FSM 2013: La Primavera Araba E L’informazione. I Media Indipendenti Si Incontrano A Tunisi

FSM 2013: La primavera araba e l’informazione. I media indipendenti si incontrano a Tunisi

BGJqJewCAAAD-vb.jpg largeda Tunisi, Federico Gennari Santori / A Sud su dailySTORM – Il Forum Sociale Mondiale del 2013, il primo a svolgersi in un Paese arabo, è stato preceduto dal terzo incontro mondiale dei media indipendenti e delle radio comunitarie, dal 25 al 30 marzo. Non si è trattato di un caso. La Tunisia, infatti, è lo stato del Maghreb da cui è partita la stagione di mobilitazione popolare di massa, ormai conosciuta come “primavera araba”. Qui c’è stata la scintilla rivoluzionaria che ha inizialmente portato alla deposizione del dittatore tunisino Ben Alì e all’avvio di un sanguinoso cammino verso la democratizzazione, per poi divampare in tutto il Medio Oriente. Una reazione a catena, i cui effetti avrebbero poi scosso Egitto, Marocco, Libia, Algeria, Siria e Yemen. Un percorso volto all’affermazione della libertà e dei diritti civili, complesso e tutt’altro che concluso.

I media e i nuovi mezzi di comunicazione, da punti di vista diversi, hanno avuto un ruolo centrale nella nascita e nello sviluppo di questo processo. Da una parte, i grandi media succubi dei regimi hanno a lungo falsato la realtà nel tentativo di sopire i focolai di ribellione; dall’altra i media indipendenti hanno contribuito alla diffusione virale di notizie ed opinioni, scavalcando quello che sembrava essere il pensiero dominante e aggirando i controlli governativi e la censura mediatica. Sono giornalisti free lance, semplici praticanti e liberi cittadini che con le proprie tastiere hanno saputo stimolare questo processo, rispondendo attraverso un’opera di controinformazione e sensibilizzazione ad una richiesta di verità e chiarezza che permeava il popolo. Tra le figure protagoniste della “primavera araba” rientra a pieno titolo quella del blogger, che ha saputo cogliere e sfruttare le potenzialità della Rete come strumento di lotta sociale e in base ad un obiettivo politico preciso: la sconfitta dei regimi autoritari e l’instaurazione di una democrazia reale. Spazi web di nicchia, forum e social network si sono così rivelati, allo stesso tempo, delle armi potenzialmente utilizzabili da chiunque disponesse di una connessione e dei luoghi per la condivisione di informazioni fruibili con immediatezza da una moltitudine di cittadini senza precedenti.

Dal canto loro, durante la “primavera araba”, i media occidentali hanno descritto i movimenti che stavano nascendo come un frutto del web 2.0, al punto che Facebook e, in particolare, Twitter ne sarebbero stati i veri e propri motori. Una versione dei fatti che superficialmente potrebbe sembrare veritiera, ma le cose non stanno così e sono stati gli stessi blogger e attivisti ad affermarlo. Il tema è stato affrontato in diverse assemblee durante l’incontro mondiale dei media indipendenti, i quali, pur avendo giocato un ruolo chiave nelle mobilitazioni del Maghreb, non avrebbero mai potuto innestare nei popoli nordafricani lo spirito di ribellione. Del resto, con risorse pressoché inesistenti e privi di una strategia condivisa, avrebbero perso in partenza la sfida con i media mainstream, senza contare che solo un parte della popolazione ha accesso a internet. Qualcosa, invece, ha fatto sì che il contributo dei blogger potesse svilupparsi, attecchire e crescere fino ad imporsi: l’esasperazione a cui era giunto due anni fa il mancato soddisfacimento delle esigenze dei cittadini. Un malessere popolare dovuto a politiche restrittive e agli effetti della crisi globale, accumulato nel corso di decenni e particolarmente avvertito dalle nuove generazioni di studenti e giovani lavoratori, proprio quelle in grado di utilizzare il web e abituati ad interagire con altri all’interno di esso. Così, sono nati i blogger di cui i media occidentali ci hanno raccontato e queste sono le ragioni della “rivoluzione”, che è anzitutto contro la precarietà piuttosto che contro un leader politico eletto più e più volte a suffragio universale. I social network hanno dato prova di come possano unire, grazie alla viralità, e favorire tanto lo spontaneismo quanto l’organizzazione nelle proteste, grazie alla rapidità.

“Rivoluzione” è un altro termine utilizzato dalla maggior parte dei grandi media occidentali, a cominciare da quelli italiani, che hanno salutato gli avvenimenti del Medio Oriente come un passo in avanti verso la piena realizzazione della democrazia dopo le dittature. Una visione dei fatti che sa molto di occidentalizzazione e che ha scarso riscontro nella realtà. Attivisti tunisini ci hanno raccontato che, in Tunisia come ne gli altri paesi del Medio Oriente, la “rivoluzione” non c’è ancora stata: è sì accaduto qualcosa che ha assunto connotati “rivoluzionari”, ma, come dicevamo, è soltanto iniziato un processo. Ce lo dimostrano i casi della stessa Tunisia, dove un’assemblea costituente lavora ad un nuovo testo costituzionale ed è recentemente stato ucciso il leader della sinistra Chokri Belaid, e dell’Egitto, dove i cittadini hanno ripreso a mobilitarsi contro il neoeletto presidente Morsi. Non è da sottovalutare, inoltre, che le democrazie del Medio Oriente possano prendere una piega del tutto diversa da quelle di stampo occidentale ed europeo, come il governo islamico retto dai Fratelli Musulmani instauratosi in Egitto dovrebbe indurci a pensare. Fatto, questo, che grandi testate e reti televisive europee e statunitensi hanno paventato, con unilateralità e superficialità tutt’altro che inedite. Le stesse che abbiamo potuto riscontrare in una descrizione delle proteste magrebine eccessivamente focalizzata sul fenomeno “social”, più che sulle ragioni da cui esso ha avuto origine, inevitabilmente passate in sordina e sminuite.

Molto deve ancora cambiare nella Tunisia del Forum Sociale. La situazione economica del Paese è peggiorata manifestazioni di due anni fa. Il turismo è diminuito drasticamente, mentre l’industria e l’agricoltura rimangono ferme e la bilancia commerciale è in deficit. Il Fondo Monetario Internazionale, esattamente come in Egitto, sta facendo pressione affinché il governo opti per delle manovre di austerità ancor più impopolari, con tutte le conseguenze sociali che comporterebbe. In un contesto simile, l’omicidio di Belaid non può stupire: è un sintomo del mancato raggiungimento degli obiettivi delle rivolte del 2011, di cui la classe dirigente e politica che ha ripreso in mano le sorti del Paese è responsabile.

I media, come si è ribadito durante l’incontro mondiale, hanno un ruolo fondamentale nel prosieguo della “rivoluzione”. Dopo la caduta di Ben Alì, ci sono stati dei miglioramenti per quanto riguarda la libertà di espressione e il lavoro dei giornalisti. Ma, come ci ha descritto Zeid Dabbon, giornalista tunisino di “Le Temps”, se gli arresti e la censura appartengono al passato, in diversi casi la violenza e le intimidazioni nei confronti di chi è critico verso l’attuale governo sono di fatto aumentate. Ed è questo il motivo per cui, secondo molti, il giornalismo, o meglio l’informazione, deve andare al di là della professione, per divenire appannaggio della popolazione nel suo complesso, proprio attraverso lo sfruttamento delle potenzialità che il web offre, e rafforzandole con la banda larga e strumenti open source.

La libertà ricercata dalla “primavera araba” deve riguardare anzitutto la possibilità di fruire delle informazioni, ma oggi anche quella di produrle e condividerle. Soltanto così sarà possibile cambiare la Tunisia e il resto del Maghreb, in vista di una finalità che, secondo i partecipanti al meeting di Tunisi, resta politica: instaurare una vera democrazia, basta sulla partecipazione dal basso e lontana dalle politiche liberiste portate avanti da Ben Alì e dal governo attuale, che possa restiture e, quindi, garantire la prospettiva di un futuro migliore ai cittadini.