Il Governo Colombiano Contro I Movimenti Indigeni

Il governo colombiano contro i movimenti indigeni

di Marica Di Pierri su Carta, il 16 Ottobre 2008

La Comosoc – che raggruppa al suo interno la Organizzazione nazionale indigena della Colombia [Onic], la Organizzazione popolare delle donne [Ofp], l’organizzazione Huellas Africanas, il movimento dei Cristiani per la pace, vari sindacati nazionali e altri ancora – aveva lanciato le mobilitazioni di ottobre per denunciare la drammatica situazione di violazione dei diritti umani che vive la popolazione colombiana e per lanciare un’iniziativa concertata tra i principali movimenti sociali per risolvere il conflitto interno che vive il paese.

Nel tentativo di scoraggiare e reprimere le mobilitazioni, durante le ultime due settimane sono stati assassinati 27 indigeni nei dipartimenti del Cauca, Nariño e Caldas. Le aggressioni hanno prodotto finora il ferimento di altre 28 persone, decine di sparizioni e centinaia di casi di minacce e intimidazioni contro i manifestati in diverse regioni del paese.

Pochi giorni fa il governo colombiano – per legittimare il ricorso alla repressione – aveva dichiarato lo stato di emergenza nonostante la palese insussistenza dei requisiti costituzionali previsti. A ben guardare, il provvedimento è servito a restringere diritti e libertà fondamentali rendendo passibili di condanna penale i partecipanti alle mobilitazioni.

Nella comunità de La Maria, nel Cauca, 15 mila indigeni sono accerchiati dall’esercito e la possibilità che l’accerchiamento si traduca in un massacro è purtroppo sempre più vicina. Tra di essi si trova Feliciano Valencia, uno dei principali leader del movimento indigeno del Cauca, che ha denunciato i metodi sanguinari utilizzati dalle forze armate contro la popolazione disarmata. Valencia ha lanciato un appello alla resistenza delle comunità assediate e alla solidarietà internazionale, chiedendo alla società civile e alle istituzioni colombiane e straniere di mettersi in moto per scongiurare il rischio di un bagno di sangue, garantendo il rispetto dei diritti umani nelle zone del paese insanguinate dalle repressioni governative.

Nel frattempo altre comunità sono state accerchiate in varie regioni del paese e al popolo U’wa, pronto a marciare, è stata impedita dal Battaglione Energetico e Vial numero 1 dell’esercito colombiano la partecipazione alla mobilitazione pacifica nel dipartimento di Boyacá. Gli attacchi dell’esercito si sono estesi ai dipartimenti del Chocò, Huila, Casanare, Guajira, Huila, Boyacà, Norte de Santander, Caldas e Risaralda accendendo focolai di conflitto attorno alle principali mobilitazioni in atto nel paese.

Si tratta dell’ennesima reazione violenta del governo colombiano di fronte a una mobilitazione sociale pacifica, che ha come obiettivo quello di lanciare una proposta unitaria di tutti i movimenti sociali per la costruzione di un futuro pace per la Colombia, da raggiungere attraverso le vie politiche e negoziali e non attraverso la militarizzazione e la repressione.

Com’è noto, la Colombia è uno dei paesi al mondo in cui più si violano i diritti umani, in cui vi è la percentuale più alta di omicidi politici, di leader sindacali e indigeni assassinati e dove maggiore è il numero degli sfollati interni, oltre quattro milioni. Una situazione insostenibile per le organizzazioni ed i popoli indigeni, 18 dei quali rischiano l’estinzione; per le organizzazioni dei diritti umani, per i giornalisti, per le organizzazioni sindacali, oltre 2500 sindacalisti uccisi negli quindici anni, per le associazioni di donne e per tutti coloro che sono impegnati per la difesa dei diritti umani e dell’ambiente e per il rispetto integrale dei diritti della persona.

I fatti degli ultimi giorni sono di una gravità tale da aver stimolato immediate reazioni da parte di organizzazioni, movimenti e società civile di mezzo mondo. Per aderire alle iniziative di appoggio e solidarietà al popolo colombiano e per chiedere il rispetto dei diritti umani in Colombia.