Intervista All’attivista Nigeriano Nnimmo Bassey

Intervista all’attivista nigeriano Nnimmo Bassey

intervista di Lucie Greyl, traduzione e rielaborazione di Sara Rosset

Il CDCA (Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali) è partner del progetto europeo EJOLT – Environmental Justice Organizations, Liabilities and Trade – i cui lavori sono partiti, in via ufficiale, la settimana scorsa a Barcellona. Uno dei principali obiettivi di EJOLT consiste nel rafforzare le organizzazioni per la giustizia ambientale e le comunità colpite da una diseguale distribuzione degli impatti ambientali.

Nnimmo Bassey, attivista nigeriano vincitore nel 2010 del premio “Right Livelihood Award” (noto come Premio Nobel Alternativo),è una delle figure più rappresentative della lotta dei movimenti sociali per la giustizia ambientale. Da anni è impegnato affinché le aziende come l’ENI paghino per i danni ambientali e sociali causati dalle loro attività estrattive nel Delta del Niger.

Riportiamo qui sotto l’intervista che Lucie Greyl, ecologa del CDCA, gli ha fatto durante le giornate di Barcellona. E’ stata questa l’occasione per condividere conoscenze, spunti di riflessione e di lavoro.

 

Cosa pensa del tentativo del progetto EJOLT di dare visibilità a conflitti invisibili e quali risvolti pensa che possa avere il lavoro del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali – CDCA in una realtà come quella Europea?

Il lavoro che state facendo come centro di ricerca indipendente è molto importante e utile per sostenere tutti i conflitti che si svolgono in paesi lontani dall’Europa. Senza il contributo di realtà come la vostra molte persone qui in Europa non sarebbero in grado di collegare le battaglie in atto nei luoghi che subiscono le  attività estrattive e i prodotti finali che loro stessi consumano e che provengono proprio da questi paesi. Pertanto, documentare, elaborare delle mappe e presentare tutti questi conflitti è un apporto molto importante per aiutare a vincere queste battaglie. È un lavoro utile anche perché molte lotte che avvengono in Europa sono strettamente legate alle lotte in corso in Africa, in Asia, in America Latina o in altri paesi lontani e si tratta di battaglie dalle quali dipende il futuro del nostro ambiente. Quindi è anche grazie al vostro lavoro che è possibile capire cosa sta succedendo in varie parti del mondo, comprendere le interconnessioni tra le varie lotte e riuscire così a creare una resistenza più forte.

 

Potrebbe darci alcuni dati su quanto accaduto nell’ultimo anno nel Delta del Niger?

Posso dire molto brevemente che in questi anni tutte le compagnie che lavorano in Nigeria hanno continuato a produrre povertà e distruzione e non si sono minimamente interessate delle conseguenze che le loro azioni hanno sull’ambiente e sulle persone che vivono in queste zone. Continuano a inquinare attraverso fuoriuscite di petrolio e gas flaring e nessuna compagnia ha fatto qualcosa per ridurre gli impatti negativi che tutto ciò ha sull’ambiente. Continuiamo ad avere quotidiane testimonianze di fenomeni di inquinamento, perdite di petrolio e fughe di gas dagli impianti. Dicono che si tratta di sabotaggi, ma la verità è che è solo una scusa perché, secondo la legge nigeriana, se la compagnia petrolifera riesce a dimostrare che un incidente è stato provocato da un sabotaggio non deve pagare nessun tipo di risarcimento per i danni provocati. E così il petrolio continua a fuoriuscire e le multinazionali petrolifere continuano a far finta che tutto sia stato provocato da terzi quando, in realtà, la causa dell’inquinamento è rappresentata dalla loro negligenza, da impianti a cui non viene fatta la dovuta manutenzione, da incidenti industriali di vario tipo e, in generale, da standard di sicurezza bassi. Tutto ciò sta finendo di distruggere ciò che resta del Delta del Niger. Se queste multinazionali si trovassero in Europa, in Italia per esempio, non si comporterebbero così, non inquinerebbero le acque del fiume, non incendierebbero la foresta e non brucerebbero senza precauzioni il gas di scarto dell’estrazione. Se avrete modo di visitare il Delta del Niger, potrete vedere le fiamme delle torce con cui viene incendiato quotidianamente il gas bruciare proprio lungo le strade delle comunità. Non è necessario cercarle, sono proprio lì a cielo aperto. Per non parlare poi delle pozze di petrolio e di altri prodotti di scarto altamente tossici che si trovano ai bordi delle strade. Il male è proprio lì, sotto i nostri occhi, è tutto così palese. È un’impunità così inverosimile.

In realtà posso risponderle che non esistono doppi parametri di sicurezza. In Italia, in Sicilia più precisamente, abbiamo registrato vari casi di contaminazione ambientale dovuti all’attività dell’Eni. Grazie al progetto EJOLT sarebbe molto interessante poter analizzare ad esempio le responsabilità dell’Eni in Italia. Altro aspetto importante, conseguenza di queste politiche, è il fenomeno delle migrazioni ambientali. In Italia molte delle prostitute sono donne nigeriane e, a nostro parere, c’è un legame evidente tra quello che sta accadendo nel Delta del Niger a causa dell’attività dell’Eni e delle altre multinazionali petrolifere e la migrazione in Italia di nigeriani, con tutti i problemi annessi che questi devono affrontare arrivando nel nostro paese.

Non avevo pensato alla connessione tra l’immigrazione e il fenomeno della prostituzione in Europa e il degrado dovuto all’attività delle compagnie petrolifere in Nigeria. Ma ora che me lo fa notare mi rendo conto che è proprio così, perché l’attività delle multinazionali è stata la forza distruttiva che ha rovinato l’economia nigeriana. Quando i mezzi di sussistenza vengono distrutti, lo spazio economico si riduce, il governo ha molto denaro ma i cittadini, al contrario, non hanno niente. Nessun lavoro, nessuna possibilità di educazione, la gente è davvero disperata. Il livello di criminalità aumenta ed è qualcosa che va combattuto, risolvendo però il problema in modo strutturale, partendo dal sistema. È un fenomeno legato al sistema. Quindi sì, credo che abbiate ragione a sottolineare questa connessione e credo che questo legame vada tenuto in considerazione.

 

Lei è un riferimento molto importante per il movimento sociale internazionale per la giustizia ambientale. Vorremmo sapere qual è la sua opinione riguardo al cammino che porta dalla conferenza sul clima delle Nazioni Unite di Cancun a quella di Durban. Che cosa si aspetta dal movimento sociale internazionale a Durban alla luce di quanto accaduto a dicembre scorso?

Credo che prima di tutto si dovrebbe parlare di cosa è accaduto a Copenaghen e a Cochabamba e poi del cammino che porta da Cancun a Durban. Il fatto che durante le negoziazioni ufficiali si continui a non prendere decisioni che possano combattere realmente il cambiamento climatico e che possano rispondere in maniera concreata alle necessità delle persone che subiscono gli effetti di tali cambiamenti, è qualcosa di profondamente distruttivo. Direi che i negoziati ufficiali non hanno rappresentato nient’altro che un’occasione per congetture e false soluzioni e per lavorare a un sistema che sostiene l’industria con impatti ancora più gravi sull’ambiente e sulla vita delle persone. E questo credo che accada a causa del potere del capitalismo e per via del fatto che gli uomini che prendono le decisioni non hanno ancora molti anni da vivere e, quindi, non si curano più di tanto di quali saranno le sorti del mondo quando loro non ci saranno più. Al momento, possiamo riporre le nostre speranze per il futuro nei movimenti sociali legati alla giustizia ambientale: il destino del mondo dipende dalle lotte dal basso e non dai discorsi pronunciati nelle stanze dei bottoni. La resistenza di questi movimenti si basa anche sullo studio e la sperimentazione di soluzioni reali. Non ci limitiamo a dire di no ma offriamo delle vere alternative. Credo che tutto stia nel fatto che i negoziatori non riconoscono l’importanza dei movimenti. Ma, prima o poi, le strutture politiche che prendono le decisioni dovranno ascoltare le persone, poiché sono proprio quest’ultime che dovrebbero sostenere le strutture. Credo quindi che le lotte dal basso rappresentino la battaglia per rivendicare la sovranità del popolo sulle strutture politiche e per avere dei leader politici che ascoltino la gente perché, dopotutto, non vengono eletti dalle industrie, non vengono eletti dalle compagnie petrolifere o dalle miniere di carbone ma dalla gente, da quella stessa gente che poi paga per le conseguenze delle politiche che i rappresentanti scelgono e difendono. È incredibile come un piccolo numero di prescelti, che sono apparentemente eletti dal popolo, si rifiutino di ascoltare le richieste e le proposte di chi li ha votati. Se continueranno a seguire questa strada, bisognerà ribellarsi. A meno che non si abbia un leader che capisce il suo popolo, che davvero si rende conto dei problemi che colpiscono la sua gente, come nel caso della Bolivia. Questi sono i leader che comprendono il senso profondo della democrazia: che non si possono fare distinzioni tra un politico e un povero uomo che vive per strada. E ciò dimostra quindi che i politici possono capire i problemi. Non vedo come i politici non riescano a capire cose così semplici. Forse il linguaggio che usiamo è troppo semplice, forse abbiamo bisogno di qualche scienziato per renderlo più complicato affinché riescano a comprenderci. Dobbiamo riuscire a trovare un modo per farci capire, altrimenti il destino del nostro pianeta è segnato e l’umanità correrà grandi rischi.

 

In che modo possiamo farci capire dai nostri politici?

Penso che dobbiamo essere politicamente più coscienti e sostenere leader che capiscono il nostro linguaggio. E per quelli che non vogliono capire possiamo solo augurarci che vengano sollevati da rivolte come quelle dell’Egitto o della Tunisia.