Fenomenologia Del Cambiamento Climatico

Fenomenologia del Cambiamento Climatico

Nelle ultime decadi risulta notevole l’incremento di numerosi eventi climatologici a livello mondiale: inondazioni, tempeste, uragani, grandinate, gelate, siccità, eccetera, generando innumerevoli perdite umane, materiali ed economiche (stimate per circa di 70.000 milioni di dollari annuali, colpendo circa 325 milioni di persone) e danneggiando in particolar modo le comunità locali e le popolazioni indigene più povere, nelle più svariate regioni.


A proposito della Conferenza di Copenaghen sul futuro del sistema globale del clima, che si realizzerà nel dicembre 2009, è evidente che negli ultimi anni va crescendo la preoccupazione mondiale sulle implicazioni attuali e future del fenomeno del cambiamento climatico. Allo stesso modo, appare meno evidente che si continui semplicemente a gravitare attorno al mero discorso piuttosto che prendere posizioni ufficiali, decisioni politiche ed azioni concrete e concertate della comunità internazionale per affrontarlo (come è necessario per i paesi industrializzati del nord, che hanno la maggiore responsabilità nel fenomeno).

Nel dibattito si affronta anche, e non senza controversie, il tema della veridicità del fenomeno e le sue cause, analizzando la diagnosi dal fondo, dilatando o impedendo l’assunzione di maggiori impegni a riguardo.

Sul cambiamento climatico esiste un’abbondante bibliografia: da testi e manifesti apocalittici e grammatici, effimeri e scettici, ma anche articoli più seri e documentati, della cui grandezza però non si tiene conto. Ci interessa indagare sulla fenomenologia in quanto tale, sarebbe a dire analizzare le sue implicazioni come un fatto concreto, come un fenomeno reale, nel segno della relazione società-natura e delle molteplici interazioni causa-effetto che si producono dall’alba dell’umanità e che creano mutazioni tanto sottili quanto profonde nell’ambiente e nel verificarsi di diversi eventi, i cui impatti ed effetti sono stati, sono e saranno determinanti delle condizioni e mezzi di vita delle popolazioni più vulnerabili, in particolar modo dei paesi del sud.


I FENOMENI NATURALI E LE LORO RELAZIONI CON LE ATTIVITA’ UMANE ED IL CAMBIO CLIMATICO

Dall’apparizione delle prime società tribali, sono molteplici gli imaptti e gli effetti che da millenni si producono nell’ecosistema e nella biosfera, al pari del verificarsi continuo di fenomeni naturali (molti dei quali con effetti devastanti per la popolazione ed il suo habitat).

E’ per questo che di fronte all’evidenza del cambiamento climatico, oggi compromviamo ciò che – decine di anni fa – organizzazioni ambientaliste, movimenti sociali e la comunitàs scientifica hanno annunciato al mondo, come le gravi conseguenze che avrebbero potuto derivare dall’espansione globale del capitalismo e della sua razionalità economica e di sviluppo, se non si fossero presi mezzi per evitarlo.

Con la crisi economica mondiale si è scatenata l’accumulazione di multiprocessi di trasformazione economica, sociale, culturale e ambientale che, nel mezzo di uno scenario incerto dovuto alla difficoltà di imbrigliare i fenomeni naturali, rendono ancora più complesso lo studio di dinamiche attuali e future.

Negli ultimi decenni risulta notevole l’incremento di numerosi eventi climatologici a livello mondiale: inondazioni, tempeste, uragani, grandinate, gelate, secche, eccetera, generando innumerevoli perdite umane, materiali ed economiche (stimate per circa 70.000 milioni di dollari annuali e che colpiscono circa 325 milioni di persone) che danneggiano in particolar modo le comunità locali e le popolazioni indigene più povere, nelle più svariate regioni del mondo.

E’ risaputo che gli effetti del cambiamento climatico possono essere determinanti nell’attuale contesto di sviluppo delle comunità locali e delle popolazioni indigene più vulnerabili dell’America Latina e di altre regioni del mondo, costituendo un nuovo e più grande elemento di preoccupazione, oltre alle questioni storiche irrisolte legate ai bisogni ed alle necessità di sviluppo e di inclusione sociale di queste popolazioni. da qui l’importanza di analizzare l’evoluzione del processo di cambiamento climatico come relazione società-natura e di conoscere la sua capacità ed i differenti meccanismi adattivi sorti nei millenni in risposta a fattori ambientali avversi.

I fenomeni naturali esprimono una sezione importante del rapporto storico di convivenza tra molteplici società e culture nel proprio “habitat” naturale; tuttavia, è chiaro che fino ad oggi ancora non è terminato il processo di apprendimento del livello di responsabilità che dobbiamo assumere, in quanto società globale, nel suddetto rapporto. di fatto, esistono resistenze interessate per determinati settori e gruppi di potere economico dei paesi sviluppati del nord, interessi a sostenere che non c’è un’evidenza scientifica sufficiente (variazioni statisticamente significative) per affermare che sono le attività umane quelle che stanno effettivamente contribuendo al verificarsi di cambiamenti climatici legati al riscaldamento globale. Ad ogni modo, le evidenze scientifiche trovate da investigatori delle più disparate tendenze accademiche, coincidono per la maggior parte con il sostenere ragionevolmente che le attività umane stanno davvero contribuendo allo sviluppo del fenomeno globale del cambiamento climatico.

La Convenzione Marco sul Cambiamento Climatico (CMCC) delle Nazioni Unite, distingue tra il cambiamento climatico attribuibile alle attività umane (che alterano la composizione dell’atmosfera) da quello risalente a cause naturali (alla naturale variabilità del clima). La CMCC, all’articolo 1, definisce il cambiamento climatico: “come un cambiamento di clima attribuito direttamente o indirettamente all’attività umana che altera la composizione dell’atmosfera mondiale, che si aggiunge alla naturale variabilità del clima osservata durante periodi di tempo comparabili”.

Il Panel Intergovernativo del Cambiamento Climatico (IPCC) è un organismo multinazionale incaricato delle negoziazioni relative al cambiamento climatico globale e della direzione della discussione scientifica sul riscaldamento globale, sull’emissione di particelle di carbonio e sull’effetto invernale.

Ne fanno parte delegati e scienziati di alto livello che, dal 1988 ad oggi, hanno pubblicato relazioni rilevanti per applicare soluzioni nel segno della CMCC. Le sue relazioni di valutazione sono composte di vari volumi e offrono informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche relative alle cause, i possibili effetti e le soluzioni al cambiamento climatico. Ad oggi l’IPCC ha dato alla luce un quarto rapporto di valutazione, completato e pubblicato nel 2007, nel quale si afferma l’esistenza di una crescente tendenza ad eventi estremi osservati negli ultimi 50 anni, considerando come probabile che le alte temperature e le forti precipitazioni continueranno ad essere sempre più frequenti in futuro, con un effetto disastroso per l’umanità.

Si è osservato che una delle cause principali del riscaldamento globale e del cambiamento climatico è dovuta alla costante emissione di gas ad effetto serra (GEI), ovvero i gas emessi dalle grandi industrie dei paesi industrializzati del nord. Tuttavia, a prescindere dal fatto che questa tipologia di gas si forma naturalmente, negli ultimi secoli l’irrazionale azione dell’uomo – con l’aumento di emissioni di gas che inquinano l’atmosfera – contribuisce negativamente al verificarsi accelerato del fenomeno.  Di tutti i GEI studiati, il più importante è la CO2, proveniente dalle emissioni della grande industria e dalla deforestazione di boschi tropicali e subtropicali per l’espansione irrazionale di attività agrarie, pastorali, agroindustriali e forestali.

E’ risaputo che i GEI intrappolano l’onda calorica (radiazione di onda larga) emessa dalla terra, il cui incremento della temperatura resta intrappolato a sua volta nella troposfera, generando l’effetto serra.

Quando l’aumento non è naturale, la temperatura terrestre sale e si produce il riscaldamento globale
(dunque effetto serra e riscaldamento globale non sono sinonimi, come molti sostengono). Alcune teorie sostengono che l’inquinamento sia la causa del riscaldamento attuale. A sua volta, il riscaldamento genera cambiamenti climatici su scala diversa ed influenza il verificarsi di diversi fenomeni naturali (piogge, inondazioni, siccità, uragani, tsunami, disgelo glaciale, eccetera) che alterano i cicli e le regolari funzioni naturali degli ecosistemi, colpendo le risorse locali ed i mezzi di sostentamento delle comunità locali e delle popolazioni indigene più vulnerabili.

E’ ben noto che qualunque tipo di cambiamento climatico produce mutazioni di altro genere e, dunque, genera innumerevoli interazioni che rendono maggiormente complesso il problema. Il miglior modo di valutare tali cambiamenti consiste nell’utilizzo di modelli computazionali che simulino la fisica dell’atmosfera e dell’oceano, ma che essendo modelli probabilistici hanno una precisione limitata, dovuta alla relativa conoscenza che ancora si ha del funzionamento globale dell’atmosfera.

RAZIONALITA’ E PROBLEMATICA AMBIENTALE: MANIFESTAZIONI DELLA RELAZIONE SOCIETA’-NATURA

Il concetto di razionalità ambientale si riferisce alle forme di vita o alle manifestazioni positive conosciute dalle comunità locali e dalle popolazioni indigene sul loro territorio e nel loro ecosistema, ad esempio sulla naturale variabilità del clima, in quanto fa riferimento ad un corpo di valori e principi di una società orientata alla ricerca di una finalità ambientale positiva. Gli aggiustamenti o gli errori che possono realizzarsi nella sua evoluzione, sono risultato di molteplici fattori condizionanti, propri del sistema di interazione società-natura. Quello che, per antitesi, potrebbe condurre verso l’irrazionalità, configurando il concetto di problematica ambientale: sarebbe a dire, quando i fattori condizionanti del sistema di interazione formano un congiunto di elementi di squilibrio, noto come difetto di razionalità, e che oggi – diremmo – è tipico della società globale.

Allo studio delle implicazioni ambientali derivanti dalla relazione società-natura corrisponde un’attenzione particolare verso la cosmovisione olistica di determinate culture e del loro grado di resistenza sociale manifestata su un dato spazio territoriale. Da qui, il culturale consisterà nel riconoscere una forma specifica di razionalità o un tipo di comportamento che la società manifesterà nella gestione della località in cui è insediata, ad esempio la regione andina e amazzonica.

Sebbene sappiamo che le popolazioni indigene si evolvono in funzione di molteplici processi adattativi (e non adattativi) sperimentati in ambiti territoriali e micro-ambientali specifici, a partire dalle più svariate condizioni climatiche e di offerta di risorse naturali, lo sviluppo avviene anche secondo le tipologie di organizzazione socioeconomica e secondo la razionalità impiegata nella manipolazione delle risorse dell’ecosistema. In ogni caso, supponiamo che i processi adattivi si adeguino allo sviluppo di un determinato tipo di resistenza (forte o debole) in risposta alle difficoltà incontrate ed a cui la società riesce ad adattarsi o al contrario dinanzi alle quali crolla e si frattura.


RELAZIONI MULTIPLE DELLE SOCIETA’ UMANE CON L’AMBIENTE: EVOLUZIONE E PROCESSI ADATTATIVI

Negli articoli precedenti abbiamo segnalato che sullo studio delle relazioni multiple di società umane con l’ambiente, spicca la teoria dell’evoluzionismo multilineare di Jùlian Steward, secondo cui le società e le culture non seguono un’unica linea, continua ed ascendente di cambiamenti successivi nell’ambito di un processo adattativo che va da società semplice a società complessa, bensì – a differenza dell’evoluzionismo lineare – la sua evoluzione segue rotte diverse e processi discontinui.

Steward sostiene che l’evoluzione multilineare cerca leggi che esplichino le interazioni tra la popolazione e l’ambiente, relazioni che possono ripetersi tra culture differenti con un’ecologia simile, e per questo potrebbero risultare universali, perchè corrispondono a popolazioni in contesti particolari (“microecologici e storici”) necessari da studiare e da comprendere nella loro particolarità.

Nello studiare il processo evolutivo delle comunità, Salhins e Service hanno dato un apporto interessante proponendo di integrare due fasi: innanzi tutto, che l’evoluzione crea diversità a causa del meccanismo di adattamento, in secondo luogo, che l’evoluzione va dalle forme semplici alle forme più complesse,dagli organismi con minore controllo energetico a quelli che hanno un maggiore controllo. Seguendo tale convinzione, le comunità locali e le popolazioni indigene seguono un generale processo evolutivo ascendente nel tempo, ma con rotte diverse e discontinue, e inoltre condizionate da diverse fattori (oggettivi e soggettivi, endogeni ed esogeni) relativi ai territori occupati ed ai loro dintorni, nei cui processi particolari i loro meccanismi adattativi hanno seguito la tendenza generale a diversificarsi e diventare complessi (ad eccezione dei casi estremi, che per altri fattori si sono semplificati o sono andati collassando).

Oggi si avverte che il fenomeno del cambiamento climatico può essere, di fatto, un fattore determinante che altera parzialmente o irreversibilmente l’evoluzione di diverse società e culture locali.

Uno dei principi base della teoria ecologica è il concetto di adattamento, processo in cui il tempo e l’interazione sono aspetti fondamentali. Tenendo presente il concetto, supponiamo, per esempio, che il processo adattativo delle popolazioni indigene, in condizioni di alta variabilità climatica locale, debba basarsi su una relazione imperfetta società-natura: il processo andrà avanti per raggiungere forme necessarie alla sopravvivenza. Ogni processo adattativo comporterà un cambio costante o una crescita evolutiva in successive generazioni.

Seguendo le investigazioni relative alla teoria dei sistemi – dall’uso primigenio del concetto di ecosistema da parte di A.G. Tansley (1935) ed in seguito da altri investigatori -, è ampiamente accettato che lo studio della relazione società-natura deve essere affrontato come lo studio di due componenti inter-relazionate, che costituiscono le parti di un tutto sistemico.

Entrambe le componenti (società-natura) si relazionano in un tutto sistemico, rappresentando un complesso di relazioni di mutua causalità misurabili con alcuni indicatori di base, ad esempio la qualità della vita per riferirsi alla società e qualità dell’ambiente per riferirsi alla natura. In questo modo si propone, con il teorema dell’indicibilità di Godel:”allo stabilire che ciascun modello si esplica in un modello più ampio e più generale”, che i problemi ambientali della società moderna ed attuale devono essere analizzati nell’ambito di un sistema di riferimento nel cui centro si localizza la società; e che la società, a sua volta, si inserisce in un contesto molto più ampio di problemi e metaproblemi.

Quanto detto in precedenza ci spiega l’impossibilità di fare una descrizione completa dell’ecosistema, senza più riferimenti al proprio ecosistema, giacchè risulta insufficiente di per sè per illustrare i diversi livelli e le diverse forme del rapporto tra la società e quanto le sta materialmente attorno (accesso alle risorse naturali, qualità della vita, modello economico, eccetera). Per tanto, i problemi ambientali devono essere studiati come sistemi aperti – nelle innumerevoli interazioni società-natura – e secondo le complesse relazioni causali che includono.


ARTIFICIALIZZAZIONE DEGLI ECOSISTEMI: PIU’ ARMONIE CHE DISARMONIE NELLA COSMOVISIONE E NELLA PRASSI DELLE POPOLAZIONI INDIGENE

Numerose investigazioni sostengono che le popolazioni indigene precolombiane stabilirono relazioni di interazione costante con la natura, nello sviluppare valide conoscenze a riguardo (in millenni di apprendistato). Quello che hanno fatto è stato l’artificializzarla (umanizzarla). C’è una coincidenza nel segnalare che durante i multiprocessi di occupazione-adattamento territoriale ed ambientale delle popolazioni indigene, hanno sviluppato conoscenze sulla struttura, la composizione ed il funzionamento dell’ecosistema e del clima: hanno conosciuto la sua complessa biodiversità ed i suoi componenti fisici di distribuzione spaziale (verticale-altezza ed orizzontale-longitudine), per provare, in tal modo, le modifiche progressive e gli adattamenti necessari alla sua sopravvivenza.

E’ risaputo che i sistemi tradizionali di conoscenze indigene – di raccoglitori, cacciatori o agricoltori – sul mezzo fisico (ad esempio il clima) o sulla tassonomia biologica folclorica o sulle pratiche di produzione, hanno acquisito una tale importanza nel tempo che non servite al posteriore sviluppo di nuovi campi di conoscenze
in paesi con eccezionali biodiversità nell’America del Sud, come i paesi andini: Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù e Venezuela, in cui le popolazioni indigene hanno costruito sistemi di vita e culture fortemente legate al loro territorio ed alle risorse naturali, ottenendo un alto grado di conoscenza nell’ambito della conservazione della biodiversità e della gestione locale degli ecosistemi. In quetso si spiega come hanno potuto affrontare l’alta variabilità climatica e microclimatica nelle diverse regioni naturali, nonostante le condizioni avverse, riuscendo a maneggiare complessi agro-ecosistemi fino ad oggi.

Esiste, poi, un’abbondante bibliografia che prende i considerazione l’enorme importanza del processo di produzione di conoscenze tradizionali indigene, sulla base di una gestione efficiente degli ecosistemi locali e dei fattori micro-climatici, a paritre dalle esperienze fallite, fondamentali nel processo di apprendimento, adattamento e sopravvivenza. Inoltre, tali conoscenze sono state – e continuano ad essere – ricreate nei particolari contesti culturali ed ecogeografici (trasmesse in forma orale, rituale o attraverso la pratica quotidiana), fattori intrinseci al processo di sviluppo endogeno.

L’artificializzazione degli ecosistemi ha portato a maneggiare un’alta variabilità di fattori ambientali e micro-ambientali, introducendo una costante tensione nel processo. Con la maggiore accumulazione di esperienze riuscite, il processo dovrebbe condurre a relative forme di equilibrio nella dinamica degli ecosistemi locali, risultato di una interazione società-natura, dato l’evidente prevalere delle armonie sulle disarmonie.

Modifiche successive originano nuovi disequilibri nella struttura e funzione degli ecosistemi, alterandone il grado di stabilità. Ciò accade a causa di cambiamenti che comportano un prevalere delle disarmonie sulle armonie, nel senso che gli impatti delle attività umane (da cui le dinamiche localizzate di popolazioni indigene, di bassa densità abitativa e basso consumo energetico), si vanno tecnicizzando e sviluppando al massimo (alta densità abitativa ed alto consumo energetico) per soddisfare i nuovi bisogni di crescita economica, di industrializzazione e sviluppo dei paesi.

Ad oggi è noto che l’alterazione ed il disequilibrio di alcuni ecosistemi sono stati di tale forza da rendere poco probabile che se ne ottenga il recupero. Per questo motivo si afferma che non ci sono precedenti di alterazioni prodotte negli ecosistemi di intensità pari a quelli verificatisi negli ultimi 50 anni ( tra il XX secolo e gli inizi del XXI). Le disarmonie società-natura ed i danni da esse causati sono in misura maggiore rispetto ai benefici ottenuti per soddisfare le crescenti necessità dell’umanità.

CONTROLLO ENERGETICO LOCALE DI ECOSISTEMI E FATTORI AMBIENTALI ED ISTITUZIONALIZZAZIONE

Numerosi studi di casi in America Latina ed altre regioni ci confermano che quando le comunità locali e le popolazioni indigene riescono a ridurre il grado di incertezza nella manipolazione delle risorse naturali e dei fattori micro-ambientali (massimizzando l’efficienza energetica locale con l’uso di tecnologie innocue, applicazione intensiva delle conoscenze e migliore organizzazione sociale della manodopera – ad esempio riducendo gli input ed aumentando gli output), le possibilità di un più alto grado di sussistenza e di autonomia nella gestione locale delle risorse e dell’ecosistema aumentano. Senza dubbio si tratta di una condizione chiave per ridurre la vulnerabilità socioeconomica e per rafforzare la capacità di resistenza e di miglior adattamento alla variabilità climatica naturale ed a quello che oggi assume la connotazione di cambiamento climatico.

Ad ogni modo, per ottenere una situazione tale sarà necessario un grado minimo di istituzionalizzazione per la pianificazione decentrata e l’ordinamento di territorio ed ambiente, così come politiche pubbliche inclusive e programmi di sviluppo sociale, al fine di ridurre nel possibile i margini di rischio legati al cambiamento climatico. Sarà obbligatorio superare le limitazioni imposte dall’ordine internazionale e del contesto politico del paese con connesso modello economico imperante, propendere verso una maggiore attenzione per l’ambiente ed al rispetto della diversità culturale e dei diritti umani fondamentali.

Le comunità locali e le popolazioni indigene (incluse le popolazioni isolate) continuano a vivere cambiamenti che ultimamente si sono fatti accelerati e influenti (in molti casi, arbitrari) dell’ambiente circostante: l’economia globale, l’investimento straniero, gli operatori di risorse naturali, le politiche e la gestione pubblica, eccetera. Tali elementi potrebbero essere fattori di sinergia per lo sviluppo se lo Stato effettivamente ponesse in essere il suo ruolo di controllo della problematica, di ascolto delle popolazioni e di rispetto dei diritti precedentemente acquisiti dagli indigeni sul territorio. Se ciò non accadrà, tali elementi continueranno ad essere fattori di disturbo, alterando la realtà locale ed i processi di sviluppo endogeno in cui sono state coinvolte numerose culture e diverse società nel corso della storia.

Le evidenze sono più che sufficienti per assumere come priorità l’attenzione dovuta a livello globale, regionale e locale alla problematica dalla povertà ed al relativo sviluppo delle comunità locali e delle popolazioni indigene dell’America Latina e di altre regioni, oltre che per portare avanti le analisi sulle valide esperienze e sulle conoscenze tecnologiche che potranno rivelarsi cruciali per il grave problema del cambiamenti climatico, a beneficio del futuro della vita sul pianeta.

di Walter Chamochumbi 

da: ECOPORTAL


Traduzione di Alessandra Panzera