Guarire Dall’uomo: Adolfo Maldonado A Roma, Ospite Di A Sud

Guarire dall’uomo: Adolfo Maldonado a Roma, ospite di A Sud

maldonadoNei giorni scorsi A Sud ha ospitato in Italia Adolfo Maldonado, medico epidemiologo spagnolo che da decenni vive in Ecuador collaborando con Accion Ecologica, con cui ha messo su una Clinica Ambiental che lavora con le comunità latinoamericane vittime di crimini ambientali.

 

Domenica 5 maggio, A Sud assieme ad Adolfo Maldonado e a diverse altre realtà italiane (Isde-medici per l’ambiente,  Medicina Democratica, Centro di Documentazione Conflitti Ambientali, Comitato Acqua Pubblica Viterbo, Laboratorio Urbano Reset, Scup) ha organizzato presso Scup una iniziativa pubblica su Salute e Ambiente.

 

A Sud e il CDCA hanno firmato con la Clinica Ambiental del’Ecuador un protocollo di collaborazione della durata di 5 anni che prevede lo sviluppo di progettualità, momenti di scambio e di formazione reciproca sui temi della tutela ambientale, della formazione alle comunità, degli strumenti di mappatura epidemiologica e ambientale.

Qui di seguito la breve intervista video realizzata ad Adolfo presso il CDCA (in spagnolo) e l’articolo-intervista scritto da Monica Di Sisto per Comune.info.

 

 

“Guarire dall’uomo” di M. Di Sisto su Comune-Info

Guarire: non significa solamente recuperare un equilibrio tra le funzioni biologiche. Quella che per convenzione chiamiamo “salute” è una condizione più complessa, in cui la felicità, i colori, la capacità di recuperare un orizzonte utopico per le nostre azioni di oggi alimentano il desiderio di vivere, non soltanto in armonia con noi stessi e i nostri simili, ma soprattutto con l’ambiente. La lezione ci arriva dal cuore della foresta ecuadoriana dove Adolfo Maldonado, medico dell’associazione Acción Ecológica, cura da anni i corpi ma anche la fantasia di migliaia di donne, uomini, e soprattutto bambini colpiti dall’attacco alla libertà e ai beni comuni custoditi dalle comunità indigene e contadine di quella regione. E’ a Roma con l’associazione ASud, per una serie di incontri realizzati in collaborazione con il laboratorio urbano Reset con i comitati italiani che lottano contro gli impatti ambientali, dell’industria, della produzione di energia e dei rifiuti. Adolfo, che ha cominciato a lavorare con persone ammalate di sviluppo oltre dieci anni fa, ricercando e denunciando le malattie derivanti dall’impatto delle attività petrolifere in Amazzonia e dalle fumigazioni aeree nei territori tra Ecuador e Colombia, ci spiega che forse il danno peggiore quelle persone, come noi, non lo subiscono sugli organi vitali.

 

Perché hai cominciato ad occuparti di ambiente?

Con Acción Ecológica abbiamo cominciato a lavorare alla frontiera dell’Ecuador con la Colombia perché in questa area abbiamo rilevato gravi impatti ecologici generati dall’irrorazione aerea. Il Plan Colombia – accordo di cooperazione economica, ma soprattutto militare della Colombia con gli Stati Uniti lanciato nel 2001 – infatti, subordinava le erogazioni di aiuti in denaro da parte degli Usa, tra l’altro, all’irrorazione aerea e la fumigazione dei territori in cui si sospettava fossero nascoste nella foresta coltivazioni di Coca. Quello che abbiamo fatto è stato di avviare una ricerca-azione partecipativa per aiutare le persone ad individuare con più forza il problema e capirlo in profondità. Abbiamo condotto anche visite sui luoghi colpiti di giornalisti, autorità locali, politici, attivisti, organizzazioni dei diritti umani, per costruire insieme un rapporto ampio sugli impatti di queste pratiche sul territorio e le comunità, a partire dalle malattie provocate alla distruzione del suolo.

 

Che cosa avete scoperto?

La cosa più evidente di cui ci siamo resi conto è che la salute non finisce quando comincia l’infermità ma comincia dal suolo, dal contatto con le piante, con la natura e sta nella relazione che mantiene un’armonia salubre tra organismi nell’ambiente. Un elemento da cui abbiamo tratto il massimo di informazioni allora fu l’ascolto dei bambini. Li abbiamo fatti raccontare, ma soprattutto li abbiamo osservati disegnare. All’inizio erano disegni pieni di dettagli, di colori, molto descrittivi: sapevano esattamente che cosa stesse succedendo. Negli anni in cui abbiamo continuato a seguire le fumigazioni e ad osservarne gli effetti, abbiamo continuato a raccogliere i loro disegni. Attraverso i disegni li tenevamo sotto osservazione, ma esploravamo anche altri aspetti della loro crescita attraverso quelle pratiche, come ad esempio quello della nutrizione. Negli anni ci rendemmo conto che cominciavano ad avere un comportamento molto strano. Li sottoponemmo, dunque, ad un’osservazione specifica sotto la guida di uno psicologo che conosceva quelle comunità, che ci fece osservare che quei disegni erano diventati da molto dettagliati e colorati, a schizzi in bianco e nero. Costruendo delle serie comparabili dei disegni realizzati nel 2001, 2002, 2004, 2004 era più chiaro che mai che ci stavano raccontando a loro modo quello che stava succedendo.

 

Come siete intervenuti?

Immediatamente ci siamo attivati. Non si trattava, certamente, di un intervento medico di protezione della loro salute, ma dovevamo integrare contemporaneamente un intervento agronomico, di studio e bonifica della terra; un approccio legale, per la difesa del diritto alla salute di quei bambini e delle loro famiglie; una lettura antropologica, perché l’intervento fosse integrale e profondo. Abbiamo cominciato a costruire, così, nel 2006, un modello di intervento multidisciplinare che ci ha portato a creare nel 2008, dopo due anni di progettazione, la prima Clinica Ambientale. Al suo interno i bambini potevano disegnare i loro alberi, che in quegli anni non avevano foglie, frutti, ma solo rami e spuntoni, nessun colore, nessuna figura umana. Ricordo che l’unica sagoma umana che un bambino inserì in uno di quei paesaggi desolati era cancellata. Quando gli domandammo perché aveva disegnato quella che sembrava una donna, per poi cancellarla, ci spiegò che era il ricordo che aveva di sua madre, che si era suicidata dopo una delle incursioni militari sul territorio contro le comunità ribelli che accompagnavano in quegli anni le fumigazioni.

 

Quali effetti aveva questa mancanza di prospettiva, di speranza?

Scoprimmo che un numero impressionante di persone di quelle comunità si suicidava, che la violenza non aveva tregua, che il tasso di malattie cresceva non soltanto perché l’inquinamento era insostenibile ma perché quello che vedevano li ammalava. Adulti cresciuti, ad esempio, in boschi in cui, come scoprimmo da altri disegni, ai piedi degli alberi si accumulavano non pietre, come avevamo creduto vedendo mucchi di oggetti tondi e bianchi sparsi qui e lì. Erano mucchi di crani lasciati a marcire all’aria come ricordo silenzioso, per i superstiti, di quello che poteva succedere loro se si interponevano tra esercito e ribelli. La chiave per guarire quei bambini e le loro famiglie era spezzare la paura imposta e subita per anni e anni. Non li aiutarono certo i farmaci, ma i colori, l’allegria, la musica, perché dovevamo disimprimere le loro retine, innanzitutto, da quelle immagini desolanti. Dovevamo trasformare la paura che continuavano a rivedere chiudendo gli occhi, in immagini belle, rassicuranti, e farle diventare nuovi racconti e disegni. Li abbiamo accompagnati, così, in un percorso fatto di nuove narrazioni, leggende, cartoni animati, ma anche giochi, che potessero trasmettere loro un’idea di bellezza, di pace, di speranza, e abbiamo raggiunto, attraverso di loro, genitori e famiglie. La bellezza, infatti, si costruisce solo insieme. Dopo qualche tempo nei loro disegni e racconti sono tornati i colori, le immagini brillanti, il tasso di malattie a scendere, insieme al numero dei suicidi. Nel frattempo, infatti, abbiamo avviato dei percorsi partecipativi per le comunità che le sottraessero da quel senso di impotenza e passività che si era impadronito di loro e le portassero a decidere davvero per i loro territori, per il proprio futuro e quello dei loro figli. Li abbiamo accompagnati anche a un cambiamento nelle coltivazioni e nelle tecniche agricole, superando la chimica, approdando al biologico, ma anche ad una prima trasformazione del caffè e del cacao in miscele e cioccolato per permettere loro di accumulare un po’ più di valore aggiunto dalle produzioni locali, migliorando insieme reddito e condizioni di vita.

 

Una nuova economia, condizioni più salubri: sono sufficienti per guarire?

No. Non crediate che questo aspetto economico sia stato prevalente rispetto agli altri. Grandi risultati li abbiamo ottenuti organizzando festival popolari nella frontiera che portava, ad esempio, le scuole a lavorare per mesi a recite e musiche, costringendo gli studenti, quasi, a ridere ed esprimersi insieme tra padri e figli. Il concetto di Clinica ambientale è racchiuso proprio in questo modello: uno spazio aperto in cui i leaders delle comunità potevano confrontarsi con professionisti i più diversi -medici, agronomi, legali, giornalisti, artisti – per individuare insieme i problemi principali delle loro comunità e risolverli con un approccio multidisciplinare e specifico. Dalla contaminazione di petrolio all’esproprio precedente all’istallazione di una nuova piattaforma, dall’inquinamento chimico del terreno a un’epidemia, a una diversa gestione del territorio, siamo riusciti a risolvere insieme problemi che sembravano immensi e, troppo spesso, inspiegabili. Abbiamo raggiunto, insieme, grazie ad una matrice metodologica molto rigorosa che adattiamo di caso in caso, di comunità in comunità, non soltanto i risultati concreti, tangibili, ma anche un orizzonte utopico in cui inscriverli per recuperare insieme felicità e speranza.

 

E funziona? Un esempio?

Una volta, ad esempio, arrivò alla clinica un ragazzo che denunciò una moltiplicazione inspiegabile di suicidi nel suo villaggio. Erano giovani, per lo più donne. Per darti una dimensione, in tutto nell’area della comunità indigena si erano verificati oltre 78 suicidi in 10 comunità negli ultimi 7 anni. Nella guerra tra Perù ed Ecuador erano morti 28 soldati. I numeri che dovevamo affrontare, dunque, erano superiori a quelli delle vittime di un conflitto armato. Siamo entrati in contatto con loro conducendo un’inchiesta su quello che producevano, e come, e abbiamo scoperto che coltivavano dei piccoli agrumi che non consumavano temendo che fossero contaminate e dunque tossiche, ma i vendevano ai villaggi vicini nonostante tutto per far soldi. Al tempo stesso comperavano dalle patate dagli altri agricoltori, sospettando che fossero contaminate anch’esse. La comunità contadina, la più solidale della foresta, viveva la rottura del vincolo di reciprocità e si ammalava. Si era innescata, dunque, una catena di sfiducia, di aggressività, di sensi di colpa ma anche di vero e proprio avvelenamento da pesticidi che, combinando i fattori, portava i profili più deboli delle comunità, le donne giovani, ad uccidersi per gli effetti della chimica e della colpa. Con una bonifica dell’area, e un lavoro di trasformazione del sistema produttivo e una ricucitura degli spazi interrotti di reciprocità e di scambio il problema si è lentamente risolto. Perché non siamo fatti solo di pelle e carne, ma anche di sogni, relazione e bellezza.

 

Il sito di Acción Ecológica http://www.accionecologica.org/

E quello della Clinica Ambientale http://www.clinicambiental.org/