Il Crepuscolo Del Capitalismo

Il crepuscolo del capitalismo

di Jorge Beinstein – Al principio di un lungo viaggio  – Il crepuscolo del capitalismo, nostalgie, eredità, barbarie e speranze all’inizio del secolo XXI. Già all’inizio del 2009 Ben Bernanke affermava che prima della  fine dell’anno si sarebbero intravisti chiari sintomi del superamento della crisi e verso il mese di agosto annunciava che “il peggio della recessione era ormai alle spalle”. Prima che esplodesse la bolla finanziaria nel settembre del 2008 Bernanke pronosticava che detta esplosione non si sarebbe mai verificata, e quando finalmente esplose la sua nuova prognosi prevedeva un rapido recupero, ora il Presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti ha deciso di non sperare più ed annuncia al mondo il principio della fine dell’incubo.


Non è stato l’unico a farlo, un’avvilente campagna mediatica ha utilizzato diversi segnali isolati per imporre tale idea. Così come la rinascita della bolla borsistica globale a patire dalla metà di marzo è stata mostrata quale sintomo di miglioramento economico generale, una nuvola di “esperti” ci ha dunque spiegato che l’euforia della Borsa stava anticipando la fine della recessione.

In realtà le iniezioni massicce di denaro dei governi delle grandi potenze economiche, beneficiando principalmente il sistema finanziario, hanno generato enormi eccedenze di fondi i quali, in condizioni di raffreddamento generalizzato della produzione e del consumo, hanno trovato negli affari borsistici uno spazio favorevole per capitalizzare i loro capitali.

Giocando al rialzo dei valori delle azioni spingevano verso l’alto i loro prezzi e questo a sua volta spronava ad investire sempre più denaro in Borsa. A ciò dobbiamo aggiungere che il motore dell’euforia borsistica mondiale, la borsa degli Stati Uniti, ed inoltre il denaro proveniente dai “salvataggi” locali, sta ricevendo importanti flussi di fondi speculativi esterni che approfittando della persistente caduta del dollaro si sono precipitati a comprare azioni economiche in rialzo.

Si è ripetuta così la sequenza speculativa della fine degli anni ‘90 e del 2007, ma con una differenza sostanziale: il contesto della bolla attuale non è la crescita dell’economia bensì la sua recessione (o nel migliore dei casi la stagnazione). Le bolle anteriori (borsistiche, immobiliari, commerciali, etc.), interagivano “positivamente” con il resto delle attività economiche; il rialzo dei prezzi delle azioni o delle abitazioni incoraggiavano il consumo e la produzione e a loro volta queste crescite generavano fondi che si riversavano in buona parte in affari speculativi producendo così un circolo virtuoso speculativo- consumistico- produttivo di carattere globale perverso, destinato a medio termine al disastro ma che nel breve periodo generava prosperità.

Al contrario la bolla borsistica del 2009 contrasta con bassi livelli di consumo e di investimenti produttivi ed alti livelli di disoccupazione. Le eccedenze di capitali, bloccate da un’economia produttiva in declino, ottengono benefici dalla speculazione finanziaria, ciò che dunque si produce grazie ai favolosi salvataggi finanziari dei governi è un circolo vizioso basato sulla speculazione finanziaria e sulla crescita debole o negativa.

Nel caso del governo nordamericano questo effetto negativo è stato ammorbidito attraverso enormi sussidi capaci di sostenere alcuni consumi ed in tal modo decelerare prima e più avanti invertire la curva discendente del Produtto Interno Lordo. Alle forti cadute dell’ultimo trimestre del 2008 e del primo del 2009 è seguito un abbassamento mite nel secondo trimestre ed una crescita nel terzo spinta dai sussidi governativi per l’acquisto di automobili ed abitazioni più le spese militari, ma dietro quell’effimero recupero si nasconde l’espansione sfrenata del deficit fiscale e dell’indebitamento pubblico.

È evidente che l’economia nordamericana non esce dalla trappola della decadenza, i sollievi transitori, i tentativi di recupero, le crescite impasticcate fortificano, ricompongono i meccanismi parassitari che l’hanno portata al disastro attuale. E lo sprofondamento dell’impero (del centro organizzativo del mondo capitalista) trascina con sé l’intero sistema mondiale.

Ora, verso la fine del 2009, ci ritroviamo in attesa di una prossima caduta recessiva (l’anno 2010 potrebbe essere il periodo di detta catastrofe) sicuramente molto più forte di quella scatenatasi nell’ultimo trimestre del 2008. I salvataggi finanziari globali del 2008-2009 hanno frenato la caduta economica, generando però enormi deficit fiscali per le potenze centrali che li collocano dinnanzi a gravi minacce inflazionistiche e di indebolimento estremo della capacità di pagamento degli Stati la cui generosità fiscale (verso le grandi imprese e le istituzioni finanziarie) non è riuscita a generare il desiderato decollo dell’investimento e del consumo che annunciavano i loro dirigenti.

Secondo loro quel promesso colpo di domanda dovrebbe riattivare l’economia mondiale e di conseguenza ridurre i déficit, annullare il pericolo iper- inflazionistico, etc. In realtà si è solo ottenuta la modesta ripresa per alcuni consumi, alcune illusioni statistiche (crescite del PBI etc.), e più parassitismo. Il fallimento è evidente, e non impedirà un ritorno alla vecchie ed inutili medicine interventiste (in una curiosa combinazione ideologica di neoliberismo e neo- keynesianismo finanziario) e ciò avverrà finche si consumino tutte le risorse, prigionieri della pazzia generale del sistema. Non entra loro in testa la realtà del violento cambiamento d’epoca che ha trasformato in obsoleti i loro vecchi strumenti.

Peggio ancora, non si tratta solo di una “crisi economica”, altre “crisi” sono visibili ed in qualunque momento potrebbero sbattere con forza un sistema globale molto fragile, tra esse vanno messe in evidenza le crisi energetiche ed alimentarie (presenti durante tutto il 2008). O la degradazione del complesso militare- industriale degli Stati Uniti, includendo l’intero apparato militare della NATO impantanato nelle guerre dell’Iraq ed Afghanistan – Pakistan, sommerso in una catastrofica crisi di percezione: la sorprendente resistenza di questi paesi periferici supera la sua capacità di comprensione della realtà, si ripete a livelli molto più elevati  l’”effetto Vietnam” o lo sconcerto di Hitler davanti alla valanga sovietica.

È anche necessario menzionare le crisi urbane ed ambientali che insieme al declino dei valori morali e culturali, delle credenze sociali, continuano a soffocare gradualmente i paradigmi del mondo borghese, creando scompiglio, deteriorando i sistemi politici, le strutture di innovazione produttiva, i meccanismi di manipolazione mediatica.

Insomma, ci troviamo dinnanzi al delinearsi di numerose “crisi”, in realtà si tratta di un’unica gigantesca crisi, dai volti differenti, di dimensione (planetaria) mai vista nella storia, il suo aspetto è quello di un grande crepuscolo che minaccia di prolungarsi per un lungo periodo.
 
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Traduzione di Marica Ganelli