Il Fracking E La Roccia Dei Mapuche

Il fracking e la roccia dei Mapuche

mapuche[Di D. Aranda su comune-info] Nel 2012, Cristina Fernández, coraggiosa presidente dell’Argentina, ha deciso di nazionalizzare Ypf sottraendola al controllo della spagnola Repsol. Con la stessa orgogliosa euforia, un anno dopo, brinda alla joint venture con Chevron per sfruttare enormi giacimenti di gas e petrolio attraverso la fratturazione idraulica, una tecnologia che potrebbe avvelenare per sempre immense riserve di acqua e provocare terremoti. All’avidità del modello estrattivo e del progresso si oppongono con tenacia poche donne e pochi uomini della Patagonia argentina. Sono i Mapuche, il solo popolo che non sia mai stato sconfitto dai conquistadores spagnoli. Un reportage scritto da Darío Aranda per la rivista Mu racconta come gli indigeni si preparano a resistere fino alle estreme conseguenze

 

Umaw Wenxu e Lefxaru Nawel sono konas, che in lingua mapuche significa «giovane guerriero». Entrambi hanno più o meno 25 anni e sono le voci del momento più politico del Wiñoy Xipantu, la cerimonia del ritorno dell’anno per il popolo mapuche. Circondati da pioppi centenari, a pochi metri dal fiume Limay, nel Neuquén, i kona leggono davanti a circa 500 persone disposte in cerchio che li guardano con attenzione: “Chevron è un’impresa in fuga che si rifugia in Argentina. Diciamo no alle multinazionali che uccidono il nostro territorio, diciamo no al fracking, lotteremo fino alle estreme conseguenze”, dicono i giovani con vigore e con il pugno alzato. La gente intorno erompe in un grido:

 

Marici weu!

Marici weu!

(Dieci volte vinceremo.

dieci volte siamo vivi).

 

Il Wiñoy Xipantu, una delle cerimonie più importanti per il popolo mapuche, ha reso esplicita una lotta che unisce i popoli originari e le organizzazioni sociali, una lotta che deve affrontare il governo nazionale, quello provinciale e le imprese multinazionali del petrolio.

 

L’esproprio verso Repsol

 

Le voci circolate nei giorni scorsi non hanno potuto evitare che la notizia rimbalzasse nelle redazioni e nel mondo imprenditoriale. Il 16 aprile del 2012 il governo argentino ha nazionalizzato il 51 per cento della Ypf, che prima era sotto il controllo della spagnola Repsol. Erano trascorsi venti anni dalla privatizzazione di Carlos Menem. Nel 1992, l’allora presidente aveva messo in mezzo alla strada migliaia di lavoratori, aveva rottamato l’impresa e l’aveva messa in vendita a un prezzo di occasione.

 

Le principali ragioni che ha sostenuto il governo argentino per la parziale nazionalizzazione sono state due: la mancanza di investimenti e il recupero della «sovranità energetica». “Nella distribuzione dei dividendi e nella mancanza di investimenti (stanno) le chiavi del perché oggi dobbiamo importare (idrocarburi)”, aveva segnalato la presidente Cristina Fernández de Kirchner, il 16 aprile del 2012 alla Casa de Gobierno.

 

Il giorno dopo, il ministro della programmazione economica, Julio De Vido, aveva ricordato che nel preventivo del pagamento andava calcolata anche la contaminazione degli ultimi venti anni, nove dei quali di governo kirchnerista. «L’ambiente non si mette in gioco come una lotteria e ha un prezzo. Dovranno pagare anche i presunti danni ambientali. Abbiamo già parlato con ognuno dei governatori perché liquidino, provincia per provincia, i danni ambientali che hanno fatto».

 

La contaminazione era stata denunciata, dalla fine degli anni Novanta, dalle comunità Payanemil e Kaxipayiñ, che abitano nel Neuquén, nella regione conosciuta con il nome di Loma la Lata, una delle maggiori riserve di gas dell’intera America latina. Nel dicembre del 2002 le comunità avevano scritto ai tre poteri dello Stato nazionale per esigere che venisse rispettato il diritto fondamentale di consultare la comunità, diritto vigente nella Costituzione del Neuquén, in quella nazionale argentina e nell’Accordo 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Diretta all’allora presidente Fernando De la Rua, al ministro dell’economia, Josè Luis Machinea, alla  Camera e al Senato e alla Corte suprema, la lettera esplicitava la contaminazione ambientale che la comunità stava già denunciando da un decennio e metteva in discussione la proroga delle concessioni fino al 2027.

 

I Mapuche non hanno mai avuto risposta.

 

Gabriel Cherqui, werkén, portavoce, della comunità Kaxipayiñ, accusa: «Il governo del Neuquén e quello nazionale hanno sempre difeso la Repsol, non gliene è mai importato nulla della contaminazione e di ciò che soffriva il popolo mapuche. Adesso, però, per convenienza economica, parlano di un passivo ambientale di 2 miliardi di dollari. Questa ipocrisia ci provoca molta indignazione».

 

Gas non convenzionale

 

Cinque mesi prima dell’esproprio, nel novembre del 2011, Repsol aveva annunciato la scoperta di quello che definì «la maggior riserva» di gas non convenzionale nella conca neuquina: il giacimento Vaca Muerta. Repsol aveva assicurato che le riserve arrivavano a «927 milioni di barili» e aveva diffuso la notizia come «la maggiore scoperta della sua storia».

 

L’avvenimento fu festeggiato dall’impresa e dal governo.

 

“Queste risorse trasformerebbero il potenziale energetico dell’Argentina e di tutto il Cono Sud, con una delle accumulazioni di risorse non convenzionali più importanti del mondo”, aveva sottolineato Repsol. Cinque mesi più tardi, l’impresa spagnola allontanata aveva denunciato che il motivo della nazionalizzazione, da parte del governo, era stato proprio prendersi Vaca Muerta.

 

L’aspetto messo a tacere

 

Il gas e il petrolio dei giacimenti non convenzionali si trovano depositati in una “roccia madre”. Per estrarli, è necessaria la fatturazione idraulica, una tecnica più conosciuta con il suo nome inglese: fracking. Un processo che utilizza grandi volumi di acqua e agenti chimici, i quali con la pressione rompono la roccia e, attraverso il pompaggio, estraggono l’idrocarburo. È una tecnica messa in discussione a livello internazionale, soprattutto per la possibile contaminazione delle falde sotterranee.

 

Il fracking è stato proibito in Francia (2011), in Bulgaria (2012) e in alcuni Stati del Canada, della Svizzera, degli Stati Uniti, del Sudafrica e dell’Australia. Nel dicembre 2012, Cinco Saltos, una città della provincia del Rio Negro, è stata la prima a proibire, mediante ordinanza municipale, la tecnica della fratturazione idraulica.

 

Restano però altri casi: Diamante, Colón, Concepción del Uruguay e San Jaime de la Frontera (Entre Rios) San Carlos, Tupungato e General Alvear (Mendoza).

 

Apache, la prima impresa

 

L’impresa petrolifera statunitense Apache Corporation è presente in Australia, Stati Uniti, Egitto, Regno Unito, Canada e Argentina. È stata la prima a praticare il fracking in Argentina. Nel 2011, nel territorio mapuche della comunità Gelay Ko, situato nei dintorni di Zapala, ha realizzato la prima perforazione in America latina con la tecnica della «multifrattura orizzontale», una delle forme del fracking.

 

Apache è riuscita a dividere la comunità indigena. Un settore, quello che fa riferimento a Silvia Claleo – assunta dall’Istituto nazionale degli affari indigeni nella Direzione della riaffermazione dei diritti – , si è accordato con l’impresa. Un altro settore, quello di cui è stata leader la giovane Cristina Linkopan, ha preteso il rispetto del diritto alla consultazione delle comunità, che deve essere precedente e informato.

 

Linkopan, trent’anni, madre di quattro bambine, è morta il 14 marzo scorso. Il certificato di morte dice che ha avuto un arresto cardio-respiratorio prodotto da ipertensione polmonare. «La sua salute si è molto deteriorata negli ultimi anni, lo stesso è accaduto a tutta la sua famiglia, che vive in un luogo circondato da impianti petroliferi dove non c’è più acqua potabile ed esiste una contaminazione permanente dell’aria e della terra. Cristina ha dedicato tutta la sua breve vita a proteggere la salute della sua gente dalle sofferenze prodotte dall’avidità che le imprese del petrolio stanno generando nella zona centrale della provincia», ha ricordato il comunicato della Confederación mapuche del Neuquén. Per poi aggiungere che Linkopan si è messa alla testa della comunità, «per guidare una lotta a difesa del territorio nei confronti dell’impresa Apache e della nuova tecnologia dell’idro-frattura». «E’ stata nella sua comunità Gelay Ko che si è realizzato il primo pozzo con questa metodologia, la stessa che ora sta distruggendo la provincia. Ed è stato grazie alla lotta di Cristina che nel suo territorio non si è più scavato alcun pozzo. Questo è il suo lascito. La difesa del waj mapu, l’acqua e la salute di tutta la popolazione», sostiene il comunicato che porta la firma del lonko (autorità tradizionale dei Mapuche, ndt) Elias Maripan. Il testo dei Mapuche segnala che la morte di Cristina è stata segnalata alla Procura di Zapala, ed esige che “ora si protegga la salute della famiglia Linkopan e delle altre della comunità”. Chiede poi che si realizzino gli esami medici necessari a determinare lo stato di salute delle famiglie e le conseguenze della presenza degli impianti petroliferi.

 

«La nostra principale esigenza nei confronti delle imprese e dello Stato è che si fermi la contaminazione nei territori della comunità, nelle falde acquifere di Zapala e nei fiumi di Neuquén», dice la Confederación e conclude con un avvertimento: «Per ciascuna di noi che cade, dieci si alzeranno. Marici Weu! Vinceremo dieci volte! Vive dieci volte Cristina Linkopan!».

 

Niente miracoli

 

Auditorium della Facoltà di Scienze mediche dell’Università nazionale di Rosario. Secondo Congresso latinoamericano della salute socioambientale. Parla Eduardo D’Elia, ingegnere petrolifero, che ha lavorato 25 anni per Petrobras nelle province patagoniche del Chubut e di Santa Cruz, una vita tra i pozzi dell’estrazione. Attualmente D’Elia fa parte dell’Assemblea ambientale di Rio Gallegos. Avverte: «Due sono i rischi principali: Uno è il collegamento del petrolio e del gas con le falde acquifere, una cosa probabile, che è già successa negli Stati Uniti ed è irreversibile. L’altro sono i terremoti che provocano le esplosioni sotterranee». L’ingegnere chiarisce che il fracking  è una tecnica conosciuta da decenni ma che si utilizza solo da dieci anni negli Usa e che non esistono ancora studi che possano certificare la sua sicurezza ambientale. «L’Agenzia di protezione ambientale degli Stati Uniti concluderà alla fine del 2014 una ricerca sul tema”, spiega D’Elia. “Sappiamo che è una tecnica tremendamente aggressiva, che distrugge la roccia al di sotto di una formazione geologica e che potrebbe avere enormi conseguenza ambientali», assicura. Intanto ricorda che i piani di Ypf per il fracking abbracciano non solo le province interessate dal petrolio ma anche regioni in cui non ci sono mai state attività legate agli idrocarburi. La principale preoccupazione è per l’Acquifero Guaraní. «Lì c’è il 20 per cento di tutta l’acqua del Sudamerica. Se entra in contatto con gli idrocarburi, il danno sarà irreversibile. Lo stesso accadrà, chiaramente, con altre falde. È più che probabile che si verifichi un disastro», avverte l’ingegnere, una vera e propria pecora nera del suo campo che conosce bene il settore dall’interno. Per Mu, gli domandiamo cosa pensa del fatto che Vaca Muerta sarà sfruttata da Ypf e da Chevron. D’Elia si fa una grande risata, da un tiro alla sua sigaretta, espelle il fumo e sorride. Poi ci domanda, a sua volta: «Tu ti lasceresti operare da un medico che non ha mai fatto un intervento chirurgico e da un altro le cui pratiche di frequente uccidono? Non credo, vero? Bene, Ypf non ha mai fatto fracking. Chevron ha fatto un disastro in Ecuador, ha danneggiato 30 mila persone. È questa bella coppia che opererà a Vaca Muerta. Non possiamo sperare nei miracoli».

 

Unità latinoamericana

 

Dalla parziale nazionalizzazione, Ypf  ha cominciato un giro di consultazioni e negoziati con grandi imprese petrolifere per sfruttare Vaca Muerta. Ha avuto incontri pubblici con la messicana Pemex, la russa Gazprom, la venezuelana Pdvsa, la brasiliana Petrobras, la cinese National Offshore Oil Corporation, tra le altre. Soprattutto, però, ha trattato con la statunitense Chevron.

 

Chevron-Texaco ha operato per 26 anni nell’Amazzonia ecuadoriana. Questi sono alcuni dati provati in un processo da un Tribunale dell’Ecuador:

 

  • Spargimento di 103 milioni di litri di petrolio grezzo
  • Versamento di 63 miliardi di litri di acque tossiche nei fiumi e nei laghi
  • Contaminazione di 480 mila ettari di territorio
  • Danneggiamento di 30 mila persone
  • Dopo venti anni di processi, riconosciuta colpevole del delitto di contaminazione, è stata condannata in primo e secondo grado (2011 e 2012) al pagamento di 19 miliardi di dollari
  • Prima dell’emissione della sentenza, Chevron ha ritirato tutte le sue sostanze in Ecuador
  • Le denunce chiedono l’embargo sui suoi beni in una decina di paesi

 

Nel novembre 2012, in Argentina, il giudice civile Adrian Elcuj Mirando ha accolto la richiesta dei tribunali ecuadoriani per un embargo preventivo di 19 milioni di dollari sui beni dell’impresa Chevron. La multinazionale ha fatto ricorso in appello ottenendo però un autogol: La Corte d’appello civile ha confermato l’embargo nel gennaio del 2013.

 

Intanto, Chevron ha cominciato una trattativa pubblica con Ypf per operare a Vaca Muerta. Nel tira e molla, ha sempre fatto capire che il suo promesso investimento arriverebbe solo dopo il ritiro dell’embargo.  Nel marzo scorso, il presidente dell’Ypf, Miguel Galuccio, ha reso pubblica una lettera agli avvocati dell’accusa e, di conseguenza, ai danneggiati in Ecuador, accusandoli di presunti danni nei confronti degli interessi argentini. “Le misure da voi promosse sono assolutamente pregiudiziali per l’Argentina e potrebbero avere un effetto negativo sugli investimenti nel paese (…). Il solo modo di evitarci un enorme danno è il ritiro di tali misure nella Repubblica Argentina”. Galuccio non ha fatto menzione dell’inquinamento in Ecuador né dei danni sulla salute, e nemmeno dei procedimenti giudiziari che hanno condannato la multinazionale socia di Ypf.

 

La fiducia di Chevron

 

Ypf e Chevron hanno firmato il 15 maggio un pre-accordo per lo sfruttamento di Vaca Muerta. Dopo un’escursione nel Neuquen, il presidente di Ypf, Miguel Galuccio, e il presidente della Chevron America latina, Ali Moshiri, hanno firmato un’intesa per un investimento di 1,5 miliardi di dollari. «Abbiamo preso un forte impegno,  insieme a Chevron costituiremo la prima joint venture con un investimento importantissimo per far progredire lo sviluppo dello scisto», ha segnalato Galuccio con un comunicato della Ypf che citava anche la multinazionale Usa: “Chevron ha fiducia che si possa arrivare presto a un accordo definitivo per poter contribuire al fatto che l’Argentina torni a essere un paese autosufficiente ed esportatore dal punto di vista energetico”. I due manager hanno annunciato che l’accordo finale sarà firmato il 16 luglio.

 

Giustizia legittima

 

Il procuratore capo Alejandra Gils Carbó ha assunto il suo incarico nell’agosto del 2012. Tra le sue funzioni, c’è quella di «promuovere l’attuazione della giustizia in difesa della legalità e degli interessi generali della società”. Gils Carbó è uno dei punti di riferimento del movimento che si è autodenominato Justicia Legitima. Il movimento ha come obiettivo centrale la promozione delle riforme nel conservatore, corporativo ed eterno potere giudiziario. Sostiene, dunque, quella che il potere esecutivo ha chiamato “democratizzazione della giustizia», con un pacchetto di leggi che ha visto la contrapposizione della Presidente Fernández de Kirchner con la Corte suprema di giustizia.

 

Il 22 maggio Gils Carbó si è pronunciata a favore della Chevron e ha sollecitato il ritiro dell’embargo per la contaminazione in Ecuador. «Il caso riveste gravità istituzionale. Le pastoie di un embargo (…) per soggetti che sviluppano un’attività di riconosciuto interesse pubblico come l’esplorazione e lo sfruttamento di idrocarburi, potrebbe produrre un pregiudizio irreparabile», ha indicato l’esponente di Justicia Legitima.

 

Tredici giorni dopo, il 4 giugno, la Corte suprema di giustizia si è pronunciata in sintonia con le richieste del governo nazionale, dell’Ipf e della Chevron: ha tolto l’embargo di 19 miliardi di dollari che gravava sull’impresa condannata dalla giustizia dell’Ecuador.

 

La Confederación de las Nacionalidades Indigenas del Ecuador (Conaie) ha emesso un comunicato, insieme al Premio Nobel per la pace, Adolfo Pérez Esquivel, diretto “al popolo argentino”. Il testo denuncia: “L’azione della Corte permette l’impunità a una delle imprese petrolifere più criticate nel mondo per la violazione dei diritti umani, collettivi e ambientali, un’impresa che ha la sua faccia più perversa in Ecuador, dove in 30 anni di attività ha devastato in modo intenzionale 480 mila ettari di foreste amazzoniche provocando la morte, la distruzione e la deportazione di migliaia di indigeni e coloni”.

 

La Conaie attacca in particolare il presidente del Tribunale, Ricardo Lorenzetti, un esperto in diritto ambientale. “La Corte suprema argentina ha fatto giurisprudenza contro il popolo argentino ma anche contro tutto quello latinoamericano. Ci sentiamo profondamente defraudati per questa decisione, che avrebbe potuto dare un contributo affinché le nostre nazioni dimostrassero sovranità e dignità di fronte alle multinazionali”, sostiene una delle più forti organizzazioni indigene del continente. Firmato dal presidente Humberto Cholango, il comunicato segnala che si tratta di “un passo falso” e avverte che gli indigeni continueranno a lottare finché sarà fatta vera giustizia.

 

Cambiare il nome

 

Una settimana dopo il pronunciamento della Corte suprema, il 12 giugno, in una teleconferenza tra Neuquén e la capitale federale – realizzata in occasione dell’inaugurazione delle opere su giacimenti non convenzionali -, il governatore Jorge Sapag ha proposto di cambiare il nome Vaca Muerta in Manantial Andinos (Sorgenti Andine, ndt). La presidente Fernández ha celebrato la mossa geniale e ha raddoppiato la posta: «serve una denominazione positiva: Vaca Viva, adesso le prenderemo il latte, prendiamo il petrolio alla Vacca Viva». L’opera presentata è situata nelle vicinanze della località Añelo. Lì sono stati inaugurati nuovi pozzi di fracking, da 4 a 14. Per la fine dell’anno si conta di arrivare a 19. Nell’inaugurazione pubblica, il governatore ha annunciato che per il 2017 si aspira a raggiungere quota 2000.

 

Il grido

 

La notte del 23 giugno cominciano i preparativi per il Wiñoy Xipantu, il ritorno dell’anno per il popolo mapuche, definito impropriamente Anno nuovo. La comunità Newen Mapu si è riunita sulle rive del fiume Limay, costeggiato da alberi antichi. Nelle chiacchiere intorno ai fuochi, quelli che parlano di più sono i vecchi. Il mate non smette di circolare. Alle 5 e 30 del 24 giugno, tutta la comunità, una cinquantina di persone, cammina in fila verso un chiarore tra gli alberi. Si prepara il rewe, il luogo sacro attorno al quale si trascorrerà tutto il giorno. Si consegnano le offerte e si cammina in cerchio per qualche minuto. La temperatura è di 5 gradi sotto zero. La gelata si sente nell’erba e nel respiro. Si parla molto nella lingua mapuche. Di fronte al semicerchio stanno le autorità, generalmente anziani. Elias Maripan, lonko della Confederación mapuche del Neuquén, e Antonio Salazar, lonko della Confederación negli anni Novanta, quando sono stati recuperati 70 mila ettari di terra nella proprietà conosciuta come Pulmarí. Alle sette del mattino si aggiungono altre comunità, e alle otto arrivano gli amici non mapuche, molti dei quali appartenenti ad organizzazioni sociali. Si mantiene sempre il semicerchio attorno al quale si accomodano circa 500 persone. Si gettano semi nel fiume, si canta, si balla e si mangia un asado (carne alla brace, ndt) comunitario, che viene condiviso tutto intorno. Molti momenti di riflessioni sono in lingua mapuche, poi vengono tradotti con pazienza affinché tutti comprendano. Il sole ora ci accompagna e dissipa il freddo.

 

«Ci sono fratelli che non sono qui perché hanno preso un cammino individuale, tradendo il loro popolo», dice con sincerità dal centro del cerchio Gilberto Huilipan, che in certi momenti coordina la cerimonia. Non cita nessuno, pero aleggia il nome di gente mapuche che oggi fa parte del governo nazionale. Improvvisamente Huilipan ricomincia: «Siamo un popolo antichissimo, in lotta, continueremo così».

 

Alle 15 e 30 c’è il momento più politico del winoy. Sempre in cerchio, prendono il microfono Umaw Wenxu e Lefxaru Nawel, konas, «giovani guerrieri». Ricordano la lonko scomparsa Cristina Linkopan. Poi leggono il proclama preparato. L’arrivo della Chevron viene criticato specificando i nomi propri di coloro che si considerano «complici» dell’impresa petrolifera. La presidente Fernández, il procuratore capo Alejandra Gils Carbó, il governatore Jorge Sapag e la Corte suprema dell’Argentina.

 

“Oltre l’indulto della Corte suprema e il punto final che la presidente e il governatore Sapag pretendono di applicare agli aberranti delitti commessi da Chevron in Ecuador, noi non permetteremo che la Chevron entri nel territorio mapuche”, avverte il proclama. Ricorda poi che l’avanzata dell’estrattivismo «viola i diritti mapuche che sono stati ratificati dalla legge e dalla Costituzione nazionale».

 

Viene annunciata l’azione congiunta tra i popoli indigeni dell’Ecuador e il popolo mapuche patagonico, e si denuncia la Chevron «un’impresa in fuga dalla giustizia che si vuole rifugiare in Argentina protetta dal governo e dalla Giustizia per continuare la sua politica di morte».

 

Il sole comincia la sua ritirata. La lettura dei kona è seguita con grande attenzione dai partecipanti. Il nemico è grande, potente. Il giovane Lefxaru Nawel, braccio teso in alto e pugno chiuso, grida: «Marici weu! Marici Weu! Chevron profuga della giustizia non passerà! Dai vecchi ai bambini, si alza il pugno in alto, tutti rispondono: Marici Weu!».

 

 

Video:

 

Gennaio 2013. Cristina Linkopan parla della situazione della sua comunità avvelenata dagli interessi del petrolio

 

L’accordo Ypf-Chevron, Vaca Muerta e il Fracking. Intervista al giornalista ambientalista Hernan Scandizzo