La Battaglia Mondiale Contro La Contaminazione Transgenica

La battaglia mondiale contro la contaminazione transgenica

Da quando i prodotti transgenici vennero introdotti per la prima volta, negli anni ’90, gruppi di agricoltori e organizzazioni ambientaliste lanciarono l’allarme sui possibili rischi di contaminazione. In questo articolo vogliamo analizzare quali strategie è possibile adottare per combattere la contaminazione transgenica, un flagello che colpisce ormai numerose comunità in diverse regioni del mondo.

 

Quando vengono coltivate piante geneticamente modificate (OGM), il materiale transgenico contamina le altre coltivazioni. E la contaminazione, spesso, colpisce anche zone dove le colture transgeniche sono proibite per legge.

 

Il Registro della Contaminazione Transgenica, coordinato dalle associazioni ambientaliste GeneWatch e Greenpeace International, racconta di almeno 216 casi di contaminazione da OGM negli ultimi 10 anni, che hanno colpito 57 paesi, inclusi 39 casi solo nel 2007 (vedi la relazione annuale del 2008 del Registro di Contaminazione Transgenica http://tinyurl.com/79osjp). 

 

La Monsanto e le altre imprese del settore biotecnologico sono sempre state a conoscenza dei rischi di contaminazione che derivano dalle coltivazioni di prodotti geneticamente modificati. Anzi, spesso, ne hanno fatto un loro punto di forza nella campagna mondiale di propaganda a favore delle colture di OGM.

 

Tuttavia numerosissime comunità, in diverse regioni del pianeta, si stanno ribellando a questa piaga che colpisce l’agricoltura mondiale, elaborando strategie per de-contaminare le sementi locali e, in un secondo momento, rafforzando i sistemi alimentari e agricoli tradizionali.

 

Cerchiamo di vedere più da vicino le esperienze di alcune comunità agricole, per vedere come sia possibile affrontare il problema della contaminazione transgenica e quali prospettive delineare per elaborare una strategia comune di difesa e reazione. Ogni caso analizzato, chiaramente, rappresenta una situazione unica, legata a specifiche condizioni ambientali, sociali e politiche, oltre che a processi diversi per ciascun paese che andiamo a considerare.

 

C’è tuttavia un comune denominatore, che unisce queste diverse realtà: quello di elaborare una risposta collettiva, dal basso, attraverso forme di auto-organizzazione e soluzioni pensate a partire dalle esperienze di lotta degli attori direttamente coinvolti (le associazioni di base, le comunità agricole ecc.), senza dipendere dai tribunali o dai governi i quali, spesso, in mancanza di una forte pressione sociale, tendono ad allinearsi con le industrie del settore e con i grandi monopoli.

 

L’esperienza delle comunità messicane

Per i popoli indigeni del Messico e del Guatemala il mais rappresenta la base della vita. Nella cosmogonia maya, il mais è l’unico elemento a cui le divinità hanno trasmesso la vita e con il quale è stato possibile generare i primi esseri del pianeta. Per alcune popolazioni messicane, il mais rappresenta esso stesso una divinità. Questa pianta è stata l’elemento base delle comunità mesoamericane per secoli, utilizzata non solo per scopi alimentari ma anche – nelle sue migliaia di varietà diverse – per terapeutici, rituali ecc.

 

Ricordiamo che il mais vanta una gamma amplissima di sapori, ricette e principi nutritivi. Nel gennaio 2002, alcuni ricercatori dell’Università di Berkeley, in California, annunciarono la scoperta, nello stato messicano di Oaxaca, di varietà di mais contaminato. Anche numerose comunità agricole della zona raccolsero prove della contaminazione delle colture da parte di organismi geneticamente modificati. Si trattava di un fatto nuovo mai accaduto in precedenza. Vennero organizzate riunioni, assemblee pubbliche, seminari  e laboratori per discutere del problema e cercare di elaborare una strategia comune per affrontarlo.  Venne creata la Rete di Resistenza in Difesa del Mais, formata da associazioni indigene e contadine. Uno dei punti fondamentali, alla base della resistenza indigena contro la contaminazione transgenica, era che non si trattava di un fenomeno isolato, di un caso accidentale ma piuttosto di una vera e propria guerra contro le comunità contadine, contro i loro stili di vita, le loro tradizioni e le colture locali. Quella che vene definita la guerra contro la gente del mais. (…)

 

Una guerra dalla quale bisognava difendersi ma come? Il primo passo fu quello di mettere insieme tutte le conoscenze e i saperi sulla pianta del mais e su come mantenerla in stato di salute. In numerose comunità il mais stava scomparendo perché la gente stava perdendo l’abitudine a coltivarlo. Per salvare il mais era, dunque, necessario coltivarlo di più. Un altro dato importante era quello di diffidare di qualunque seme di cui non si conoscesse la storia.  Mettendo in pratica questi principi, le comunità iniziarono a prestare maggiore attenzione alle proprie colture e presero coscienza delle possibili, eventuali malformazioni che potevano colpire la pianta. Tutte le piante deformate presentavano un alto livello di contaminazione.

 

Una volta presa coscienza delle malformazioni delle piante dovute alla contaminazione transgenica, si poneva il problema di come evitare che questo accadesse. Come proteggere il mais dalla contaminazione? Inizialmente vennero messe in campo tecniche semplicissime, come piantare degli alberi intorno al campo. Il principio guida a cui ispirarsi era il seguente: il mais contaminato era malato e andava curato, non distrutto. Anche se fossero stati necessari cento anni per recuperare le piante deformate, era necessario agire in questa direzione se si voleva salvaguardare un patrimonio che apparteneva alle comunità agricole da generazioni.

 

Le comunità contadine del Messico sono, probabilmente, quelle che hanno elaborato le tecniche e le strategie più efficaci per combattere la contaminazione transgenica. E’ possibile imparare molto dalla loro lotta. Abbiamo cercato, qui di seguito, di sintetizzare in cinque punti quelli che riteniamo essere i principali assi su cui si articola la battaglia della Rete di Resistenza in Difesa del Mais:

 

1. E’ necessario considerare la contaminazione genetica come parte di un attacco più ampio nei confronti delle comunità contadine e delle colture locali. Difendere le proprie coltivazioni significa difendere il proprio diritto all’acqua, alla terra e questo richiede uno sforzo collettivo da parte di tutte le comunità, unite nello stesso fronte di resistenza, su scala nazionale e finanche globale. Alla base della lotta devono esserci partecipazione popolare e trasparenza nelle decisioni. Deve essere una lotta combattuta dal basso.

 

2. La lotta contro la contaminazione transgenica deve essere una lotta permanente e collocarsi in un’ottica di lungo respiro. L’obiettivo deve essere la difesa delle coltivazioni organiche, senza limiti di tempo.

 

3. E’ vitale analizzare il problema dal punto di vista della visione, della cosmogonia e della cultura indigene, senza rimanere prigionieri dei tecnicismi dell’ingegneria genetica.

 

4. E’ necessario che siano le comunità contadine e indigene a controllare il processo.

 

5. Bisogna privilegiare la lotta sociale a quella legale. Nelle comunità messicane si è discusso a lungo di leggi sulla biosicurezza, proprietà intellettuale delle sementi, brevetti e altri aspetti riguardanti il quadro giuridico della questione. Si è anche lavorato a una mappatura delle leggi varate dal governo messicano, sul tema delle colture transgeniche, negli ultimi 20 anni. Di fronte a uno scenario tanto desolante, le comunità contadine messicane hanno concluso che la battaglia va combattuta sul campo sociale piuttosto che su quello legale, esercitando una pressione sociale forte e permanente.

 

(Per leggere l’articolo completo, in spagnolo, che contiene anche le esperienze di resistenza agli ogm in Tailandia, Filippine, Canada, clicca qui)

Fonte: GRAIN, Fighting GMO contamination around the world

http://www.grain.org/seedling/?id=575



Traduzione di Francesca Casafina