Intervista A Giuseppe De Marzo

Intervista a Giuseppe De Marzo

Da “Red Voltaire” dell’11 aprile 2008 – Intervista a Giuseppe De Marzo,  portavoce di A Sud   – prima parte


D. Quando e dove sei andato per la prima volta in America Latina?

R. Ho iniziato a lavorare in Messico nel 1998, a seguito del massacro di Actel, più tardi ho scritto un libro di poesie “Chi é fuori delira”. In Messico ho avuto il privilegio di conoscere a fondo l’esperienza zapatista ed il suo potere visionario. Lì ho conosciuto la dignità ribelle, le organizzazioni delle comunità e la loro considerazione delle armi come qualcosa della quale bisogna fare a meno. Nel 2003 abbiamo consegnato alla Junta del Buen Gobierno de La Realidad i guadagni ottenuti dalla vendita del libro.
Nel novembre del 1999 sono avvenuti a Seattle dei fatti che hanno toccato il midollo della globalizzazione imperante: l’avanzamento nella regolamentazione internazionale della mercificazione del mondo e della resistenza plurale, non violenta, immaginaria e coordinata per porre fine a quella formulata dalla Cumbre del Milenio de la Organización Mundial del Commercio.

D. Dove ti trovavi in quel momento?

R. In Ecuador. Perché è lì che si è prodotto qualcosa d’importante per noi. Lì c’è stato il primo sollevamento indigeno contro la dollarizzazione imposta dal Fondo Monetario Internazionale. Nel gennaio 2000 è stato deposto Jamil Mahuad.
I mezzi di comunicazione narrano i fatti di Seattle come prodotto della fine del secolo XX ed inizio del XXI, ma dimenticano che il movimento indigeno dell’Ecuador ha espulso un presidente lottando contro la dollarizzazione imposta dall’FMI.
Nel marzo del 1999 sono arrivato in Ecuador per lavorare con Blanca Chancoso, una donna straordinaria ed una grande leader della CONAIE, la Confederazione
delle Nazioni Indigene.

Avevamo già avuto un contatto, in quanto nel 1998 con il movimento studentesco avevamo invitato in Italia Rosa Alvarado, la dirigente indigena incaricata delle Relazioni sulla Salute e l’Educazione. L’abbiamo invitata per fare un giro nelle università italiane e a parlare dell’esperienza della CONAIE.
Dall’esperienza in Chiapas, la nostra mentalità si è aperta e abbiamo detto: qui gli indigeni hanno più conoscenza della costruzione di un movimento di quanta ne abbiamo noi. Quindi è meglio non guardare a Carl Marx, ai comunisti e a Cuba, con tutto il rispetto e l’infinita ammirazione che rivolgiamo a questa isola e al suo popolo ribelle. Ma ci siamo detti: la CONAIE dal 1985 ha
iniziato tutto un lavoro di recupero culturale; vediamo quello che succede: gli indigeni lo hanno chiaro!
In questo momento il Fondo Monetario stava dollarizzando l’economia e scompariva il Sucre come moneta nazionale.
In Ecuador abbiamo iniziato a lavorare con la CONAIE e abbiamo costruito anche una relazione profonda con Acción Ecológica, lì ci sono i dei compagni ai quali vogliamo molto bene: Esperanza Martínez e Aurora Donoso.
Mi ricordo che allora abbiamo pubblicato un intervista in un giornale studentesco nostro che si chiamava El Urlo, El Grito. Una intervista a Tacho comandante degli zapatisti, con il titolo: Avanti fratelli avanti!
Arriva il 2000 in questo periodo burrascoso. Inizia la crisi economica con la caduta del valore delle imprese punto.com, e dei valori tecnologici della nuova economia che avevano trasformato i mercati finanziari globalizzandoli e facendoli comunicare in tempo reale grazie alle reti informatiche. Dopo essersi alzati a livelli senza precedenti basati sulle aspettative e sulle operazioni speculative, ebbero un crollo.
Una volta tornato in Europa abbiamo costruito nel settembre 2000 la protesta di Praga. La prima contestazione dei movimenti europei contro la globalizzazione neoliberale, al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale che celebrarono il proprio incontro in questa città. Gli italiani si ribellarono contro l’Europa capitalista, e esigerono l’annullamento del debito del terzo mondo. Tutto il mondo ci guardava stranamente perché avevamo fatto molte esperienze con gli zapatisti.
A Praga, i miei compatrioti sono giunti numerosi. Eravamo circa 20.000 manifestanti italiani: due terzi della manifestazione. Il blocco giallo, il blocco blu, il blocco nero, il rosa e noi: le scimmie bianche, i miei fratelli.
In questo momento A SUD ancora non esisteva; e la visione sull’America Latina si è arricchita ancora di più con l’esperienza dell’Ecuador.
D.La Colombia ancora non aveva fatto la sua comparsa nei tuoi pensieri…
R. La Colombia è apparsa tra il 2000 ed il 2001. In quel periodo avviene un fatto nefasto: l’uccisione di tre indigeni qui, nel territorio Uwa.
Berito Cobaria si incontra addirittura con il Presidente del Consiglio italiano di allora, Giuliano Amato. In quel momento i Verdi sapevano che sarei dovuto tornare in Ecuador e mi chiesero: Se ti paghiamo il biglietto, vuoi andare in Colombia? Perché lì c’è una situazione molto brutta. Il popolo Uwa è minacciato dal suicidio di massa a causa della persecuzione della Oxi e la sua decisione di violare i territori sacri per estrarre il petrolio…
Tutto questo mi colpì, e come un tonto completo, senza nessuna conoscenza della Colombia, semplicemente con un libro molto grande in mano, con il titolo: Plan Colombia, che mi diedero nel 2000, vado. Al momento di arrivare nel territorio Uwa mi si svela un mondo.
Per me la Colombia, insieme al Libano, è il paese più complesso del mondo. Inizio allora a vivere con gli Uwa. Rimasi lì due mesi. Mi regalarono l’onore immenso di portarmi fino al werjaya dove era andato solamente un bianco che era Terence, uno degli esperti di indigeni che venne ucciso, e mi battezzarono lì…cos’ iniziammo la campagna in difesa degli Uwa.
Da lì ci invitarono in Nord America nel gennaio del 2001, perché in Nord America stavano facendo la campagna ma avevano paura e non scesero mai nel territorio per la morte dei tre esperti di indigeni. Lì ho incontrato la mamma di Terence, la ex fidanzata… i movimenti di Seattle…a Los Angeles con Amazon Watch , Rainforest Network, Rocking Society …
Mi regalarono libri, cose…ci scambiammo le nostre esperienze. Facemmo la prima carovana nel territori Uwa, con i parlamentari del Partito Verde nel gennaio 2001. Con Grazia Francescato, che a quell’epoca era la segretaria del Partito Verde fummo nel territorio Uwa con la carovana dei giornalisti e degli attivisti. Fu la prima carovana che si fece; dopo prendemmo l’iniziativa ed inviammo commissioni…Inviammo sette missioni internazionali nel territorio Uwa.
Iniziai a conoscere una realtà chiamata Colombia. Ed in questo momento entra nella mia vita un uomo al quale devo molto che si chiama Alirio Uribe Muñoz, del Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo, un uomo per il quale ho un’ammirazione infinita.
Quest’anno partecipai al Congresso dei Popoli Indigeni a Cota. Già ero amico dell’ONIC. Allora Armando e Berito mi invitarono a partecipare. Ero l’unico bianco insieme a Elia Pegollo un altro compagno, missionario laico, una persona meravigliosa, un uomo di 64 anni che lavora in Congo. Una persona carissima, uno dei fondatori di ASUD nel 2003. Mi ricordo di quando dormivamo lì nell’appartamento di Armando, con Alberto Achito e con Gerardo Jumi e di quando partecipammo ai riti, e mi invitarono anche a fare la consegna de Yage….

 
D. Siamo già nel 2002?

R. Nel 2002 iniziammo anche il lavoro in Bolivia per quelli della Guerra dell’Acqua che ebbe luogo tra gennaio ed aprile del 2000. Il 10 aprile 2000 si vinse la prima battaglia contro il modello economico neo liberale a partire dei movimenti sociali. Lì sconfiggemmo la Bechtel e nell’immaginario collettivo entrò la Bolivia, anche se solo nel 2002 andammo lì con una Carovana Internazionale.
A Porto Alegre nel 2002, insieme a Blanca Chancoso ed Aurora Doloso facemmo una conferenza dove lanciammo la campagna contro gli oleodotti di greggio pesante. Tornai un’altra volta in Ecuador e mi carcerarono con l’accusa di terrorismo internazionale.
Allora già stavo facendo molte cose. Si stava costruendo il movimento sociale di Genova, in Italia. In quel periodo vivevo in diverse parti d’Italia, perché il mio ruolo era quello di costruire, insieme ad latri compagni, una parte del movimento sociale che dopo si è manifestato a Genova.
Nel 2001 si fece la prima manifestazione contro il G8 di Trieste. Questa protesta la organizzammo insieme a Sandro Metz, Andre Olivieri, ed altri due compagni. Facevo molte cose perché allora vivevo tra Padova, Venezia, Bologna, Trieste, Gorizia…Il mio ruolo era quello di organizzare il movimento lì, a Roma con i centri sociali, dopo Porto Alegre…in quel momento la mia vita si complicò un po’, una specie di trasloco continuo. Non avevo casa. Vivevo in differenti luoghi, nelle case occupate…
In Ecuador, nell’ottobre del 2002, mi invitarono a partecipare intervenendo durante il primo incontro dell’Alianza Continental contro l’ALCA, a Quito. Lì i compagni di Mindo mi invitarono lì in quanto sede del Bosco Sacro. C’era un’organizzazione chiamata Acción por la Vida che insieme ad Acción Ecológica e alla CONAIE faceva la campagna contro gli oleodotti di greggio pesante. Io coordinavo la campagna a livello internazionale per gli altri movimenti europei.
Andai nel territorio una mattina. Ci travestimmo da operai dell’oleodotto e salimmo sulla montagna per fotografare e filmare le immagini della distruzione che avevano fatto del bosco di Mindo proibita perfino dalla Banca Mondiale. La Banca Mondiale non volle finanziare l’operazione in quanto stava violando addirittura i suoi stessi parametri.
L’operazione era finanziata dalla Banca Nazionale del Lavoro Italiana, dalla Western B tedesca e dalle multinazionali, tra le quali la ENI. E allora come italiano ho sentito la responsabilità di andare a contestare nel terreno della multinazionale italiana perché non si può solamente schierarsi contro la multinazionale nordamericana, così non si conclude nulla. Vado lì travestito da operaio e scoprimmo che sulla cima della montagna ci aspettavano i servizi segreti militari. Già sapevano tutto. Il divertente del processo è che loro avevano un album di foto mie raccolte dal 1999. E mi dissero: Lei ha fatto scandalo in questo paese da molto tempo! L’Avvocato di Amnesty International e di Accion Ecologica mi disse: Non è riconosciuta la legittimità di questo Tribunale perché non ti può processare il Capo della Polizia.

D. Quanto tempo sei stato detenuto? Ti hanno ferito?

R. Sono stato incarcerato per 4 giorni, poi mi hanno ferito nell’aeroporto. E’ stata testimone tutta la stampa mondiale. Con un inganno hanno cercato di farmi uscire dal carcere e di deportarmi, dicendomi che mi avrebbero concesso l’habeas corpus. Il giorno dopo avrei dovuto avere il processo a Quito insieme ai due compagni ecuadoriani che erano stati arrestati con me. Invece siamo stati liberati con la motivazione che non avevamo commesso nessun reato. Che voleva dire questo? Che non volevano mostrare in un processo in Ecuador la mia mancanza di colpe. Ma che è successo però? Che nell’aeroporto la CONAIE, Salvador Quispe, e altra gente bloccarono l’aeroporto. Si creò così un caos totale. Ero ammanettato e stavo per essere espatriato.
Così ci fermano in aeroporto e cominciano a picchiare tutti. Io ero scortato da 15 poliziotti, ma vicino a me avevo molti compagni. Decido così di gettarmi al suolo e tutti si lanciano su di me per difendermi. La polizia entra in panico mentre io non sapevo cosa fare. Bloccano l’aeroporto e dopo due ore le forze dell’ordine ricevono l’ordine di picchiare tutti. Arrivano altri poliziotti di rinforzo, la violenza cresce, mi colpiscono e rimango svenuto per terra. Arriva poi il Console Italiano gridando: State uccidendo un italiano! Il suo arrivo mi salvò la vita, mi volevano portare via svenuto.
Mi portarono all’ospedale dell’aeroporto. Mi ricordo bene di una frase pronunciata da un colonnello che ora è in prigione con l’accusa di narcotraffico: Questo è un terrorista e dobbiamo deportarlo! Il medico che mi visitò gli disse che poteva essere proibitivo trasportarmi in quelle condizioni. Dopo avermi misurato la pressione ed avermi controllato disse: No, ora non può viaggiare!
Mi hanno trattenuto lì 5 ore. Durante la notte un aereo mi portò a Guayaquil e dormii nella prigione aeroportuale della città. Alle 5 della mattina mi trasportarono a Panama, scortato da due poliziotti. Da Panama a New York. Immagina che figura, trattato come un terrorista ammanettato di fonte a tutti.
In Ecuador la situazione si fa tesa perché non avevo nessuna colpa e nasce così un dibattito: Guardate come è stato trattato questo fratello italiano che è venuto qui per aiutare la nostra gente e la nostra terra! Fu meraviglioso perché mi inviarono lettere e molti messaggi di solidarietà da diversi luoghi. A New York mi hanno consegnato alla polizia americana e lì mi hanno messo su un aereo per Roma. Perché il Ministro di Affari Esteri aveva detto: Portatelo qui. In Italia, dove mi liberarono subito, i giornali raccontarono chiaramente tutto l’incidente.

D. Dopo l’esperienza in Ecuador cosa è successo?

R. In Italia iniziammo il lavoro sulla Bolivia. Torno lì ed inizio la collaborazione con il “Coordinamento in difesa dell’acqua e della vita”, negli anni 2002 e 2003. Parallelamente inizia anche il lavoro in Colombia e continua quello in Ecuador. Si avvia così la collaborazione con il “Coordinamento in Difesa dell’Acqua” e con la “Federazione di Cocaleros del Tropico di Cochabamba”, con la “Federazione delle Donne di Bartolina Sisa”, con un signore chiamato Evo Morales e con altri chiamati Feliciano Vegamonte e Oscar Olivera. Con tutti loro facemmo la prima carovana in Bolivia nel 2003, con deputati e giornalisti, perché nel frattempo eravamo diventati conosciuti in Italia, e quindi molte persone vennero con noi e fu incredibile riunirci tutti.
Iniziammo a lavorare nel Tropico di Cochabamba e scendemmo al Chapare ove erano stati uccisi 185 dirigenti del Tropico di Cochabamba, dove fu attuato il Plan Dignidad promosso dal Pentagono e dal Fondo Monetario Internazionale per rovinare tutti i cocaleros.
Mi ricordo di un’ iniziativa dove lo stomaco di tutti gli italiani venne fatto a pezzi dall’incontrato con i 400 familiari delle vittime. Gente senza un braccio, senza una gamba…Mi ricordo che come atto simbolico facemmo venire in Italia Esteban García, al quale avevano sparato al viso.
In Italia facemmo due film: uno sull’Ecuador, che racconta anche del mio arresto, chiamato “La Loba y la Serpiente” e l’altro intitolato “En defensa de la Pachamama
” sulla Bolivia, la guerra dell’acqua e la guerra contro la foglia di coca.
Esteban García non aveva la faccia perché gli avevano sparato in bocca. In quel momento in Bolivia tutto il sistema sanitario era privatizzato. Quando egli fu all’ospedale gli chiesero 5000 dollari semplicemente per curarlo e lui non li aveva. Alla luce di questo lo portammo in Italia dove fu operato con l’appoggio di una rete solidaria del mio paese.
Questo avvenimento è qualcosa della quale sono molto orgoglioso perché queste operazioni in genere costano un milione di euro. Con un pezzo di tibia gli ricostruirono la mandibola. Gli fecero tredici o quattordici operazioni. Una all’ospedale di Torino completamente gratuita, grazie alla solidarietà dei medici e dei compagni italiani. Dopo tornò dalla sua famiglia molto contento.
Non potemmo fare di più, ma perlomeno fu un atto simbolico. Portare nel nostro paese un cocalero e curarlo. Con questi gruppi è iniziato tutto il lavoro in Bolivia ed è sorta così la necessità di fondare ASUD.

D. Perché?

R. Giuseppe de Marzo: Perché in Italia non c’era un’organizzazione senza fine di lucro che lavorasse con questi gruppi non solamente a livello politico, ma anche rafforzando la loro autonomia con un appoggio economico attraverso i progetti di cooperazione. Il paradosso è che le ong italiane percepiscono una montagna di denaro ma non la destinano a questi gruppi che sto citando.
E’ perlomeno strano che tanto denaro di Cooperazione non arrivi alle Comunità che più si adoperano per proteggere la terra, e serva invece ad espandere un modello devastatore…
Il dramma è che i finanziamenti sono destinati a progetti che non servono alla terra e alle comunità. Sorge quindi la necessità di creare un’ organizzazione che potesse essere il ponte con i diversi movimenti che emergono e si rafforzano nei paesi, e non solamente con lo scopo di fare campagne, carovane e lotte politiche, cose che venivano già fatte.
Sorge la necessità reale di un’organizzazione che lavori direttamente con questi movimenti e che attraverso la cooperazione internazionale porti risorse dove si necessitano.
Che necessità hanno la CONAIE e Acción Ecológica? Che necessità hanno gli Uwa, la ONIC, i Wayuu, i contadini? Che necessità hanno i guerrieri dell’acqua, la Fejuve
(Federación de Juntas Vecinales), i piqueteros in Argentina, gli Zapatisti in Messico, i Mapuches in Chile e gli Aymaras? Per dare una risposta concreta a queste domande nasce ASUD il 18 marzo del 2003, una ONLUS, una Organizzazione Senza Fini di Lucro a livello nazionale.
La nostra intenzione è di vivere più o meno nella stessa condizione economica dei dirigenti e dei leader delle organizzazioni sociali, contadine ed indigene latinoamericani. Perché in molte ONG i contratti dei cooperanti vengono regolati dalla normativa dell’Unione Europea. Come si può fare un contratto ad un cooperante che viene a lavorare in Colombia per 5000 euro al mese che equivalgono più o meno a 15 milioni di pesos? Quando il salario mensile medio non è superiore ad un milione e mezzo ed il salario minimo è di 500.000 pesos. E’ molto difficile essere accettato dalle comunità se c’è questa disparità economica.

D. Cosa fa ASUD in Italia?

R. In Italia si organizzano tutti i progetti. Abbiamo pubblicato l’Atlante sull’Amazzonia Ecuadoriana. Questo libro sul petrolio in Amazzonia si è realizzato grazie al lavoro enorme di venti anni della CONAIE e di Acción Ecológica. E’ nata anche la collaborazione ed il sostegno alle comunità ed accampamenti di pace. Si è costruita la prima rete di fognature insieme ai guerrieri dell’acqua, che ha dato i servizi basici a 3500 famiglie di Chirimarca, a Cochabamba, Bolivia.
Tutti questi progetti concreti nascono a partire dalla stessa visione del mondo: Siamo in una crisi della democrazia e della rappresentazione, dobbiamo partire dalla difesa dei beni comuni e costruire altri spazi di partecipazione e democrazia.
Quindi ASUD finanzia ed appoggia solo i progetti che anno questa impostazione politica. Tutto quello che ha a che vedere con la difesa dei beni comuni, la costruzione di alternative per l’accesso ai servizi basici che sono il nodo della situazione attuale, la gestione dell’acqua e cose affini…A partire da questo nascono i progetti che devono rafforzare l’autonomia dei movimenti sociali, questo è l’obbiettivo.
Questa chiarezza nell’individuare l’insuperabile crisi delle “democrazie” imperanti e le forme di rappresentazione che dominano, si traduce nell’appoggio ai movimenti sociali e alla loro autonomia, come si manifesta nella cooperazione di ASUD in Colombia.
Qui nasce il lavoro con la ONIC, il rafforzamento di 34 radio comunitarie, la costruzione di un Osservatorio Legale, la costruzione della casa delle Donne Wayuu, tra le altre cose dedicata a nostro fratello Carlo Giuliani, che è stato assassinato dallo Stato, a Genova il 20 luglio del 2001.
Quindi si tratta di creare questi ponti dal basso. Questi sono gli spazi di fraternità che ci lascia l’organizzazione economica globale che separa i popoli e li costringe ad una competenza feroce.
Così nasce anche il lavoro in Nigeria, con il popolo coinvolto, 20 milioni di africani sul delta del Niger, colpiti dalle multinazionali olandesi, italiane ed inglesi. Nasce il lavoro anche con l’India, con i movimenti che si oppongono alla costruzione delle dighe che sfollano circa 20 milioni di persone, e cominciamo a firmare patti di fratellanza con tutti questi movimenti che ci obbligano a rispettare questa linea politica e questi principi che ho citato.

D. C’è una chiarezza incredibile nel lavoro che descrivi. Quante persone compongono ASUD?

R. Siamo circa cinquanta persone a Roma. In altre località sono sorti spontaneamente gruppi di ASUD, perché noi non abbiamo tempo e inoltre non crediamo alla costruzione di movimenti di massa. Queste sono avanguardie politiche come ci insegnano gli zapatisti. Non serve essere avanguardista, questo è un errore, crediamo nel fatto che bisogna essere sicuri di dove la gente richiede il tuo appoggio. Non andare nei territori a guidare le masse perché ci crediamo illuminati.


D. Che ha significato per A SUD la relazione stretta con i movimenti sociali del Sud America?

R. ASUD si unisce anche ad altri movimenti italiani. Cosa è successo in Italia in questi ultimi due anni che è stato così importante per ASUD? Abbiamo iniziato il lavoro anche in Italia e per me è importante perché avevo smesso di lavorare nel mio territorio dopo Genova 2001, visto che dopo ho deciso di lavorare solo in Sud America. Fino a quel momento mi dedicavo a campagne di sensibilizzazione, a scrivere articoli per il Manifesto, a fare conferenze, ma era un lavoro più strettamente di comunicazione ideologica. Non era il lavoro di lotta sul territorio a cui ero abituato fin dal movimento studentesco.
Quindi per me è stato un onore poter tornare ad operare sul territorio. Perché? Perché i centri sociali di Roma, insieme ad altre strutture, e ad altre organizzazioni, dichiarano che ASUD è la punta più avanzata del movimento sociale italiano nelle relazioni internazionali e ci chiedono consulenze. Questo riconoscimento ci da l’appoggio di molte persone, non solo degli attivisti di ASUD, ma di una rete di migliaia e migliaia d’individui che ci mettono in comunicazione con le realtà di tutto il paese.
Abbiamo iniziato a lavorare nel territorio con l’esperienza accumulata grazie ai fratelli e alle sorelle latino americane, che sono sempre più avanti di noi in questo senso. Abbiamo iniziato a portare il nostro contributo per la costruzione del nuovo movimento sociale italiano che si basa sulla difesa dei beni comuni. Da lì sorge il movimento dell’acqua che è il più importante in questo momento nel nostro paese, dove ci uniamo ai cittadini che lottano contro la privatizzazione dell’acqua in Italia. Io dico sempre ai fratelli e alle sorelle di ASUD: la nostra meta più importante è immergerci nel nostro paese, toglierci la giacca e lottare con le persone della base.
Ed è per questo che è nata la collaborazione con i sindacati di base, con i popoli colpiti dalla privatizzazione di base e con i centri sociali. Siamo parte attiva sul territorio del movimento sociale. Abbiamo presentato la legge di iniziativa popolare sull’acqua, raccogliendo 406.000 firme insieme ad altre organizzazioni.
Si apre un nuovo spazio nel nostro paese per ASUD. Non si tratta quindi solamente di apportare il nostro grano di sabbia in Colombia, in Nigeria o in India e far arrivare le campagne alla coscienza degli italiani. No, adesso siamo all’interno del campo sociale italiano. Per esempio, alla fine del 2007 abbiamo occupato la Telecom, una delle imprese più grandi d’Italia. L’abbiamo occupata con il movimento per la Lotta alla Casa a Roma.
Il Movimento per Lotta alla Casa di Roma, occupa case per darle a colore che non si possono permettere  pagare l’affitto, perché troppo caro. A marzo del 2008 abbiamo occupato la sede dell’ACEA a Roma, che ha avuto un successo anche mediatico. Tutto questo ha a che vedere con la lotta per l’acqua e con ila costruzione di una resistenaza anche in Italia, dimostrando che la privatizzazione di un’impresa pubblica può provocare disastri.
Quindi, considerando che siamo fratelli di tutto il movimento sociale è molto più facile coinvolgere molte persone. Da tutta questa esperienza nasce un’altra esperienza: creare il primo centro di documentazione sui conflitti ambientali del sud del mondo, in Italia. Lo abbiamo creato ed aperto il 24 ottobre dell’anno scorso e non è una casualità che abbia assistito all’inaugurazione Adolfo Pérez Esquivel.

D. Che ruolo ha il centro di documentazione? Ha una pagina Web?

R. Si, c’è un sito internet: www.cdca.it, dove si possono conoscere molti conflitti ambientali sull’acqua, la biodiversità, le miniere, gli idrocarburi e le foreste dell’Afirca, Latinoamerica ed Asia,  e avere chiare le cause ed i protagonisti.
In questi anni abbiamo imparato molte cose. Vogliamo mostrare in maniera non ideologica al paese quello che è successo a Cochabamba, in Congo, in Colombia, in Nigeria ed in India…
Mostrare il modo in cui si crearono i movimenti sociali di resistenza, e soprattutto, chi sono i protagonisti ed i responsabili di questa situazioni…Studiando questi casi ci si rende contro che gli attori coinvolti sono sempre gli stessi: La Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e le multinazionali, sono i responsabili delle privatizzazioni che generano i conflitti e la guerra in questi territori. Abbiamo rilevato all’incirca 100 conflitti, ma vogliamo arrivare a 200.
Il sito internet ha un taglio non ideologico, ma molto giornalistico. Spiega molti dei conflitti nel mondo. Che cosa è successo a Rio San Francisco in Brasile? Che cosa è successo in India? Per far conoscere e dare la strumentazione necessaria in Italia e anche visibilità a questi movimenti del sud del mondo in uno spazio fisico proprio a Roma, nel quale finalmente essi possano dire la verità, e possano dire chi sono i protagonisti ed i responsabili. Questo processo ci permette di arrivare anche alla considerazione politica di che a partire dei conflitti ambientali si generano lotte di resistenza ed altre maniere di esercitare e praticare la democrazia.
Il paradosso di questa situazione è che a partire da questi territori si generano spazi di partecipazione che alcune volte perdono ed altre vincono.
Il centro di documentazione ha una sede nel centro di Roma, nel parco più grande di questa città. Lì c’è una struttura, nel bioparco, dove c’è una biblioteca specializzata in questi conflitti. Si trovano libri che non si possono incontrare in Italia. Volumi che raccontano storie e verità che rimangono nascoste all’opinione pubblica.
In questo momento ci sono più di mille libri sull’Africa, India, Bangladesh, Turchia ed America Latina. Nel sito web del Centro si può trovare il catalogo di questi libri. La Biblioteca è aperta al pubblico e funziona anche come galleria d’arte. Uno spazio d’incontro, dove si possono realizzare dialoghi con i leader invitati dal sud. Lì hanno tenuto delle conferenze Adolfo Pérez Esquivel, Luis Evelis Andrade, Eugenio Rojas dalla Bolivia, Medha Patkar dall’India….
Lì abbiamo presentato il nuovo Atlante pubblicato da Le Monde Diplomatique, il libro sulla Comunità di Pace di San José de Apartado, mostre fotografiche… e abbiamo addirittura sancito una convenzione con l’università di Roma per l’invio di tirocinanti che vogliono comprendere in profondità le realtà dei movimenti sociali del sud.

C’è un lavoro straordinario di ricerca e comunicazione delle verità del sud che rimangono ignorate all’opinione pubblica europea. Il destino degli investimenti destinati alla cooperazione rimane sconosciuto per la maggior parte di chi paga le tasse. Molte volte succede che queste tasse servono a finanziare processi che finiscono per essere letali per le stesse popolazioni che pagano le imposte…

D. Si conosce il lavoro di ASUD in altri paesi europei? C’è comunicazione tra le organizzazioni europee affini che percepiscono il valore assoluto di questa resistenza nel sud, e che possano attraverso la loro collaborazione in Europa far crescere la pressione che esercitano e contenere la corruzione imperante in gran parte delle multinazionali che non rispettano ne le comunità ne i territori?

R. Giuseppe de Marzo: Te lo dico con sincerità non possiamo arrivare fino a lì. Sai perché? Perché in Francia, Germania e Spagna, lo devono fare le organizzazioni sociali, non lo possiamo fare noi. Le risorse che ci arrivano vengono dalle città, dalle provincie e dalle regioni italiane.
In Spagna ci sono alcune organizzazioni e movimenti ma sono molto piccoli. La nostra forza negli ultimi 2 anni come ASUD è stata che dietro di noi è presente la maggior parte del movimento sociale italiano.
Quindi se le organizzazioni in Francia, Spagna e Germania non riescono a costituirsi come organizzazioni forti che abbiano dietro i movimenti sociali che non sono stati cooptati, sarà impossibile raggiungere un tessuto organizzativo capace di nutrirsi con la verità e la ricchezza dei movimenti sociali del sud. Non possiamo dimenticarci che è stata una strategia dei partiti cooptare le ong o crearle.
Passando ad un altro punto, è un paradosso il fatto che, i giovani europei conoscano più la cocaina che gli usi rituali della foglia di coca. In vari paesi europei il mercato ha conseguito l’obiettivo di diminuire l’età di inizio del consumo di cocaina ai tredici e quattordici anni. Allo stesso tempo si pretende di proibire il mambeo, l’uso tradizionale della coca e il posto sacro che occupa nelle diverse culture ancestrali, la cui conoscenza potrebbe evitare a migliaia di giovani l’inferno della dipendenza.
Viviamo in un’epoca di paradossi, dove la foglia di coca è stata criminalizzata mentre la cocaina circola anche per le strade dell’ultimo paese europeo e si può comprare un grammo per 50 o 60 euro. In Europa siamo abituati a chiamare la cocaina Coca e questo ha reso difficile la comunicazione che permette di conoscere la sacra foglia di coca e le sue qualità. Nel Senato della Repubblica abbiamo fatto una conferenza stampa con i senatori di Rifondazione Comunista in occasione della quale abbiamo offerto foglie di coca, te e biscotti di coca, dimostrando la loro bontà.
Se si prende in considerazione che poco tempo fa c’è stata un’inchiesta sull’alto numero di deputati che in Italia consumano cocaina, si può vedere l’enorme ipocrisia che regna in questo tema.  Perseguire gli usi rituali e consumare la sostanza chimica che tanto potere economico mafioso genera, o essere così ignorante da pensare che la foglia di coca è come la cocaina…
Poco tempo fa un parlamentare dell’UDC, un partito che è nel centro dello scenario elettorale, acerrimo difensore della chiesa, della famiglia, della proprietà, del dovere, che si rifiutava di fare una legge di riconoscimento dei diritti degli omosessuali, e che demonizzava la droga, è stato trovato in un albergo a cinque stelle con cocaina e prostitute…
Un’ipocrisia enorme. Siamo l’unico paese dove il Papa può entrare ogni giorno nella politica italiana ed obbligare i partiti a cambiare posizione. E’ una vergogna! In questo senso siamo una colonia del Vaticano. Non abbiamo la maturità per creare una politica propria. Siamo molto indietro nel rispetto dei diritti civili in confronto agli altri paesi europei.
In Spagna si sono riconosciuti i diritti degli omosessuali, in Italia no, perché Nazinger, no scusa , Ratzsinger, in quanto capo della Sacra Inquisizione, ha detto di no, ed in questo lo ha appoggiato la Conferenza Episcopale Italiana, che è più potente di un partito. Manipolano i partiti della destra ed anche il partito della sinistra perché adesso essi prestano molta attenzione a quello che dice la Chiesa. Mi sembra però che sia la Conferenza Episcopale che il Papa debbano discutere di religione. O mi sbaglio?
Quindi il mio paese è un paese chiuso. Il Vaticano, la Mafia e gli interessi nordamericani, con le basi militari e le mire economiche, si sono appropriati del nostro paese. Dicono che siamo una democrazia e che facciamo parte del primo mondo. Tutto questo è così strano!

Héctor Arenas Amorocho
Giornalista Indipendente colombiano.