I Vertici Mondiali E La Crisi: Dal G20 All’OSA Obiettivo Superare La Crisi. Ma Come?

I Vertici mondiali e la crisi: dal G20 all’OSA obiettivo superare la crisi. Ma come?

albaI sei paesi presenti all’incontro dell’ALBA avevano invece in programma un’agenda molto più semplice,  che ha permesso loro di approvare misure importanti per i rispettivi paesi. L’ex presidente del Panama (nelle elezioni presidenziali di domenica scorsa ha vinto il candidato della destra conservatrice Martinelli, ndr) Martin Torrijos non era presente al summit di Londra né al vertice dell’ALBA di Caracas.

Ha preso parte, invece, al V Vertice dell’OSA dove ha voluto portare i suoi saluti al nuovo presidente degli USA Barak Obama. Ha approfittato dell’occasione per congedarsi dai sui colleghi presidenti in previsione della fine del suo mandato, ormai prossima. Ha inoltre informato i partecipanti all’incontro dell’avvio dei lavori per l’ampliamento del canale di Panama. Il vertice dell’OSA è stato sicuramente dominato dalla presenza di Obama così come dall’assenza di Cuba. Negli Stati Uniti, gli organi di stampa poco informati su dove si trovasse esattamente il proprio presidente, hanno voluto dare particolare risalto alla stretta di mano tra Obama e Chavez. Da quando l’OSA è stata creata, la sua agenda delle discussioni è stata sempre decisa a Washington. Senza dubbio Obama si è trovato in grossa difficoltà, volendo ricostruire uno spazio comune di incontro e dibattito che il suo precedessore George Bush ha fatto di tutto per distruggere.

I disordini a Puerto Espana, di cui hanno parlato i mezzi di informazione nordamericani, non hanno permesso agli osservatori di sincerarsi dei cambiamenti importanti che stanno avvenendo nella regione. Da una lato, la politica del “garrote” promossa dagli USA non sta dando i risultati sperati.

I cartelli della droga di Messico e Colombia stanno impedendo ai governi di destra, attualmente in carica, di creare una situazione di stabilità nella regione. Il monopolio commerciale comincia a scricchiolare di fronte alla diminuzione del volume delle importazioni nordamericane di prodotti sudamericani. Al suo posto, è subentrata la Cina come nuovo compratore di materie prime.

Dall’altro lato, si stanno formando blocchi commerciali regionali con l’obiettivo di garantire un minimo di autonomia dei paesi latinoamericani di fronte ai mercati internazionali. L’ALBA si è già mossa in varie direzioni per assicurare l’indipendenza energetica e i servizi sociali di base a un numero sempre crescente di paesi.

Il MERCOSUR mostra l’intenzione di convertirsi in un blocco commerciale forte, capace di negoziare da una posizione di forza con gli altri attori della scena mondiale. La maggioranza dei paesi latinoamericani guardano però al mondo con prudenza, cercando di indirizzare le proprie politiche in più direzioni ma sempre in funzione dei propri interessi. Cuba mantiene buone relazioni sia con il MERCOSUR che con l’ALBA. Tuttavia è probabile che si muoverà anche in direzione di una distensione dei suoi rapporti con gli Stati Uniti, dopo cinquant’anni di scontro diplomatico e politico.

La legittimità del governo di Morales in Bolivia è stata riconosciuta ufficialmente dai suoi vicini e anche Obama ha assicurato che non guarderà con favore a possibili opzioni golpiste ai danni del governo democraticamente letto, contrariamente a quanto faceva il suo predecessore alla Casa Bianca.

C’è poi il Costa Rica, che ha stabilito relazioni commerciali strategiche con Pechino. Obama ha parlato dell’esistenza di “stati fallimentari” pericolosi per la regione, facendo riferimento al Messico, alla Colombia e ad Haiti. Alla vigilia del vertice dell’OSA, Obama si è recato in Messico accompagnato da Janet Napolitano (Segretaria di Stato per la Sicurezza Interna) e dal nuovo ambasciatore Carlos Pacual (“specialista in stati fallimentari”). Si è parlato anche dell’utilizzo di truppe militari lungo la frontiera con il Messico e delle difficoltà relative all’approvazione di un trattato commerciale con la Colombia, a causa delle costanti violazioni dei diritti umani di cui si è reso responsabile il governo di Uribe.

A Trinidad e Tobago, Obama ha cercato, come da protocollo, di tendere la mano a quei paesi che negli ultimi anni si sono dimostrati critici nei confronti degli Stati Uniti. E’ sintomatico di un altro modo di fare politica, sempre nel quadro della cosiddetta dottrina della “sicurezza nazionale”. Daniel Ortega, presidente del Nicaragua, ha però tenuto a precisare che: “Il Nicaragua non deve cambiare, chi deve cambiare sono gli Stati Uniti, perché noi non abbiamo mai invaso le vostre terre, non abbiamo mai attaccato i vostri porti, non abbiamo mai lanciato una sola pietra contro di voi. Il Nicaragua non ha mai imposto con la forza governi  agli Stati Uniti”.  L’economia più forte del mondo sembra stare dirigendosi pericolosamente verso l’abisso. Necessita di nuove relazioni strategiche. Al contrario di Bush, che ha sempre preferito ignorare i paesi latinoamericani, Obama sembrerebbe disposto a fare qualcosa. La cattiva notizia è però che lui stesso sembra indeciso sul da farsi. Il caos ereditato da otto anni di presidenza Bush è tale da rendere difficile l’elaborazione di una strategia efficace.

La classe politica panamense continua a rimanere attaccata alla coda degli Stati Uniti, senza sapere in realtà quali siano le intenzioni dei nuovi leader democratici impegnati su più fronti: economico, militare e interno. L’ambasciata degli Stati Uniti continua a indirizzare pesantemente la linea politica del paese. Nel V vertice non si è discusso della crisi mondiale del capitalismo e a Panama non viene menzionata la parola crisi. La economia panamense, completamente dipendente dalle esportazioni, è tuttavia destinata ad accusare i colpi della recessione mondiale entro la fine dell’anno. Tuttavia non si stanno elaborando strategie per arginare gli effetti del disastro economico. L’ex presidente Martin Torrijos è tornato soddisfatto dal summit dell’OSA, guardando con apparente indifferenza allo tsunami economico che travolgerà il paese.

Marco A. Gandasegui

Traduzione di Francesca Casafina