India: Il Trionfo Del Congress E La Batosta Delle Forze Di Sinistra

India: il trionfo del Congress e la batosta delle forze di sinistra

congress india«Il popolo indiano ha parlato in modo chiaro», ha commentato Sonia Gandhi, e non c’è che dire: sono smentite le previsioni della vigilia, che parlavano di «parlamento appeso» e maggioranze non decisive. Ha ammesso la sconfitta il maggiore partito dell’opposizione, Bharatiya Janata Party (Bjp), «Partito del popolo indiano»: si è fermato a un centinaio di seggi (ne aveva 138), e l’insieme dalla sua coalizione (Alleanza nazionale democratica, Nda) si attesta sui 154. I risultati non sono ancora definitivi, ma il quadro è chiaro.

Anche il «terzo fronte» è sconfitto – è chiamato così in India un insieme di partiti di sinistra e regionali. Ridimensionato il Partito comunista (Cpi-m), che pure ha un’influenza considerevole e governa in due stati indiani, il Kerala e il Bengala occidentale. Ridimensionati anche partiti come il Bsp di Mayawati Kumar, la donna che ha saputo fare dei dalit (i fuoricasta, a cui appartiene) una forza politica. Ma il suo tentativo di rappresentare i «poveri» e le minoranze e proporsi come partito nazionale non è riuscito, Mayawati ha perso seggi (a favore del Congress) perfino dello stato del’Uttar Pradesh, la sua roccaforte. «È una sconfitta per la politica delle identità e della casta, e questo è un elemento positivo» commenta Praful Bidwai, giornalista e autore di libri e saggi sulla politica nucleare indiana.

 

Il successo di Rahul

Dunque il premier Manmohan Singh si prepara a un nuovo mandato di governo: e sebbene il Congress non arriva a formare un «monocolore» (servirebbero 270 seggi), certo Singh non avrà difficoltà a mettere insieme una coalizione stabile. Lo stesso primo ministro ieri ha ringraziato gli elettori, e ha aggiunto: «Rahul Gandhi dovrebbe entrare nel governo». Rahul Gandhi, il figlio di Sonia e del defunto ex premier Rajiv Gandhi, la quinta generazione della famiglia più strettamente identificata con le sorti dell’India: a lui molti attribuiscono il successo elettorale del Congress. «Il suo tentativo di rinnovare il partito, introducendo elezioni interne e facendo emergere nuovi quadri, è forse la novità politica più interessante dell’ultimo anno», commenta Tejbir Singh, direttore di Seminar, autorevole magazine di indagine politica e sociale.

Certo è curioso sentire un signore dal nome illustre dire «basta con il sistema che per entrare in politica devi essere figlio di qualcuno». E però «sta di fatto che proprio una persona così può dirlo», mi dice Singh. «Non è facile cambiare un sistema consolidato, la vecchia guardia non cede volentieri i suoi privilegi. Ora questo successo elettorale gli dà ragione, e premia anche la decisione di far correre il Congress da solo, senza alleanze elettorali salvo in alcune situazioni locali. Si è sottoposto al giudizio degli elettori, e ne è uscito più forte».

Il Congress è stato premiato, ragiona Singh, anche perché quella «democratizzazione» non riguarda solo la vita interna di un partito, per quanto importante, ma allude a un modo di intendere la politica e la cittadinanza. Durante la campagna elettorale abbiamo sentito Rahul Gandhi parlare di un’India urbana e una rurale dove non arrivano i benefici della crescita economica. Abbiamo sentito candidati del Congress pronunciare parole come secolarismo, sviluppo, redistribuzione, rivendicando le misure sociali varate dal governo di Manmohan Singh: un programma per un minimo garantito di reddito rurale, il piano per condonare il debito degli agricoltori. «Bisogna riconoscere a Sonia Gandhi di aver rimesso le politiche sociali al centro del programma del Congress», commenta Singh. E poi non solo, « ha ripreso il discorso della laicità, e anche di questo bisogna darle atto». Già, anche la parola secularism è stata molto pronunciata, nella campagna elettorale: e qui non si intende solo la laicità dello stato, inscritta nella Costituzione indiana, ma la sua capacità di garantire piena cittadinanza di tutte le comunità, fedi e culture che compongono il paese. È l’opposto di una politica basata sulle identità religiose, qui chiamata «comunalismo».

Il successo elettorale del Congress dunque è una sconfitta per le forze politiche della «hindutva», o «indi-ità»: l’ideologia che fa appello alla «supremazia» della cultura (e religione) hindu su ogni altra componente del paese, a cominciare dalla sua forte minoranza musulmana (il 12% della popolazione, circa 150 milioni di persone). E la principale espressione politica di quella ideologia è il Bjp, emerso sulla scena politica sull’onda di una campagna antimusulmana e di «orgoglio hindu» lanciata nel 1992. «L’induismo è una cultura e un modo di vivere, prima ancora che una religione, e il Bjp ha riformato l’induismo forzandolo in una identità unitaria, ne ha fatto uno strumento politico», spiega Singh. L’operazione ha pagato, negli anni ’90: il Bjp ha ampliato la sua base, ha cercato di distanziarsi dalla sua origine di «partito della hindutva» e presentarsi come una forza conservatrice moderata, il partito della grandezza nazionale.
Il nazionalismo e Google

In questa campagna elettorale, il Bjp ha inalberato lo slogan «Un governo deciso, un leader determinato», e ha proposto come premier il suo anziano leader Lal Krishna Advani. Puntava a prendere il voto di «cittadini insoddisfatti dal governo degli ultimi 5 anni», ci ha detto Sudheendra Kulkarni, deputato uscente del Bjp e suo portavoce. L’ho incontrato nell’ufficio «campagna digitale» del Bjp, nella dépendance della residenza privata di un deputato del partito, un lussuoso bungalow immerso nel verde della parte monumentale di New Delhi: qui ha coordinato un gruppo di creativi e professionisti dei media in una campagna fatta di sito web, blog, video su youtube, e di una partnership con Google. Nei suoi messaggi, il Bjp accusava il governo del Congress di avere «un approccio debole sul terrorismo», e il primo ministro di essere debole, «il burattino di un’altra persona» (riferimento a Sonia Gandhi, che il Bjp spesso addita come «una straniera»). Per il resto, la campagna del Bjp è stata piena di promesse di «buon governo, sicurezza, sviluppo». Non a caso, la sua figura emergente è Narendra Modi, da due mandati consecutivi chief minister (capo del governo) dello stato occidentale del Gujarat: è accreditato come il capo di un governo efficiente, trasparente, non corrotto, che ha saputo attrarre investimenti: l’ultimo è stato quello della Tata, che ha trasferito in Gujarat la produzione della macchina Nano fuggendo dal conflitto di Singur, nel Bengala occidentale. Narendra Modi è anche il chief minister che nel 2002 ha permesso l’esplosione di una violenza inaudita contro i musulmani nel suo stato, con migliaia di persone uccise in una serie di pogrom pianificati da organizzazioni della «hindutva». Due settimane fa la Corte suprema ha riaperto il dibattito su quelle «sommosse» ordinando un’inchiesta sulle responsabilità di Modi

«Non credo che quell’inchiesta sarà un problema per la carriera politica di Narendra Modi», ha commentato sprezzante Kulkarni: «Non è responsabile di quelle sommosse e ha dato al Gujarat un buon governo». Modi però resta in attesa: il risultato del voto oggi dice che il Bjp non è riuscito a consolidare la sua immagine di partito conservatore moderato e moderno, e che gli indiani hanno scelto forze non comunaliste.

LA BATOSTA DEL FRONTE DELLE SINISTRE

di Marina Forti, uscito su IL MANIFESTO del 17.05.09

«Non avevamo previsto una batosta simile», ha ammesso ieri Sitaram Yechuri, membro del comitato centrale del Partito comunista indiano (il Cpi-m, il maggiore dei due partiti comunisti indiani). Una vera batosta: il Fronte delle sinistre, di cui il Cpi-m è la forza portante, sembra attestato su una ventina di seggi nel prossimo Lok Sabha, il parlamento nazionale. È il risultato peggiore da trent’anni, cioè da quando il Fronte delle sinistre è al governo di due stati importanti, il Bengala occidentale e il Kerala, nel sud. E sono i due stati in cui ha perso seggi: in Bengala occidentale avrà una quindicina di seggi (ne aveva 35), in Kerala forse 4 (contro 19). «Non abbiamo saputo presentarci in modo credibile agli elettori», continua Yechuri: ora nel partito «comincerà un’introspezione», una analisi interna, autocritica. O resa dei conti, perché già alcuni dirigenti chiedono le dimissioni di Prakash Karat, il segretario generale.
Nei primI commenti però i dirigenti comunisti respingono l’idea che il Cpi-m abbia pagato nelle urne gli errori commessi proprio dove sono al governo: la lacerazione del partito in Kerala, dove sono volate accuse di corruzione. E poi i conflitti in Bengala occidentale, dove il Cpi-m al governo non ha saputo venire a patti con le proteste popolari contro le requisizioni di terre per fare spazio a nuove «zone economiche speciali». I casi di Nandigram e di Singur sono stati sanguinosi, e hanno alienato al governo comunista molti consensi: era inevitabile che il Cpi-m lo pagasse nelle urne.

Il Cpi-m aveva fatto campagna elettorale con un obiettivo: formare un governo «non Congress e non Bjp», ci aveva detto la signora Subashini Ali, membro del comitato centrale (e segretaria della All India democratic women association, l’organizzazione feminile di questo partito che mantiene tute le forme classiche del partito di massa). «Un governo che faccia una politica popolare e non neoliberista». Eppure nella legislatura passata il Cpi-m aveva sostenuto il governo di Manmohan Singh. C’era una piattaforma comune, spiega Ali, «e soprattutto era l’opportunità per mettere fine ai sei anni di governo della destra nazionalista». L’esperimento è fallito «perché il Congress è rimasto sostanzialmente fedele alle politiche neoliberiste di sempre, e si è messo nel campo americano». Ma come, e politiche come il reddito rurale garantito? «Quella è un’ottima misura, ma è stata realizzata solo in parte, andrebbe estesa: invece ha trovato la resistenza dei proprietari terrieri, perché così i braccianti hanno qualche potere contrattuale in più. E poi, prendi il sistema di sovvenzioni sul cibo: i prodotti alimentari a prezzo calmierato vanno solo a una piccola parte di coloro che ne hanno bisogno perché la “soglia di povertà” è definita in modo troppo basso. Il programma per alleggerire il debito degli agricoltori? Ottimo, ma riguarda solo le banche, mentre la gran parte dei contadini sono in mano ai prestadenaro privati». Queste, dice Subashini Ali, sono le critiche dei comunisti al passato governo del Congress.

Un anno fa il Cpi-m ha ritirato il suo apoggio al governo in realtà su un’altra questione, l’accordo di cooperazione nucleare cong li Usa. «Non credevamo nella “relazione speciale” con Washington», spiega Ali. Negli ultimi due giorni il Cpi-m ha fatto qualche apertura al congress (e viceversa). Il terreno potrebbe essere di nuovo quello dele politiche sociali – ora che il progetto di un governo del «terzo fronte», la coalizione dei partiti regionali più o meno progressisti, è stato sconfitto nelle urne.

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