Finta Emergenza In Laguna, Roma Conferma Le Accuse

Finta emergenza in laguna, Roma conferma le accuse

[di Luana de Francisco su messaggeroveneto.geolocal] Chiuse le indagini preliminari dell’inchiesta partita da Udine: 20 indagati. Ipotesi di associazione a delinquere e truffa anche per Menchini, Ciani e Moretton

MARANO LAGUNARE. Lo aveva scoperto la Procura di Udine, attraverso un’inchiesta partita nel febbraio 2012 e culminata dopo soltanto due mesi nella revoca da parte dell’allora premier Mario Monti del Commissario delegato della laguna di Grado e Marano.
Adesso, a più di due anni dalla trasmissione degli atti ai colleghi romani per competenza territoriale sulla principale ipotesi di reato – l’associazione a delinquere in ambient ministeriali -, la certificazione dell’impianto accusatorio arriva dalla stessa Capitale, con l’avviso della conclusione delle indagini preliminari notificato ieri a 20 degli iniziali 26 indagati.

L’emergenza ambientale che dal 2002 aveva ingrassato la struttura commissariale friulana sarebbe stata un clamoroso bluff: una messinscena architettata dall’allora direttore generale del ministero dell’Ambiente, Giancarlo Mascazzini, al solo scopo di ottenere e spartirsi fiumi di denaro pubblico.
Diventata un caso “pilota” per una serie di altri fascicoli simili avviati fuori regione, l’inchiesta partorita e sviluppata dal pm udinese Viviana Del Tedesco, e passata poi sotto il coordinamento del collega Alberto Galanti, che per le indagini ha continuato ad avvalersi dell’allora comandante del Noe di Udine (e attuale comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Gorizia), Pasquale Starace, ha dunque confermato tutte le ipotesi di truffa, falso e abuso d’ufficio su cui sarebbe stato costruito lo scandalo delle bonifiche “fantasma”.

 

Il trucco? «Ingigantire un’emergenza ambientale in realtà limitata alla sola area industriale dell’ex Caffaro e al connesso canale Banduzzi e – recita il capo d’imputazione – coltivarla, incentrando l’attività sulla laguna invece che sull’area industriale da bonificare, omettendo le attività di completa caratterizzazione e comunque la validazione dei campionamenti e delle analisi eseguite, falsificandole facendo risultare concentrazioni di mercurio metilato superiori financo ai valori di mercurio totale».
Un “pozzo” apparentemente inesaurbile e dal quale avrebbero attinto vantaggi economici, chi più e chi meno, tutti gli indagati. A cominciare da Mascazzini, ovviamente, e da coloro che facevano parte della struttura commissariale, cui nei dieci anni furono corrisposti circa cento milioni di euro: i due ex commissari “politici” Paolo Ciani (2002-2006) e Gianfranco Moretton (2006-2009) e il tecnico Gianni Menchini (2009-2012), e i rispettivi soggetti attuatori Dario Danese e Giorgio Verri.

Ma anche i legali rappresentanti delle società pagate per opere inutili o mai realizzate: Raffaele Greco, della cooperativa Nautilus, di Vibo Valentia, che incamerò circa 4 milioni di euro, Guido Zanovello, dello studio Altieri di Thiene, e Giovanni Mazzacurati (ex presidente del Consorzio Venezia Nuova) e Maria Brotto, della Thesis di Venezia, che per la sola progettazione e realizzazione delle casse di colmata previste a Lignano, Grado e San Giorgio ricevettero 1,3 milioni, Vincenzo Assenza, Fausto Melli, Franco Pasquino e Giorgia Scopece, della Sogesid di Roma, società in house del ministero dell’Ambiente, cui furono corrisposti più di 1,8 milioni e cui si contesta anche la predisposizione di un «faraonico e irrealizzabile» progetto da 230 milioni di euro per la messa in sicurezza della Caffaro.

Accuse rimbalzate da subito anche sul capo degli organi deputati a controllare lo stato di salute della laguna e che, rendendosi correi della finta rappresentazione dei fatti, sono rimasti a loro volta coinvolti nella pesante ipotesi dell’associazione a delinquere: Marta Plazzotta, dirigente dell’Arpa di Udine, Massimo Gabellini e Silvestro Greco, dell’Icram (ora Ispra), e Antonella Ausili ed Elena Romano, dell’Ispra (già Icram) di Roma.

 

Pubblicato il 21 giugno 2016