APPELLO Per ROSARNO: Troppa (in)tolleranza E Nessun Diritto

APPELLO per ROSARNO: Troppa (in)tolleranza e nessun diritto

– Esplode una bomba annunciata a Rosarno, uno dei ghetti del profondo Sud d’Italia. Migliaia di migranti sfruttati nei campi, costretti a vivere in condizioni disumane, ridotti in schiavitù e infine perseguitati e deportati.. È una tragedia annunciata perché si ripete, a distanza di un anno, una rivolta fomentata dall’odio razzista e dalla ‘ndrangheta: sparano sui giovani africani che non si piegano, su quelli che provano ad affermare i propri diritti più elementari, un lavoro dignitoso, una casa e i servizi minimi, la propria esistenza. È una tragedia annunciata perché negli ultimi dieci anni le condizioni di vita degli stranieri che lavorano sulla Piana di Gioia Tauro sono peggiorate progressivamente, nell’assenza quasi totale delle istituzioni locali e nazionali. È una tragedia annunciata perché le voci di denuncia e di protesta delle associazioni, dei movimenti, dei rosarnesi e calabresi sensibili sono state sottovalutate.


-Si tratta di una emergenza umanitaria di gravi proporzioni. Il destino già precario di più di 2mila persone è, se possibile, ancora più incerto e drammatico. Dopo i mesi di dura fatica nelle campagne, per pochi euro, dopo le continue minacce e le continue violenze,  ai migranti di Rosarno tocca subire lo sgombero, l’allontanamento coatto verso nuove situazioni d’emergenza, senza un futuro possibile. Una misura estrema che rivela il fallimento dello Stato: se non si è riusciti a garantire condizioni minime di sopravvivenza ai lavoratori stranieri, se non si è riusciti a contenere le reazioni razziste e la violenza cieca della popolazione locale, adesso occorre assicurare un futuro agli africani di Rosarno.

-Ma quello che è accaduto sulla Piana di Gioia Tauro è sono soltanto l’ennesimo segnale della grave condizione di disagio e di mancanza di diritti dei cittadini immigrati in Italia. A pochi mesi dall’approvazione del pacchetto sicurezza, si determina sempre più concretamente un contesto sociale dove i più deboli, gli invisibili sono merce da sfruttare. Sono le politiche securitarie del governo a determinare la clandestinità di centinaia di migliaia di persone. E la clandestinità è troppo spesso un comodo strumento di sfruttamento per le centinaia di aziende che reclutano manodopera a nero, in tutto il Paese. Le gravissime dichiarazioni del ministro Maroni sono un alibi per gli imprenditori senza scrupoli.

-Ciò è ancor più vero nel Sud del Paese. In Campania, in Sicilia, In Puglia e in Calabria l’economia agricola si basa essenzialmente sulla manodopera straniera a basso costo, la forza-lavoro stagionale rappresentata dai migranti è indispensabile durante la raccolta di frutta, verdura e ortaggi. Ma è proprio dove servono di più che ai migranti si negano i diritti più elementari: lavorano e vivono come fantasmi, senza vie di fuga. È un sistema: i braccianti stranieri vivono condizioni del tutto simili nel nostro Mezzogiorno, seguendo le rotte stagionali dei campi che vanno dal Tavoliere a Castel Volturno, da Sibari a Rosarno fino a Cassibile.

-Ed è qui che si inserisce la questione mafiosa. Sono le organizzazioni criminali a gestire i traffici di esseri umani, sono le mafie a controllare le campagne, a spremere la forza-lavoro straniera e a guadagnarci. Lo dicono le tante inchieste della magistratura sui territori, che colpiscono però la manovalanza criminale (spesso essa stessa straniera) senza individuare il livello superiore. Nel Sud del Paese, le politiche securitarie giocano a favore delle organizzazioni mafiose: un salto indietro di oltre 60 anni, quando il caporalato era la forma tipica di organizzazione del lavoro agricolo.

-Serve chiarezza su quando è accaduto a Rosarno. Una protesta scoppiata per voci incontrollate diffuse tra gli immigrati e alimentata da false notizie circolate tra gli abitanti quando ancora il bilancio si limitava ad alcuni feriti non gravi e danni alle cose. Sono gravi le parole pronunciate dal commissario prefettizio di Rosarno, che è Comune sciolto per mafia, il quale ipotizza un collegamento tra la rivolta dei migranti e  la bomba in procura: la ‘ndrangheta avrebbe creato un diversivo per distogliere l’attenzione da Reggio Calabria. Parole gravi che non possono passare sotto silenzio. Parole ancora più gravi quelle di Maroni, che invoca il pugno duro contro i clandestini mentre a Rosarno è in corso la “caccia al nero” a colpi di fucile.

-Per questi motivi siamo solidali coi migranti di Rosarno: contro tutto ciò ribellarsi è giusto e rivendicare dignità è un diritto.

L’APPELLO

-Il caso Rosarno è dunque un caso nazionale. Perché è un prodotto delle politiche sulla sicurezza e un episodio del generale clima di intolleranza che si respira in Italia, perché è un caso umanitario, perché  è un episodio dello sfruttamento comune che si registra nelle campagne del Sud, perché è un prodotto della questione meridionale, perché si interseca con la questione mafiosa, perché occorre ripristinare l’agibilità politica e democratica in Calabria.

-Occorre sostenere una mobilitazione nazionale, che attraversi in particolare il Mezzogiorno, per ridare forza ai movimenti locali. Una mobilitazione il più larga possibile, che coinvolga le associazioni e i partiti, i sindacati e le organizzazioni di massa, le realtà territoriali, la chiesa, i movimenti, i cittadini e le cittadine che dicono no al razzismo.

– La tutela dallo sfruttamento sul lavoro e dai rischi che questo comporta e le politiche dell’accoglienza sono la vera garanzia della sicurezza sociale. Per questo motivo chiediamo la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari a tutti i migranti di Rosarno. Lanciamo una vertenza per il riconoscimento automatico del permesso di soggiorno per gli stranieri che lavorano in agricoltura. E chiediamo una sanatoria generalizzata che salvaguardi la vita di migliaia di cittadini sfruttati e soggiogati dalle mafie che gestiscono la compravendita di forza lavoro.
 
Comunità Migranti e Associazioni Antirazziste di Roma

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Alleghiamo di seguito anche l’appello diffuso dall’associazione daSUD
ANTIMAFIA
Un movimento verso Rosarno. Tutti insieme

 
La ‘ndrangheta è stata protagonista dei fatti di Rosarno. Chi nicchia o lo nega è in malafede o non capisce nulla di ciò che accade in Calabria. La ‘ndrangheta domina: lo dice (persino in tv) e lo dimostra sul campo. La ‘ndrangheta ha stracciato la democrazia: è questo che rende Rosarno un caso nazionale. Che ci interroga tutti, travolgendo ogni paradigma valido fino a ieri. È la ‘ndrangheta ad avere guidato la «caccia al negro» e la manifestazione del comitato civico (nella quale non ha avuto cittadinanza lo striscione antimafia degli studenti) ne è solo una conferma. In paese nessuno protesta, chi lo fa viene isolato. La gente abbassa la testa, per paura o ignavia, perché è sola. Ecco perché chi rivendica diritti e chiede di essere pagato è vissuto come un nemico da colpire. È una questione di prestigio: chi controlla il territorio ha vissuto la rivolta come una lesa maestà, cavalcando la rabbia dei cittadini impauriti.

Che esista un collegamento con la ‘ndrangheta l’ha ipotizzato anche il commissario prefettizio di Rosarno dicendo che la rivolta potrebbe essere un diversivo voluto dai clan per distogliere l’attenzione dalla bomba alla procura generale di Reggio Calabria. Quello che è certo è che in Calabria la classe dirigente è sotto schiaffo, le cosche comandano nei partiti, le spinte per influenzare il voto delle regionali sono fortissime, lo Stato non ha mai fatto sentire la sua presenza.
 
Non che non esista l’elemento razzista. Anzi, il razzismo c’è, è forte e rappresenta la benzina su cui divampa il fuoco della subcultura mafiosa. Da questo binomio dobbiamo partire per fare analisi e ragionare sul “che fare” oggi che di Rosarno si parla in tutto il Paese, che siamo alla vigilia dell’assemblea nazionale antirazzista del 24 gennaio e della prima edizione dello sciopero dei migranti del primo marzo.
 
L’associazione daSud ha aperto la sua sede romana a una sorta di assemblea permanente (con associazioni, partiti, movimenti, centri sociali, artisti) per tenere alta l’attenzione su Rosarno (dopo le arance insanguinate a piazza Navona ci prepariamo al sit-in davanti alle prefetture il 19 gennaio) e, da lì, sulla malintesa voglia di sicurezza di questo Paese. Rilanciando una mobilitazione nazionale sui temi dell’antirazzismo e contro il lavoro nero (che sia «il più larga possibile», si legge nell’appello diffuso via web), che coinvolga associazioni, partiti, sindacati e realtà territoriali, la chiesa e i comitati nati su internet, che lavori a una rete nazionale di solidarietà e alla costruzione di «un movimento capace di dare un segnale forte sul caso Rosarno, radicare il dissenso, progettare l’accoglienza».
 
Su queste linee si possono trovare modi e tempi per stare tutti nella stessa battaglia: valorizzando le vertenze dei migranti, le differenze e i nuovi linguaggi, disinnescando gli interessi particolari, mettendo a disposizione (a partire dalle organizzazioni di massa) tutte le forze in campo. C’è voglia di partecipazione e abbiamo il dovere di non tradirla. Insieme.
 
Il quadro nel Paese non è immutabile. Neppure a Rosarno o nella Piana di Gioia Tauro, terre di grandi lotte popolari e bracciantili, del primo movimento antimafia italiano, di martiri (come il dirigente del Pci Peppe Valarioti, ucciso nel 1980 a Rosarno), di sindaci coraggio (come Peppino Lavorato), di persone capaci di stare vicine ai migranti anche in queste ore. Occorre lavorare su più livelli e sostenere lo sforzo, immaginando all’orizzonte una presenza nazionale a Rosarno – costruita con il contributo fondamentale delle energie locali – per restituire l’agibilità democratica a quel territorio. A Rosarno, paradigma di questo Paese.
 
 
Celeste Costantino e Alessio Magro
Associazione daSud

PROSSIMI APPUNTAMENTI:

19 gennaio – ore 16.00 : piazza santi Apostoli  c/o Prefettura

24 gennaio : c/o De Lollis Occupato – Via De Lollis n° 6