La Chimica Del Capitale E La Cura Della Vita

La chimica del capitale e la cura della vita

c2c1d94a-2767-49c6-84d0-37b2951df4f4[di Gaetano De Monte su dinamopress.it] In Puglia da settimane un’epidemia sta mettendo in ginocchio gli agricoltori. La Regione ha deciso l’abbattimento di migliaia di ulivi senza nessun parere scientifico cosolidato. Inchiesta sulla sindrome da Xilella nella Puglia di Nichi Vendola

 

La cura biopolitica, l’intervento dello stato a protezione della vita, reintroduce nei sistemi liberaldemocratici l’antica ragion di stato propria dei regimi assolutistici, ma ne muta radicalmente il bersaglio ( che si identificherà d’ora innanzi con la popolazione in quanto tale), i saperi ( sussunti integralmente nell’economia politica) e le tecnologie (sostituite dai dispositivi di sicurezza nelle varie declinazioni del controllo, della costrizione e della coercizione) Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione, Corso Al College De France (1977-1978).

 

Il dispositivo emergenziale atto a creare lo stato d’eccezione, attraverso l’istituzione della figura militare del commissario straordinario, con poteri di deroga alla legge ordinaria. La delegittimazione politico–mediatica della protesta, ad opera delle burocrazie ministeriali e di parte dei mass media locali. La ricerca libera di alcuni dipartimenti universitari e i saperi messi in campo dai cittadini – attivisti ( in questo caso agricoltori) a fronte delle soluzioni scellerate proposte dalla rappresentanza politica ( a più livelli) e da quel baronato universitario a forte vocazione affaristico-imprenditoriale. La politica della vita che si tramuta in tanatopolitica, quella della morte.

 

Gli ingredienti ci sono tutti per definirlo un caso di possibile devastazione ambientale, un conflitto totale, in cui coesistono, cioè, anche elementi storici, geografici, culturali. Come tale la posta in gioco massima è la salute dei cittadini ma in questo caso, a differenza di altri conflitti ambientali, lo è anche l’economia sana. In un territorio dove è quasi interamente inquinata: dal malaffare e dalle grandi fabbriche impattanti. Centinaia di aziende agricole biologiche sono infatti a rischio.

 

Siamo in Puglia. In quell’immenso triangolo verde fitto di uliveti che circonda le province di Brindisi, Lecce e Taranto dove si sta giocando una partita politica diventata complicata, che vede opposti associazioni, comitati territoriali, contadini e medici, a quella che è stata definita una piccola Troika: il governatore Nichi Vendola, il ministro dell’agricoltura Maurizio Martina, il commissario governativo alla cosiddetta “emergenza Xylella”, Giuseppe Silletti, capo della guardia forestale regionale, il quale ha già chiesto aiuto al prefetto e al questore di Lecce “per andare avanti con il piano”. In pratica, di essere affiancato da un numero più nutrito di forze dell’ordine per “ contenere nuove manifestazioni”. Come quelle che nei giorni scorsi hanno portato gli attivisti a salire sugli alberi per evitare gli abbattimenti degli ulivi considerati infetti. Già, perché a quella cura considerata peggiore del male sono in molti ad opporsi, ora.

 

Nei comuni di Oria e Veglie sono nati presìdi, sostenuti da una presa di posizione importante, come quella giunta da Isde Italia, medici per l’ambiente, Medicina Democratica e Pesticide Action Network: ”il problema della sindrome da disseccamento rapido degli ulivi del Salento rischia di trasformarsi in un’autentica ecatombe ecologica con preoccupanti risvolti sanitari se si persisterà nella logica da guerra totale che anima il piano operativo messo a punto dal Commissario di Governo”, così hanno sostenuto i medici in un comunicato stampa. Dunque, destano allarme e preoccupazione sanitaria le misure che sarebbero previste dal piano Silletti, che comprendono: non soltanto l’eradicazione totale delle piante, ma anche trattamenti fitosanitari obbligatori con insetticidi ed erbicidi, (alcuni dei quali messi al bando da alcuni paesi dell’Unione Europea per la loro pericolosità). Considerati come cura per gli ulivi malati, quali rimedi urgenti “per il controllo degli insetti vettori potenzialmente infettanti”. Intanto del fatto che sia un insetto – la cosiddetta sputacchina, che esiste in natura da sempre – il propagatore del batterio xilella, considerato il il responsabile del disseccamento degli ulivi, non c’è ancora traccia nelle pubblicazioni scientifiche.

 

Ciò che è certo, per ora, è quello che è stato messo nero su bianco, proprio nei giorni scorsi, dall’autorità europea per l’alimentazione, Efsa, European Food Safety Authority:

L’uso intensivo di trattamenti insetticidi per limitare la trasmissione della malattia e il controllo dell’insetto vettore può avere conseguenze dirette e indirette sull’ambiente, modificando intere catene alimentari con conseguenze a cascata, a vari livelli trofici. Ad esempio, si guarda con grande preoccupazione all’attuale impatto indiretto dei pesticidi sull’impollinazione. A ciò si aggiunga che i trattamenti insetticidi su larga scala costituiscono rischi per la salute umana e animale.

 

Non solo. Diversi agronomi con cui gli attivisti e gli agricoltori si confrontano in questi giorni nelle campagne pugliesi hanno sottolineato che il complesso delle misure di natura chimica che si stanno per adottare potrebbero rivelarsi inutili per la cura degli ulivi, addirittura controproducenti per la tenuta dell’intero ecosistema dell’area. Oltre che per la salute dei cittadini, naturalmente. Altre fonti scientifiche indipendenti ed autorevoli hanno persino sostenuto che la Xylella “potrebbe non avere alcun ruolo causale rilevante nel processo di disseccamento rapido dell’ulivo”. Il professor Pietro Perrino, già dirigente di ricerca agraria al Cnr, autore di numerosi contributi scientifici “sulla conservazione delle risorse vegetali minacciate da erosione genetica o da estinzione”, è uno dei ricercatori che ha messo sotto accusa i burocrati pugliesi. In una lettera a Nichi Vendola ha scritto:

Gli studi osservazionali suggeriscono che le cause della malattia risiedono in un tipo di agricoltura che per decenni è stata caratterizzata da un uso eccessivo di concimi chimici, pesticidi, antiparassitari e di erbicidi, aventi come obiettivo quello di aumentare le produzioni. Un’agricoltura ad alto impatto ambientale che ha reso i terreni sterili e le piante più vulnerabili alle avversità. È stato dimostrato che tutte queste sostanze chimiche rendono non disponibili per le piante i microelementi presenti nel suolo. Il disseccamento c’è ed è innegabile, ma è difficile pensare che possa essere risolto con l’abbattimento degli alberi affetti e ancora peggio che possa essere utile lo sradicamento di piante sane per creare un cordone intorno alle aree focolaio. Entrambi i provvedimenti sono sbagliati.

 

Tutto il contrario, invece, racconta la legislazione emergenziale emanata, soprattutto dalla Regione, da ottobre 2013 ad oggi. Si contano sei delibere della Giunta e otto determine dei settori agricoltura e fitosanitario. E poi ci sono una delibera del Consiglio dei Ministri, un Decreto Ministeriale e due Decisioni della Commissione europea, a disegnare la trama di una grammatica della follia. A ribadire che la cura dovrà essere la chimica, peggiore della malattia. Sollevando in primo luogo il problema della relazione tra il potere, la vita dei singoli e della collettività e la salvaguardia degli ecosistemi, entro un orizzonte geografico che è ben delimitato. Da una parte, lo Stato, le istituzioni politiche e le rappresentanze degli interessi che cercano di regolare la vita privata e quella collettiva. Dall’altra, i cittadini, che richiamano un uso diverso del territorio, che si fanno portatori di nuove generazioni di diritti che riguardano il vivente in tutte le sue forme.

 

Ancora una volta qui in Puglia si sta difendendo il diritto alla salute, si sta organizzando la riappropriazione del diritto alla vita. Combattendo la contaminazione dell’ambiente urbano e un potere sempre più autoreferenziale, gli agricoltori si stanno riprendendo il diritto alla parola nelle campagne pugliesi. Mettendo in campo saperi antichi e corpi in lotta. Gli stessi ulivicoltori salentini hanno mostrato come con alcuni antichi rimedi naturali siano riusciti in poco tempo a risanare piante di ulivo che sembravano spacciate.

 

Ivano Gioffreda, agricoltore ed attivista, è erede di chi, negli anni’ 50 del secolo scorso, in queste stesse terre rivendicava il diritto alla terra, contro il latifondismo dei baroni allora ancora imperante e la repressione della polizia di Scelba. È lui che insieme alla sua associazione Spazi popolari sta battendo le piazze e le campagne di decine di comuni pugliesi per spiegare come un’agricoltura diversa sia possibile: conservando le biodiversità, eliminando contestualmente la diretta dipendenza dalle multinazionali del seme e dei fitofarmaci. “È una battaglia per la salvaguardia del paesaggio, della storia e della cultura”, dice. Spiegando agli agricoltori più giovani e ricordando a quelli più vecchi come le buone pratiche per la cura e degli ulivi siano soltanto quelle naturali: la medicina della calce e del solfato di rame usati come disinfettanti come si fa da secoli, opposta alla medicina considerata letale della chimica e dei pesticidi”.

 

L’hanno definito, con spregio, “santone”. Contro di lui e contro l’associazione Spazi Popolari si è scatenata una vera e propria campagna stampa sul maggiore quotidiano locale. Eppure la cura sta funzionando, tant’è che ogni giorno l’associazione è impegnata con gli agricoltori in work shop di buone pratiche. Di questo la Regione Puglia – l’organo politico che ha messo in campo la macchina dell’emergenza, fautore del piano che nella sua prima formulazione prevedeva centinaia di eradicazioni e spargimento a tappeto di veleni persino sulle strade e sui muretti a secco – dovrà pure tenerne conto.

 

Misteri di Puglia

Il primo capitolo dell’ultimo rapporto Eurispes dedicato alle agromafie, curato dal sociologo e giornalista Luigi Russo, è dedicato alla questione Xylella. In esso si fa esplicito riferimento ad un presunto attacco speculativo che sarebbe in atto al territorio del basso Salento. Grandi opere stradali nate per sotterrare rifiuti tossici, piani scellerati per spargere asfalto e cemento anche in aree sottoposte a vincolo, come sono quelle degli uliveti secolari, appunto. Avanza un sospetto preliminare, Russo: che proprio le zone colpite con violenza dal disseccamento degli ulivi sono quelle su cui risultano maggiormente concentrate le mire speculative dei costruttori di alberghi. Cioè la fascia di comuni che circondano Gallipoli, proprio quelli interessati dall’infezione. Solo un sospetto – si diceva – suffragato soltanto da ipotesi, certo. Ma i dubbi, le mezze verità, le stranezze di questa storia non finiscono qui. Così si legge nel rapporto, a proposito della Xylella: “è opportuno ricordare che tutto questo ( diagnosi e terapia) accade nonostante non siano stati effettuati i test di patogenicità per i quali sono necessari mesi, se non anni”.

 

È questo il primo giallo di questa storia: perché l’osservatorio fitosanitario regionale, la direzione e l’assessorato all’agricoltura hanno da subito parlato di eradicazioni e di spargimenti massicci di pesticidi, senza neppure sapere di che malattia si trattasse? Di certo, se nei dieci anni di giunta Vendola non si fossero alternati – come unici assessori al ramo – due dirigenti della Confindustria pugliese, forse, sarebbe stato meglio. È proprio il ruolo dell’assessore all’agricoltura Fabrizio Nardoni, imprenditore con interessi ramificati in diversi settori, già membro di Confindustria Taranto, a suscitare molti interrogativi. A partire dalla figura misteriosa di un ricercatore americano dell’università di Berkley, Rodrigo Almeida che è il primo ad introdurre in Italia il concetto dell’emergenza xilella. Ne parla per la prima volta in un convegno a Bari nel 2010. E ricompare sempre a Bari, alla fine del 2013, proprio al fianco dell’assessore regionale. Quando entrambi convocano una conferenza stampa: “per riferire delle questioni attinenti al recente ritrovamento del batterio da quarantena Xylella fastidiosa negli oliveti del Salento colpiti da disseccamento rapido dell’olivo”.

 

Era il 15 novembre 2013. “Da allora la parola emergenza viene però strillata su tutti i quotidiani locali” ha raccontato in diverse, preziose, inchieste, la giornalista Marilù Mastrogiovanni. A breve uscirà anche un suo istant book e un documentario, sulla vicenda. Intanto, c’è una domanda che la collega avrebbe voluto fare all’assessore Nardoni, a cui non è mai stata data risposta. È un quesito che se ci avesse risposto al telefono gli avremmo rivolto anche noi: “non sarebbe il caso, prima di pensare ad estirpare totalmente alberi secolari, e riempire le campagne con i pesticidi, di considerare i metodi di cura naturali? Che non solo esistono e funzionano da secoli. Ma stanno anche dando dei risultati concreti contro l’essiccamento.

 

A dirlo sono diversi ulivicoltori del Salento che sono riusciti a risanare con gli antichi saperi contadini, piante di ulivo che sembravano spacciate. Sembra scontato che la soluzione al problema non possa passare per lo sradicamento degli alberi, né per il bombardamento chimico degli agenti patogeni ( agenti che pure sono necessari al mantenimento dell’ecosistema). Ma per il combinato disposto di burocrati e rappresentanti politici locali e nazionali, non lo è. “Si finanzi pure la ricerca per aumentare le conoscenze sul disseccamento, ma per salvaguardare gli ulivi, non per abbatterli” è intanto la convinzione diffusa nei campi: tra chi (agricoltori e tanti studenti che affollano i presidi) è cosciente che si sta giocando una partita in cui la gestione bioeconomica del territorio, fatalmente, incontra la gestione speciale delle popolazioni. Una battaglia che è biopolitica allo stato puro.

 

Tornando ai mille nodi e misteri che avvolgono questa storia, c’è una giornalista salentina, Tiziana Colluto, che già da qualche anno sta provando a scioglierli. È stata lei a svelare l’esistenza di un’inchiesta della procura distrettuale antimafia di Lecce sull’origine del batterio Xylella fastidiosa che sta decimando gli alberi in Salento e “sull’esistenza di eventuali omissioni nell’arginarlo” . A raccontare che “uno dei possibili indiziati, l’Istituto agronomico mediterraneo di Valenzano a Bari, (sede del convegno in cui si è fatto riferimento per la prima volta all’emergenza xillella) gode per legge di immunità assoluta”. Come ha spiegato il pubblico ministero titolare dell’inchiesta Elsa Valeria Mignone in un’ intervista a Famiglia Cristiana. È stata ancora Tiziana Colluto ad ipotizzare che “con gli interventi chimici obbligatori appena previsti dalla Regione Puglia, potrebbero saltare quasi mille certificazioni biologiche solo nel Leccese”. E a puntare il dito su “alcune coincidenze che gettano ombre lunghe”: dal 2008, infatti, – scrive la giornalista – “la multinazionale Monsanto, colosso della produzione di sementi transgeniche, si occupa anche della selezione di specie resistenti al batterio riscontrato nel Tacco d’Italia. Lo fa attraverso Allelyx, società partecipata che ha per nome l’anagramma di Xylella”. Misteri di Puglia, dunque.

 

Quel che è certo, invece, per ora, sono le preoccupazioni manifestate dalla sezione leccese della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT) che ha ritenuto la cura prospettata “di gran lunga peggiore dell’infezione”. Perché “la presenza di colture alimentari già soggette ad una forte pressione fitosanitaria espone a rischi elevati di contaminazione della catena alimentare”. Perché “una così massiccia azione di irrorazione con pesticidi” – così come prevedono tutti gli atti ufficiali emanati fin ora dai burocratici regionali – “ comporterebbe sulla popolazione residente e in special modo sulle frange più suscettibili, quali bambini, neonati e donne gravide, gravi rischi per la salute”. Altrettanto certo è che con questa vicenda, tutta ancora in evoluzione, si chiude amaramente la “stagione vendoliana” con cui era cominciato un autentico processo di rinascita. La Puglia, nel mondo, da dieci anni a questa parte, è divenuta sinonimo di qualità artigianale, culturale, enogastronomica, turistica. E giunti al culmine di una stagione politica forse irripetibile, quella “Puglia migliore” – come la definì il sociologo Franco Cassano – considerata laboratorio di buone pratiche, originale sperimentazione sul piano della rappresentanza politica con poche similitudini in Italia (si pensi agli investimenti notevoli in cultura e formazione, nelle arti, e a quelli per le politiche giovanili) ha lasciato sul campo, forse, soltanto i fantasmi di quella Malapuglia che essa stessa aveva scacciato. Succede, quando si affida alla medicina del capitale, la cura della vita.

 

Pubblicato il 27 aprile 2015 su dinamopress.it