Intervista Al CRIC: La Colombia, Le Rivendicazioni Indigene, Il Futuro

Intervista al CRIC: la Colombia, le rivendicazioni indigene, il futuro

di Laura Greco per A Sud

 

In occasione della  visita del Relatore Indipendente delle Nazioni Unite per i popoli indigeni in Colombia realizzatesi dal 23 al 27 luglio, una delegazione di A Sud ha partecipato come Osservatore alla Missione e si è recata insieme alla delegazione della ONIC e delle Nazoni Unite nella regione del Narino e del Cauca, per raccogliere le testimonianze delle organizzazioni indigene Awà e di quelle del Cauca.

Durante la missione abbiamo avuto l’occasione di conoscere e di intervistare il nuovo consejero mayor del CRIC Elides Pechené. Il Consiglio Regionale del Cauca, CRIC, è un’organizzazione indigena che raggruppa più del 90% delle comunità indigene del Dipartimento del Cauca colombiano. Nata nel 1971, è l’organizzazione indigena più antica della Colombia. È di fatto la pioniera del movimento indigeno nazionale e ad oggi è la più determinata a livello nazionale nel processo di rivendicazione dei diritti collettivi dei popoli originari. Il CRIC è stato nell’ultimo anno promotore di importanti mobilitazioni, come la Minga dell’ottobre scorso, che hanno unificato le lotte dei popoli indigeni della Colombia e aperto una serie di tavoli di negoziazione con il governo colombiano per cercare di ottenere la firma di accordi volti a difendere la vita, il territorio, la cultura e l’identità delle popolazioni indigene colombiane.

Ad aprile del 2009 si è svolto il congresso regionale del CRIC nel quale all’ex Consejera Mayor Aida Quilque è subentrato Elides Pechené.

Abbiamo chiesto ad Elides Pechené quali siano stati i risultati ottenuti in questo ultimo anno di mobilitazioni del movimento indigeno del Cauca e quali sono ancora le problematiche che ad oggi vengono vissute in questi territori.

“Durante il congresso di Aprile a La Maria, abbiamo assistito ad una massiccia partecipazione del movimento indigeno, a dimostrazione della condivisione del percorso di lotta che stiamo portando avanti tanto a livello locale come a livello nazionale. Più di 15.000 indigeni si sono riuniti per chiedere con forza ancora una volta al governo colombiano di rispettare gli impegni presi e di dare concretezza  e compimento agli accordi tra movimento indigeno e governo.

Stiamo aspettando dal  ministero dell’agricoltura una risposta per ciò che riguarda la concessione delle terre alle comunità indigene del Cauca.
Degli 8 milioni di ettari promessi ne mancano ancora 4 milioni e le strategie messe in atto dal governo come l’eccessiva burocratizzazione per ottenere le terre, rendono difficile l’adempimento degli accordi e continuano a dimostrare un attegiamento discriminatorio verso i popoli indigeni.
Le richieste della nostrea organizzaione, tuttavia, sono state molto chiare: restituzione delle terre originarie, ampliamento e bonifica, inserimento della titolarità delle terre nella costituzione colombiana.

Tali richieste prevedono ovviamente la dimostrazione di una volontà politica da parte del governo colombiano attraverso il riconoscmiento del diritto alla vita, all’autodeterminazione e quindi alla gestione delle terre delle popolazioni indigene.

Circa 200.000 indigeni del Cauca oggi vivono in soli 160.000 ettari di terra. Queste sono le uniche zone abitate per consentire il mantenimento e la conservazione delle zone del paramo, delle lagune e delle zone protette. Tali ecosistemi sono considerati dalla nostra civiltà territori sacri e pertanto inviolabili. E’ la legge dei nostri antenati che ci obbliga a mantenere intatti i territori ricchi di risorse idriche, fonti di vita per l’intero pianeta.

Tuttavia il governo colombiano promulga leggi come la ley de paramos e la  ley de humedales, che vietano l’accesso a queste zone per promuovere politiche di conservazione della biodiversità e con questa scusa legittimano lo sfollamento delle popolazioni indigene del territorio.

Noi non abbiamo bisogno di leggi che ci vengano imposte dall’alto, noi rispettiamo la natura perchè questo concetto appartiene alla nostra cosmogonia e alle nostre leggi ancestrali.

Nei nostri territori assistiamo inoltre ad un inasprimento del conflitto dovuto alla presenza degli attori armati legali ed illegali.

La politica di “sicurezza democratica” portata avanti dal governo Uribe sostenuta dalle ricompense economiche agli informatori, aumenta il grado di disgregazione sociale e dimostra chiaramente le scelte di questo governo. Se i finanziamenti per sostenere la politica di sicurezza democratica del governo fossero stati investiti in servizi e ricostruzione del tessuto sociale, forse avremmo assistito ad un miglioramento delle condizioni di vita e ad una riduzione del livello di conflittualità sociale.

Anche il fenomeno di militarizzazione portato avanti nel territorio colombiano con l’appoggio del governo statunitense e la conseguente costruzione di basi militari in Colombia, rispondono ad un’esigenza di imposizione di politiche economiche a livello nazionale e alla necessità di un posizionamento nella sfera internazionale”.

Quali sono le aspettative delle organizzazioni del Cauca rispetto alla visita del Relatore indipendente delle Nazioni Unite?

“Noi crediamo che il Relatore sia venuto in Colombia esclusivamente grazie alle presioni esercitate dalle organizzazioni indigene, poichè il governo colombiano non ha alcun interesse a mostrare all’opinione pubblica internazionale e alle grandi organizzazioni internazionali lo stato in cui oggi vivono i popoli indigeni della Colombia.

Sono stati fatti molti sforzi da parte dell’Organizzazione Indigena Nazionale ONIC affinchè il Relatore potesse visitare personalmente queste zone.
Durante la visita a La Maria il Relatore ha dichiarato che obiettivo della sua missione è essenzialmente una valutazione di quanto effettivamente sia stato compiuto in Colombia dopo le precedenti raccomandazioni formulate dal relatore speciale Rodolfo Stavenhagen nella visita del 2004.

Noi ci aspettiamo che la relazione di James Anaya sia decisiva per modificare le politiche dell’attuale governo. Tuttavia lui stesso ha più volte ribadito che le raccomandazioni non potranno essere vincolanti e ci ha invitato ad aprire tavoli di concertazione e dialogo.

La nostra posizione è chiara: non abbiamno nulla da concertare, abbiamo una proposta di pace e di dialogo che non può essere considerata oggetto di negoziazioni.

Le politiche del governo non mirano realmente al dialogo ma alla divisione del movimento indigeno e lo dimostra il doppio gioco di questa amministrazione che ha creato ONG ed oganizzazioni indigene parallele che non hanno alcun percorso politico e che sono state create solo per delegittimare  il movimento indigeno e le sue rivendicazioni.

Ache se continuiamo ad assistere ad una vera e propria criminalizzazione di tutti gli attori sociali che lavorano per costruire una proposta di pace, continueremo a lottare individuando una fitta agenda di mobilitazioni che approderanno alla marcia del 10 luglio 2010, bicentenario dell’ ndipendenza della Colombia, che rappresenta per noi un ennesimo appuntamento per rivendicare i nostri millenari diritti di appartenenza a queste terre.”

In questo contesto di crisi planetaria, ambientale, economica e sociale, che cosa rappresentano i popoli indigeni e quali sono nella pratica le proposte e le alternative di quest’ultimi?

“L’attuale crisi mondiale dimostra come il modello di accumulazione sia effettivamente andato a beneficio di pochi ed abbia escluso la maggioranza della popolazione dal benessere e dalla possibilità di vivere una vita degna.

Il governo colombiano ha di fatto imposto questo modello di sviluppo alla popolazione attraverso l’uso della violenza, legittimato e spesso premiato dalle grandi potenze internazionali.

La strategia con la quale si sono imposti i grandi progetti di sviluppo industriale è passata sempre attraverso il fenomeno della corruzione ed è sostenuta dai vuoti normativi e dai limiti del potere legislativo in questo paese. Un esempio è l’accaparramento delle risorse idriche da parte delle grandi multinazionali che di qui a poco porteranno a rivolte popolari simili a quelle avvenute in Bolivia nel 2000.

Noi popoli indigeni riteniamo di praticare quotidianamente una filosofia di vita volta alla conservazione dell’ambiente tanto per noi come per tutta l’umanità.

Il derecho mayor dei nostri antenati è un importante contributo per la costruzione di alternative di gestione dei territori capaci di proteggere gli ecosistemi dall’impatto del riscaldamento globale provocato dall’attuale modello di sviluppo.