I Beni Comuni Per Uscire Dalla Crisi

I beni comuni per uscire dalla crisi

beni-comuniRiflettendo sul ruolo dei manager in questa fase in cui i padroni sono diventati invisibili, Valentino Parlato osservava recentemente (il manifesto del primo aprile scorso) che nella civiltà contadina del secolo scorso i baroni proprietari terrieri erano diventati assenteisti e avevano affidato la conduzione delle loro campagne ai fattori, sui quali far ricadere l’ira di braccianti e contadini. E concludeva che, come l’assenteismo dei proprietari terrieri aprì la strada alla riforma agraria, così l’assenteismo dei proprietari industriali potrebbe preludere all’abolizione della proprietà, visto che «i proprietari sono diventati rentiers».

 

Un patrimonio collettivo

 

Forse parlare di «abolizione» della proprietà industriale è eccessivo, ma questo confronto storico è utile perché indica un metodo di indagine e perché ci aiuta a vedere che anche nel nostro mondo ipercapitalistico, dominato dal mercato, esistono beni e servizi naturali (energia, minerali, metalli, prodotti agricoli, forestali e zootecnici) e sociali (dai servizi pubblici alla città) che non sono (non dovrebbero essere) oggetto di proprietà, né pubblica né privata.
Sono infatti un patrimonio collettivo del genere umano, da cui dipende la soddisfazione della maggior parte dei nostri bisogni (cibo, acqua, energia, casa, salute, istruzione, libertà, dignità). Sono il «feudo o la ricchezza dei popoli», si diceva un tempo, e questa espressione si potrebbe parafrasare oggi dicendo che sono una componente importante del salario o reddito reale, sia che si tratti di beni naturali e servizi sociali che altrimenti dovemmo acquistare sul mercato sia che si tratti di beni e servizi indisponibili sul mercato, la cui mancanza comporta costi umani e monetari elevati come la perdita della salute, il mancato accesso all’istruzione – per non parlare della fame nel mondo (e della morte per fame).

 

Sull’accesso e sull’uso dei beni comuni esiste tuttavia un conflitto permanente e insanabile tra le imprese (industriali e non) che se ne appropriano gratuitamente per produrre beni e servizi, e le persone e i popoli ai quali le imprese vendono sul mercato i beni e servizi prodotti con le risorse loro sottratte, spesso con la forza e anche con la guerra.

 

Democrazia dal basso

 

Tutta la storia dello sfruttamento del lavoro e del colonialismo può – deve – essere letta come un processo di sfruttamento del lavoro e di recinzione/sottrazi one (enclosure) dei beni comuni operato dai potenti ai danni dei lavoratori e dei popoli. Le imprese usano inoltre le risorse naturali e i servizi degli ecosistemi naturali fino al loro esaurimento, e in questo modo depauperano la terra spesso in modo irreversibile, rendendo difficile la vita delle generazioni future oltre che di quelle presenti, e portando il sistema verso il disastro.

 

Nel loro insieme, i beni comuni naturali e sociali, locali e globali, configurano un paradigma di società organizzata a dimensione locale e partecipazione democratica dal basso, che può essere utile per indicare una via di uscita a sinistra dalla crisi. Esprimono una forma di democrazia che integra e qualifica quella parlamentare; definiscono un modello sociale e produttivo basato sulla cooperazione anziché sulla concorrenza, sulla solidarietà anziché sull’egoismo proprietario individuale. Per rigenerarsi, si avvalgono dei cicli corti e dei mercati locali anziché del mercato globale, dell’agricoltura di prossimità e non di quella monocolturale, del risparmio delle risorse e non del loro spreco.

 

L’importanza del modello alternativo

 

E’ utile, forse necessario, pensare a un modello alternativo a quello capitalistico, responsabile della crisi, perché esiste il timore/la speranza che il capitalismo possa disintegrarsi nel giro di un paio di decenni, non tanto perché non è in grado di tutelare il benessere della stragrande maggioranza della popolazione ma perché non riesce più a garantire l’accumulazione infinita del capitale, che è la sua vera ragion d’essere.
La situazione è arrivata a un punto di crisi tanto avanzato che il risultato non cambierebbe, secondo la maggior parte dei commentatori, neanche se i governi facessero di tutto – e non lo fanno, a parte qualche eccezione come quella del presidente degli Stati uniti, Barack Obama – per attuare politiche di keynesismo verde e cercare di rimediare ai guasti prodotti da due secoli di inquinamento delle fonti idriche, distruzione della fertilità della terra, disboscamento delle colline, obsolescenza programmata delle merci e conseguente aumento dei rifiuti, cementificazione dei suoli e costruzione di abitazioni sulle rive dei fiumi che vanno sott’acqua se la pioggia è più abbondante, o di edifici «antisismici» che si sbriciolano sotto il terremoto (evento non eccezionale in un paese fragile come l’Italia).

 

Dai tempi dell’unità d’Italia

 

In Italia i beni comuni «né pubblici né privati» non hanno legittimazione dai tempi dell’unificazione d’Italia, essendo stati cancellati dal primo Codice civile del 1865. E’ per questa ragione che da noi l’acqua diventa pubblica o privata a seconda delle maggioranze di governo. Per superare questo problema, molto si può imparare dai due paesi andini, Bolivia e Ecuador, che hanno recentemente approvato una nuova Carta costituzionale, che estende i diritti sociali all’acqua, al cibo, alla casa, all’energia, all’istruzione, alla salute e difende la natura e le risorse che sono alla base di quei diritti.