stati Uniti, questi ultimi hanno anzi provato più volte a boicottarla), la CPI si occupa di questi crimini di massa quando gli stati membri o non sono “capaci” oppure non sono “disposti” ad occuparsene nello loro corti nazionali.

La corte ha giurisdizione solo su i crimini che sono stati compiuti sul territorio di uno stato membro o che sono stati compiuti da una persona con la nazionalità di uno stato membro, eccezione fatta quando è il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiede alla corte di occuparsi di un crimine normalmente al di fuori della sua giurisdizione.

Nei suoi 14 anni di vita, la CPI si è occupata principalmente di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi durante i conflitti armati. Ma così facendo, denunciano le associazioni di diritti dell’uomo, ha trascurato i crimini di massa che sono stati comessi in nome del profitto durante i periodi di pace.

Preludio al riconoscimento del crimine di ecocidio?

Il concetto di ecocidio è stato dibattuto sin da dopo la guerra del Vietnam, durante la quale l’esercito degli Stati Uniti sversò sulle foreste vietnamite l’Agente Orange, un defogliante molto tossico derivato dall’industria petrolchimica, i cui effetti nocivi causano numerose vittime ancor oggi. Nel 1972 l’indignazione della comunità internazionale per le azioni dell’esercito americano è tale che durante la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente a Stoccolma il primo ministro svedese Olof Palme qualifica la guerra del Vietnam come un “ecocidio”.

Nel 1985 il relatore speciale Benjamin Withaker raccomanda all’ONU di includere l’ecocidio nella Convenzione del 1948 sul genocidio e di considerarlo come un crimine autonomo, al pari del genocidio e dell’etnocidio. Nel rapporto Whitaker l’ecocidio viene definito come “dei cambiamenti negativi e spesso irreparabili a l’ambiente, determinati per esempio da esplosioni nucleari, da armi chimiche, inquinamento grave e piogge acide, oppure dalla distruzione della foresta tropicale, che minacciano l’esistenza di popolazioni intere, deliberatamente o per negligenza criminale”.

Il concetto di ecocidio è rilanciato ancora nel 2010 dall’avvocato Polly Higgins nel libro Eradicating Ecocide, al quale s’ispira il movimento cittadino internazionale End Ecocide on Earth (EEE). Aiutati da esperti in diritto internazionale e diritto dell’ambiente, gli attivisti di questa ONG hanno presentato all’ONU un progetto di modifica dello Statuto di Roma per includere il concetto di ecocidio come nuovo crimine contro la pace.

Secondo Valérie Cabanes, giurista specializzata in diritto umanitario internazionale e diritti umani e portavoce di EEE, il riconoscimento del crimine di ecocidio garantirebbe all’uomo il diritto a un ambiente sano, ma consacrerebbe anche il diritto della natura a essere protetta. Inoltre, secondo la giurista, anche le emissioni gas a effetto serra potrebbero essere considerate come un cambiamento irreparabile all’ambiente che mette in pericolo la vita di popolazioni intere.

Per iniziare il processo di revisione dello Statuo di Roma occorre che almeno uno Stato Membro ne faccia domanda al segretario generale, il quale dovrà poi indire un’Assemblea degli Stati per discuterne. La modifica sarà adottata se due terzi degli Stati Membri voteranno in suo favore.

Secondo Valérie Cabanes questo è uno scenario ipotizzabile, poiché “gran parte degli Stati che hanno ratificato lo Statuto di Roma sono dei paesi in via di sviluppo, essi stessi vittime della predazione delle imprese multinazionali e / o delle conseguenze dei cambiamenti climatici.”