Gli Esuli Del Clima – Analisi Sul Fenomeno Dei Rifugiati Ambientali

Gli esuli del clima – Analisi sul fenomeno dei rifugiati ambientali

di Andrea Del Testa 

1. Introduzione.

Uno dei problemi maggiori nello studio degli effetti dei cambiamenti climatici sulle popolazioni umane è senza dubbio il carattere fortemente multi disciplinare, che  richiede un’analisi del fenomeno che incroci competenze e conoscenze che appartengono a diversi campi del sapere, come le scienze ambientali, per quanto riguarda i fattori scatenanti e le scienze sociali e giuridiche, per quanto riguarda le sue conseguenze.   Alla luce di questi motivi il tema dei rifugiati ambientali rappresenta un campo di ricerca interessante e ricco di molti spunti di riflessione, ma allo stesso tempo di  un’ di analisi complessa e non priva di una molteplicità di problemi epistemologici. Le principali difficoltà risiedono nella scarsità di documentazione e di letteratura sull’argomento. Nonostante non manchino gli studi ed  i documenti prodotti dalle principali organizzazioni internazionali che si occupano di ambiente e migrazioni internazionali in tutte le forme e varianti, il mondo scientifico internazionale, e in modo particolare quello italiano, non sembra aver ancora preso seriamente in considerazione il tema delle migrazioni internazionali causate dal mutamento delle condizioni climatiche, sia per cause naturali che per il degrado dell’ambiente prodotto dall’inquinamento e da un uso distorto delle risorse terrestri. La complessità estrema del fenomeno pone una serie di interrogativi riguardo all’individuazione dei soggetti che possono essere ricondotti alla categoria suddetta e in merito alla possibilità di riconoscere una qualche forma di tutela giuridica internazionale a questa categoria di persone, per i quali, sul piano strettamente giuridico è ancora improprio l’utilizzo del termine “rifugiati” per identificarli.

Ad aumentare le difficoltà già elencate vi è poi la scarsa attenzione dimostrata sull’argomento dai paese sviluppati in genere, ed in particolare i principali inquinatori, e la sempre crescente difficoltà da parte dell’occidente a rispondere ai problemi generati dai movimenti forzati di massa. Il mancato riconoscimento internazionale dei rifugiati ambientali complica ulteriormente la questione.

La Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati prevede che possa richiedere lo status di rifugiato chiunque si trovi “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato” definizione che non lascia spazio alle cause ambientali come fattore di spinta degli spostamenti di popolazione.

Il termine rifugiato ambientale, accettato orami a livello internazionale nel linguaggio comune, appare quindi improprio alla luce di questa considerazione e all’interno della comunità scientifica mondiale non è stato ancora sciolto il nodo di una definizione più propria soprattutto per la difficoltà di stabilire un legame diretto tra fattori ambientali e diversi casi di migrazioni internazionali massive.

Sulla via del riconoscimento internazionale dei rifugiati climatici si frappone inoltre il timore di compromettere la sensibilità che già è stata acquisita nei confronti dei rifugiati tradizionali e dal timore da parte di governi ed istituzioni di trovarsi in difficoltà nel mettere in atto misure di protezione e di reinserimento dei rifugiati provenienti da zone degradate e dovendo provvedere al loro sostentamento economico.

Già nel 1999, con la pubblicazione del libro “Esodo ambientale”, Norman Mayer metteva il luce le difficoltà incontrate dalla comunità scientifica mondiale sulla via di una definizione sia del fenomeno, sia del livello di tutela giuridica internazionale che dovrebbe essere riservata a questa categoria di persone.  In particolare, per quanto riguarda la definizione, egli pone l’accento sulla necessità di soffermarsi sulla differenza tra “ persone in condizioni modeste ma tollerabili in patria che cercano altrove la possibilità di una vita in condizioni economiche  migliori” e quelle persone che migrano perché sono “spinte da fattori di base del degrado ambientale” Condizione che appare come la caratteristica principale per definire il concetto di rifugiato ambientale. Sono stati proposti numerosi termini alternativi per classificare i rifugiati ambientali, tra cui “persone sfollate per motivi ambientali” e “emigranti costretti da motivi ambientali”, che pur essendo precisi risultano assai meno efficaci e, in effetti, sono quasi ridondanti. Altri suggerimenti spaziano da “eco-migranti” e “eco-evacuati” a “eco-vittime”; però i primi due termini non connotano l’idea di migrazione coatta, mentre l’ultimo non suggerisce affatto l’emigrazione. In ogni caso, sostiene Mayer:“esistono prove lampanti che queste persone, comunque le si voglia designare, sono un’ampia componente fra tutti gli altri rifugiati e, entro i primi anni del prossimo secolo, potrebbero addirittura superare di varie volte il numero degli altri rifugiati”.  Egli propone quindi la seguente definizione operativa: “I rifugiati ambientali sono persone che non possono più garantirsi mezzi sicuri di sostentamento nelle loro terre di origine principalmente a causa di fattori ambientali di portata inconsueta.

Questi fattori comprendono siccità, desertificazione, deforestazione, erosione del suolo e altre forme di degrado del suolo; deficit di risorse come, ad esempio, quelle idriche; declino di habitat urbani a causa di massiccio sovraccarico dei sistemi; problemi emergenti quali il cambiamento climatico, specialmente il riscaldamento globale; disastri naturali quali cicloni, tempeste e alluvioni, e anche terremoti, con impatti aggravati da errati o mancati interventi dell’uomo. Possono concorrere fattori aggiuntivi che inaspriscono i problemi ambientali e che spesso, in parte, derivano da problemi ambientali: crescita demografica, povertà diffusa, fame e malattie pandemiche. Altri fattori ancora comprendono carenze delle politiche di sviluppo e dei sistemi di governo che ‘marginalizzano’ le persone in senso economico, politico, sociale e legale. In determinate circostanze, alcuni fattori possono fungere da ‘scatenanti immediati’ della migrazione, per esempio colossali incidenti industriali e costruzioni di dighe smisurate. Molti di questi fattori possono agire in concomitanza, spesso con effetti cumulativi. Di fronte ai problemi ambientali, le persone coinvolte ritengono di non avere alternative alla ricerca di sostentamento altrove, sia all’interno del loro paese che in altri paesi, sia su base semipermanente che su base permanente”. E sulla questione del mancato riconoscimento internazionale dei rifugiati ambientali sempre Mayer polemizza con chi teme una ricaduta negativa sulla sensibilità che il la comunità internazionale nutre per i rifugiati sostenendo che “È un’opinione che ha una qualche validità operativa, cui si può però controbattere che, attualmente, i più gravi problemi ambientali esercitano, di fatto, un sopruso sul diritto umano ad un accettabile e sostenibile tenore di vita (e si tratta sicuramente di un diritto fondamentale).

Non c’è alcun motivo di pensare che chi fugge da condizioni di privazione estrema in conseguenza di collassi ambientali su vasta scala abbia una più attenuata percezione della propria marginalità sociale e una disperazione minore rispetto a chi fugge da oppressioni politiche o religiose. Non sta forse anch’egli cercando la stessa forma di sicurezza nel senso più definitivo del termine, ossia una sicurezza in grado di farlo sentire nuovamente accettato dalla società, in qualche luogo?”  e poi agiunge “Per decenni la scena è stata dominata dalle categorie di rifugiati che definiamo “convenzionali”, ma ora è giunto il momento di abbandonare formule e definizioni che si rivelano troppo restrittive. Ciò non significa, peraltro, trascurare l’esistenza di fattori che favoriscono la “maniera consolidata di fare le cose”, ossia fattori che rafforzano lo status quo. Esiste una ponderosa struttura di procedure legali e di precedenti istituzionali a garanzia dell’approccio tradizionale (…) ma di fronte ai mutamenti che avvengono nel mondo reale non dovrebbero cambiare allo stesso modo anche le nostre categorizzazioni?

Alla fine di questo primo approccio a ciò che si connota come un vero e proprio esodo ambientale, siamo già in grado di formulare una considerazione fondamentale: è necessario agire sui sintomi, prima che il problema inizi a causare “effetti collaterali” cui sarà tremendamente più difficile porre rimedio.”

Di diversa opinione appare invece il rapporto sul tema pubblicato dall’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che sottolinea l’importanza di non utilizzare il termine rifugiati per indicare categorie di persone diverse da quelle previste nella Convenzione di Ginevra.

A livello italiano, si è parlato del fenomeno in relazione della mancata tutela giuridica di coloro che sono costretti ad emigrare per questo genere di cause e possono essere quindi oggetto di provvedimenti di espulsione, e nel caso dell’Italia del possibile trattenimento nei centri di identificazione che precedono il rimpatrio. E’ certo che storicamente vi è sempre stata  una qualche correlazione tra cambiamenti climatici, disastri naturali, modificazioni del clima  e flussi migratori, ma molti sono convinti che il deterioramento dell’ambiente prodotto dal cambiamento climatico porrà negli anni a venire il tema del rifugiato ambientale al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e degli organismi internazionali. Questo è un elemento di novità che in relazione alla rapidità con la quale si sta evolvendo il processo di cambiamento climatico, rende un fenomeno millenario ricco di spunti di ricerca, di riflessione e di azione mirata. Le vittime delle conseguenze del surriscaldamento sono una categoria di migranti ancora sconosciuta ai più, priva di uno statuto ufficiale, ma destinata a crescere rapidamente. E a pagarne lo scotto ancora una volta sono i paesi più poveri ed in primis le zone costiere e le isole del Sud-est asiatico, così come le aree in via di desertificazione dell’Africa subsahariana. Senza più casa, costretti ad abbandonare la propria terra perché zona a rischio, stravolta dai processi di desertificazione, stress idrico o innalzamento del livello del mare, e in attesa di futuro incerto fatto di piani di trasferimento e reinsediamento. . La nuova ferita apertasi sulla pelle di questo millennio allarma e fa discutere, per poi scivolare nuovamente nel dimenticatoio mediatico, assecondato da un’opinione pubblica oramai sempre più immune al dramma del disastro. 

2. La dimensione del fenomeno

Secondo i dati forniti dal World Disaster Report 2001, dedicato al tema dell’assistenza delle vittime dei disastri ambientali, il degrado dell’ambiente e le catastrofi naturali producono un maggior numero di persone costrette ad abbandonare il loro paese che non i conflitti armati e le persecuzioni politiche e religiose

E’ possibile già individuare delle popolazioni che a causa dei cambiamenti climatici dovranno nei prossimi decenni abbandonare le loro terre. Principalmente si tratta di popoli collocati nelle isole dell’Oceano Pacifico. In Papua Nuova Guinea, i millecinquecento abitanti delle isole Carteret saranno costrette all’evacuazione totale entro il 2020 a causa del progressivo innalzamento delle acque oceaniche e a cui è stato riconosciuto il primato di essere i primi effettivi profughi ambientali a causa del riscaldamento globale.  Sempre nel Pacifico i duemila abitanti dell’Isola di Ontong Java rischiano di vedere inghiottite dal mare le loro terre entro il 2015. In quest’isola già sono ingenti i danni causati dall’intrusione dell’acqua salata che ha devastato le coltivazioni.

Anche le Isole Maldive rischiano di essere sommerse: secondo le previsioni più ottimistiche il livello degli oceani aumenterà di 59 cm circa entro il 2100, secondo le stime dell’Onu e per un arcipelago dove l’elevazione massima sul livello del mare è di 200 metri è ovvio che si apre un problema di sopravvivenza, che ha obbligato il sovrano a proporre l’acquisto di nuove terre  per facilitare lo spostamento degli isolani in caso di emigrazione forzata, utilizzando i proventi del turismo.  Nel resto del mondo l’allarme ambientale sta facendo breccia al punto di far riunire nell’ AOSIS ( Alliance of Small Island States) quarantatre stati insulari appartenenti a Africa, Caraibi, Oceano Indiano, Mediterraneo, Pacifico e Mar Cinese Meridionale.

A sottolineare la crescente importanza degli effetti sulle popolazioni umane dei cambiamenti climatici vi è la costituzione nel 2007 del Global Umanitarian Forum di Ginevra, un’organizzazione internazionale indipendente con a capo Kofi Annan, che si occupa di dare impulso e promuovere una coscienza globale del fenomeno ed incrementare il sostegno alle popolazioni più vulnerabili e maggiormente colpite dai cambiamenti climatici. Per opera del Global forum, per la prima volta nella storia è stato pubblicato un rapporto incentrato esclusivamente sull’impatto globale dei cambiamenti climatici sulle popolazioni umane e che ha calcolato che ogni anno i cambiamenti climatici lasciano sul terreno  trecento mila vittime e trecentoventicinque milioni di persone sono colpite gravemente dai cambiamenti climatici con un costo economico totale di centoventicinquemila milioni di dollari ogni anno che ogni anno vengono devoluti ai paesi colpiti dal fenomeno. Sempre dal rapporto si apprende che le venti nazioni più colpite dai cambiamenti climatici sono responsabili del 1% del totale delle emissioni mondiali e si calcola che il 98% delle persone colpite dai cambiamenti climatici, il 99% di tutte le morti e più del 90% delle perdite economiche sono sopportate dai paesi in via di sviluppo. Sul piano delle previsioni future il rapporto non è affatto ottimista, e si prevede che nel 2030 le morti su scala mondiale dovute ai cambiamenti climatici arriveranno quasi a cinquecentomila unità ogni anno. Il numero delle persone colpite salirà a 660 milioni e rappresenterà la maggiore emergenza umanitaria del mondo. Il costo economico annuale si triplicherà fino a raggiungere un totale di trecentoquarantamila milioni di dollari.

 

3. Conclusioni e prospettive future.

Alla luce di quanto emerso la questione del riconoscimento giuridico dei rifugiati ambientali è di fondamentale importanza per poter proseguire sulla strada di un intervento concreto a livello globale oltre che per garantire un livello di tutela adeguato ad una porzione della popolazione umana che a quanto i dati dimostrano va aumentando a vista d’occhio. E’ necessario altresì porci il problema dell’effetto che une eventuale riconoscimento internazionale dei rifugiati ambientali avrebbe sulla sensibilità verso i rifugiati tradizionali in un momento storico in cui almeno in Europa le questioni migratorie vengono trattate sempre di più in termini di sicurezza pubblica  e in un’ottica di restringimento della sfera dei diritti riconosciuti e delle conseguenze  che avrebbe sul piano dei rapporti interstatali, nei confronti dei governi dei paesi che sono colpiti dal fenomeno. Va rilevato anche che gran parte delle sofferenze causate dai problemi ambientali esistono delle precise responsabilità politiche interne. I governi dei paesi colpiti da problemi ambientali dovrebbero chiedersi se ritenersi responsabili per le situazioni in cui il collasso ambientale è stato accentuato da politiche che contribuiscono a determinare i problemi, e l’iniqua distribuzione della proprietà fondiaria ne è un ottimo esempio. Spesso, invece, le istituzioni manifestano una totale indifferenza nei confronti dei propri cittadini che si trovano in condizioni di povertà assoluta e che, per l’estremo degrado del loro habitat, possono a stento sopravvivere.

Entro questi limiti la questione dei rifugiati ambientali è anche, in parte, una questione politica, ma siamo ben lungi dal poter affermare che rifugiati ambientali e rifugiati politici vanno tenuti in eguale considerazione. Rimane indubbio che vi è una differenza sostanziale tra subire gli effetti della “negligenza” ambientale e sociale di un governo e quelli della repressione. Bisogna però prendere coscienza che i fattori climatici sono e saranno sempre di più un fattore  di spinta migratoria verso i paesi del nord del mondo. In questa ottica è necessario porre l’accento sulla complessità intrinseca del problema per orientare la ricerca scientifica e le politiche, sia ambientali che migratorie verso la consapevolezza che l’aumento dei flussi migratori nei paesi industrializzati non si esaurisce con le cause tradizionali che vedono le guerre e la povertà come unici fattori presi in considerazione. Alla luce dei fatti povertà, cambiamenti climatici ed eventuali conflitti ( anche ambientali)  molto spesso si trovano in un rapporta causale e sono un binomio interessante da studiare e da inserire nel dibattito quotidiano sui flussi migratori internazionali e sulle politiche da adottare per una gestione il più possibile attenta alle esigenze umanitarie delle popolazioni colpite e sugli effetti che possono provocare le migrazioni di massa sul tessuto socio economico dei paesi di destinazione.

E’ evidente che una gestione migliore dei flussi migratori, regolata da convenzioni internazionali che riconoscessero il fenomeno nella sua peculiare complessità favorirebbe un  intervento migliore sia da parte governativa che da parte delle organizzazioni umanitarie che operano nel settore. Il ruolo del mondo della cooperazione internazionale da sensibilizzare ed orientare verso il problema risulterebbe più efficace se venisse riconosciuto anche solo formalmente uno status ed una adeguata produzione normativa volta a regolare il ruolo degli attori internazionali nel intervento sulla questione. Rimane in ogni caso l’auspicio che la Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici convocata a Copenaghen per il dicembre 2009 produca un nuovo accordo internazionale sul clima capaci di integrare le conoscenze apportate dagli studi sull’argomento.

 

Andrea Del Testa – Esperto dell’immigrazione

A Sud Toscana