Gli Effetti Del Lindano Nella Cellula

Gli effetti del Lindano nella cellula

[di Alessandro Coltrè per A Sud] Ha un nome difficile: beta-esaclorocicloesano. E’ un sottoprodotto della lavorazione del Lindano, insetticida ampiamente utilizzato in agricoltura fino agli anni settanta, messo definitivamente al bando in Italia e in altri cinquanta paesi nel 2001, dopo la convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti.  L’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro (IARC) lo ha classificato come possibile cancerogeno e il mondo scientifico continua a monitorarne la tossicità.

Ci sono persone che questa sostanza ce l’hanno nel sangue: sono gli abitanti della Valle del Sacco, territorio compreso tra le province di Roma e Frosinone, una delle zone più inquinate d’Italia. Per cinquant’anni il Lindano è stato prodotto negli stabilimenti della Caffaro Srl a Colleferro, nella zona industriale che oggi costituisce parte dell’esteso Sito d’Interesse Nazionale (SIN) che il Ministero dell’Ambiente e la Regione Lazio stanno iniziando a bonificare con un accordo di programma da 54 milioni di euro. Il 16 ottobre scorso infatti, nell’area di Colleferro chiamata Arpa 2 il Ministro Costa e il Governatore Zingaretti hanno inaugurato uno dei cantieri di bonifica che risanerà un ettaro e mezzo di territorio inquinato. E il centro dell’inquinamento è proprio questo scarto di produzione del Lindano: dagli scarichi industriali il betaesacloro ha raggiunto il fiume Sacco, compromettendo pozzi, terreni, animali, prodotti alimentari e persone. E’ una storia di Malaterra, come racconta Marina Forti, che nel suo libro sull’Italia dei veleni industriali, dedica un intero capitolo alla vicenda della Valle del Sacco:

“Il betaesaclorocicloesano non è facilmente biodegradabile; si accumula nel terreno e nei sedimenti, viene trasportato dalle piogge e dall’acqua negli impianti di irrigazione. Gli scarichi industriali avevano ormai contaminato i fossi, il fiume e le falde idriche superificiali, e molti dei pozzi usati dagli abitanti. Attraverso l’acqua il B-hch era entrato nella frutta, negli ortaggi, nel fieno; si era depositato nei tessuti grassi del bestiame e ormai era entrato nel sangue degli esseri umani, accumulandosi sempre più a ogni passaggio”. 

Gli effetti del beta-esaclorocicloesano a livello cellulare

Dal 2009, dopo il riconoscimento dello stato di emergenza socio-ambientale per la Valle del Sacco, più di 600 cittadini residenti a un chilometro dal fiume vivono sotto sorveglianza sanitaria e sono inseriti in un programma di monitoraggio curato dal Dipartimento di Epidemiologia del Lazio. Attraverso la pubblicazione di due rapporti, il DEP ha comprovato il bioaccumulo di betaesacloro in 137 persone, i suoi alti livelli di persistenza nel tempo e l’aumento dei casi di tumore alla pleura, ai polmoni, allo stomaco, un incremento di patologie legate alla tiroide e di casi di diabete per la popolazione presa in esame. All’Università “La Sapienza” di Roma il team di ricerca del dipartimento di Scienze Biochimiche, coordinato dalla Professoressa Margherita Eufemi e dal Professor Fabio Altieri, sta studiando gli effetti a livello cellulare di questa eredità tossica elargita dalle grandi industrie. “La nostra linea di ricerca prende in esame cellule tumorali alle quali abbiamo aggiunto il beta-esaclorocicloesano. Il valore di concentrazione dell’inquinante da inserire nelle cellule è stato preso direttamente dall’ultimo rapporto epidemiologico del Dep”, spiega la Professoressa Eufemi, che tra l’altro vive nella Valle del Sacco, a Serrone.

Questi studi biochimici hanno dimostrato che la sostanza tossica derivante dal Lindano attiva meccanismi molecolari che portano alla formazione di patologie tumorali. Una cancerogenesi che avviene attraverso una proteina, la Stat3. Questa proteina svolge delle attività essenziali nella cellula: è una sorta di messaggero tra l’ambiente esterno e il nucleo, dove interagisce con il DNA, permettendo così la crescita e la proliferazione cellulare.

“Quando la proteina Stat3 è eccessivamente attiva – spiega la Professoressa Silvia Chichiarelli, coordinatrice del gruppo di dottorandi del Dipartimento – causa un’alterazione dell’equilibrio cellulare. In questa situazione avviene una deregolazione dei processi controllati da Stat3. Questa crescita disordinata ed eccessiva caratterizza lo sviluppo di patologie tumorali”. Lo studio, pubblicato l’anno scorso su Pubmed ha confermato l’eccessiva attivazione di Sta3 in presenza dell’inquinante all’interno di cellule epatiche, di mammella e di prostata.

Aumento dell’aggressività dei tumori 

La linea di ricerca sta dimostrando anche che il beta-esaclorocicloesano accelera i meccanismi cellulari che trasformano il tumore da uno stato meno aggressivo a uno più aggressivo e indifferenziato. “In cellule di tumore epatico – racconta l’Eufemi – il derivato del Lindano, oltre a una eccessiva capacità proliferativa e migratoria, tipica di cellule metastatizzanti, causa anche una netta trasformazione morfologica”. Il Dottor Giuliano Paglia, incentrando la sua tesi di laurea e i suoi studi di dottorato sulle cellule di tumore alla prostata ha dimostrato che l’inquinante agisce come potente interferente endocrino, causando il fenomeno dell’ormone resistenza, tipico di una forma tumorale più invasiva. 

Farmacoresistenza e danni al DNA

Questa maggiore aggressività causata dal Lindano porta inoltre a una resistenza ai farmaci biologici e alle cure di ultima generazione dette Target Therapy. Sostanzialmente la linea di ricerca sta dimostrando che questo inquinante altera l’efficacia farmacologica di medicinali che “bersagliano” e attaccano in maniera selettiva e mirata, a differenza, per esempio, della chemioterapia che colpisce tutte le cellule che crescono rapidamente, sia quelle cancerose che quelle sane. Avere un sottoprodotto del Lindano e una patologia tumorale al seno o al polmone, potrebbe quindi significare trovarsi davanti una resistenza ai farmaci meno invasivi. “In tumori detti Her2+, come quello del polmone o della mammella – precisa l’Eufemi – questa sostanza tossica accelera la resistenza a farmaci come gli inibitori chinasici, caratteristica tipica della trasformazione di una forma tumorale più aggressiva e meno responsiva alle terapie”. Oltre alla farmacoresistenza in queste forme tumorali, in tutte le linee cellulari trattate con l’inquinante gli studi stanno rilevando una attività genotossica, ossia un danno al DNA.

Il gruppo di ricercatori de “La Sapienza” sta presentando i suoi studi in diversi appuntamenti scientifici nazionali e internazionali. L’anno scorso la dottoressa Elisabetta Rubini, illustrando la linea di ricerca sul Lindano al 43esimo congresso del FEBS (Federation of European Biochemical Societies) che si è tenuto a Praga, ha vinto il Grant di quest’ evento, considerato tra gli appuntameni più importanti per la ricerca molecolare in Europa.

Un disastro ambientale che attende bonifica e giustizia

Grazie alle associazioni ambientaliste della Valle del Sacco i ricercatori sono entranti in contatto con i responsabili dell’Asl locale, per capire come connettere i loro studi e per cercare di intraprendere dei percorsi di ricerca capaci di contrastare gli effetti tossici di questa sostanza. Da anni i movimenti della zona chiedono le estensioni delle indagini epidemiologiche e una maggiore assistenza per chi è contaminato. Intanto nelle aule del Tribunale di Velletri va avanti il processo sull’inquinamento della Valle del Sacco che vede come imputati i dirigenti dell’epoca della Caffaro e della Centrale del Latte di Roma. Durante l’udienza del 15 ottobre scorso il Pubblico Ministero Luigi Paoletti ha chiesto per ciascuno degli imputati 2 anni di reclusione e le parti civili hanno avanzato una richiesta di risarcimento, tra queste troviamo quella di Antonio Volpe, l’avvocato del Ministero dell’Ambiente che ha richiesto di 26 milioni di euro per la bonifica e il ripristino del territorio. Nella sua lunga requisitoria, riportata dall’Agenzia Dire, il Pm Paoletti ha spiegato che la condotta incriminata sta nel non aver impedito la propagazione dell’inquinante nelle acque piovane e nei fossi ai bordi del fiume. Paoletti ha fatto riferimento anche agli effetti tossici della contaminazione: “È un elemento necessario per valutare l’esistenza del disastro ambientale. Studi epidemiologici confermano che può produrre effetti nocivi anche gravi sulla salute umana– ha ricordato Paoletti- Negare che nel bacino del fiume Sacco si sia verificato un disastro ambientale significa negare un fatto storico documentato da analisi tecniche, da una serie di provvedimenti adottati dalle competenti autorità e anche da una sentenza in materia di danno ambientale”.

Le ricerche del Dipartimento di Biochimica consegnano quindi un contributo importante, non solo per il mondo accademico, ma per un’intera popolazione che vuole liberarsi defintivamente da quella parola difficile da pronunciare.