G7, Le Ambizioni Dell’Italia Sullo “shale Gas”

G7, le ambizioni dell’Italia sullo “shale gas”

g7 gas[di Federico Gennari Santori su Pagina99*]

 

L’analisi|L’ombra della crisi ucraina sul vertice sull’energia della scorsa settimana: si è parlato molto di gas. Le alternative al gas russo potrebbero venire dal gas di scisto. L’Italia stringe accordi col Canada e pensa a nuove trivellazioni

 

A molti sarà sfuggito, ma tra il 6 e il 7 maggio si è svolto a Roma il G7 Energia, ospitato nelle sale di un prestigioso albergo di via Veneto. Non se n’è parlato molto, ma vale la pena di tornarci: si parla di energia nel pieno del conflitto ucraino e in gioco c’è l’approvvigionamento energetico dell’Europa, schiava dei rubinetti di Gazprom. Qualcosa di rilevante la riunione l’ha prodotto eccome. In ordine: il trend dello shale gas, l’Italia come nuovo corridoio europeo del gas, l’ipotesi di trivellazioni offshore nell’Adriatico.

 

Questo G7 è stato un primo banco di prova per l’individuazione di soluzioni alternative al gas russo. Ecco la questione che ha tenuto impegnati i ministri provenienti da Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Usa, Canada e Giappone, insieme al Commissario Ue all’Energia, Günther Oettinger e il Direttore esecutivo dell’IEA, Maria van Hoeven. Dal vertice è uscita un dichirazione rivolta ai capi di stato e di governo che parteciperanno al G7 che si terrà a Bruxelles il 4 e il 5 giugno.

 

Le parole d’ordine sono due: sicurezza energetica e gas. Il resto può attendere. «L’energia non dovrebbe essere utilizzata come mezzo di coercizione politica né come una minaccia», comincia la dichiarazione dei ministri, stoccando la Russia. Un incipit che è già un programma. Lo dice il significato stesso di “sicurezza”: assicurarsi rifornimenti affidabili a prezzi ragionevoli. Quelli russi sono appesi a un filo e a costi altalenanti. Un monopolio, in mano a un amico che non piace granché ai governi occidentali. Meglio cercare altre strade.

 

Che sia russo, ucraino o di altri, all’Europa il gas serve. E se dovesse venire meno quello di Putin, da qualche parte bisognerà prenderlo. La soluzione – da quanto si evince – c’è già. Si chiama shale gas, quello che in Italia conosciamo impropriamente come gas di scisto e di cui da due anni a questa parte si parla molto: si trata del gas imprigionato in argille (shale), rocce molto permeabili. Pare che ce ne sia a bizzeffe in molte zone del mondo, ma solo di recente stati e aziende hanno iniziato ad estrarlo mediante fratturazione idraulica (fracking). Sfruttare questi giacimenti, che non a caso si sono guadagnati il nome di “non convenzionali”, è caro, difficile e rischioso per l’ambiente. Eppure lo shale gas è una merce di cui c’è gran domanda.

 

La shale gas è in pieno boom. Dopo la crisi Ucraina, quando si tratta di energia non si parla d’altro. Al G7 romano avrà sicuramente oscurato tutti gli altri punti all’ordine del giorno, a cominciare – ironia della sorte – dal convenzionale e poco credibile richiamo all’urgenza di affrontare il cambiamento climatico, ma ha fatto anche discutere. Ségolène Royal, lo ha detto forte e chiaro: «fino a quando la fratturazione idraulica provocherà i danni dell’ambiente che conosciamo, la Francia non accetterà di ricorrere a questa tecnica». A fargli eco è stata anche Federica Guidi, ministro italiano dello Sviluppo economico, la quale ha spiegato che in Italia lo shale gas è poco ed estrarlo non conviene.

 

Guidi ha anche spiegato che l’Italia non estrarrà shale gas, ma è ben disposta a comprarne all’estero o comunque entrare nel giro. A margine del G7, si è tenuto un incontro bilaterale tra il ministro italiano e il suo omologo canadese, a seguito del quale si è annunciata la firma di un protocollo con il Canada per «avviare una collaborazione in materia di Gas Naturale Liquefatto (Gnl), una risorsa abbondante in Canada che può contribuire a diversificare ulteriormente le fonti di approvvigionamento dell’Italia a prescindere dai gasdotti».

 

Il gas che serve all’Europa, in gran parte, è quello canadese e l’Italia vorrebbe diventare il punto di collegamento tra Canada, Stati Uniti ed Europa sulla nuova via del gas. «L’occasione dello shale gas non può essere persa» ha affermato Guidi. E quello che arriverebbe dal Canada, in gran parte, è gas di scisto da importare come liquefatto (Gnl). La trasformazione dallo stato gassoso allo stato liquido è ritenuta conveniente perché rende più agevole il trasporto, grazie alla riduzione del volume del gas. Una volta giunto a destinazione, però, va rigassificato e per questo servono degli impianti ad hoc. Guidi ha parlato di tre nuovi rigassificatori per questo scopo, da costruire se i consumi dovessere crescere con la fine della recessione.

 

Ma il ministro non ha dimenticato le forniture provenienti da oriente, per creare quei «corridoi completamente nuovi che consentirebbero all’Italia di diventare il corridoio europeo del gas». Un nuovo “sì” è dunque arrivato per South Stream e Trans Adriatic Pipeline, i due gasdotti provenienti dalla Russia e Azerbaijan che passerebbero per l’Italia. Autosufficienza e sicurezza, da parole potrebbero così tramutarsi in fatti, magari con un accorgimento ulteriore.

 

L’Italia non estrarrà lo shale gas, ma intanto secondo Guidi bisogna sfruttare le risorse fossili nostrane. «Devono essere potenziate – ha sottolineato –, ma si deve procedere a un’accettazione da parte dei cittadini utilizzando le massime tecnologie che minimizzino l’impatto ambientale». Comunque sia, l’ipotesi di nuove trivellazioni soprattutto offshore, per estrarre petrolio dai fondali marini, è ben accetta. Nel frattempo, il futuro degli incentivi alle rinnovabili non è chiaro, un piano energetico nazionale degno di questo nome non c’è, e di linee guida concrete per efficienza e risparmio ancora non si è parlato.

 

 

 

*Articolo pubblicato su www.pagina99.it il 12/5/014