Evasione Fiscale E Globale

Evasione fiscale e globale

Quello che le comunità indigene chiedono è la deroga dei decreti legislativi approvati dall’Esecutivo per spianare la strada alle multinazionali del settore estrattivo e facilitare, così, l’implementazione del TLC con gli Stati Uniti. La lista degli argomenti presentati a sostegno della deroga dei DL è lunga: contaminazione ambientale, sfollamento delle popolazioni indigene, problemi sanitari, limitazioni imposte ai sistemi produttivi e alle forme di sussistenza propri delle comunità residenti, saccheggio delle risorse naturali, invasione dei territori indigeni ecc.

Di contro, le argomentazioni del governo a favore dell’applicazione del TLC sono piuttosto scarse e potrebbero riassumersi nella frase “benefici derivanti dagli investimenti stranieri”: questo perché i governi neoliberali (come quello di Alan Garcìa, ndr) vivono e dipendono dal denaro, e sono soliti servire su vassoi d’argento le risorse naturali dei propri paesi, svendendole a prezzi irrisori.

Al di là delle analisi sul modello produttivo e sulle ripercussioni ecologiche e sociali delle dinamiche in atto, mi sembra significativo mettere in luce i risultati di varie ricerche come quelle condotte dalle organizzazioni Christian Aid e InspirAction – che denunciano lo scandalo di un sistema fiscale mondiale che permette ai ricchi del pianeta – e alle imprese che rappresentano – di aggirare le proprie responsabilità condannando i più poveri a uno “sviluppo rachitico”.

Chiediamo scusa in anticipo perché, per esporre adeguatamente i risultati delle ricerche sopra menzionate, saremo costretti a snocciolare una quantità considerevole di numeri e percentuali: tuttavia siamo convinti che si riveleranno utili a dimostrare l’ampiezza e la vergogna dello scandalo che ci proponiamo di denunciare.

I calcoli indicano che i paesi in via di sviluppo perdono circa 130.000 milioni di euro per le imposte che le imprese che operano sul territorio evadono in maniera illecita o non pagano grazie a trattamenti di favore piuttosto “sospetti”. L’evasione fiscale che le multinazionali realizzano in America Latina e nei  Caraibi è stata quantificata in 50.000 milioni di euro. Le analisi effettuate fanno i nomi di alcune imprese transnazionali – ed è interessante considerare questi dati, soprattutto alla luce di quanto sta accadendo in Perù – come l’inglese British Petroleum, l’anglo-olandese Royal Dutch Shell e la statunitense Exxon Mobil. Ulteriori ricerche completano il quadro calcolando in 68.000 milioni di euro l’ammontare sottratto ai bilanci pubblici da parte delle imprese minerarie europee, asiatiche e nordamericane attive in Africa. Sul banco degli imputati appaiono anche imprese operanti in altri settori, come la catena di supermercati Wall-Mart. Precisamente, le quattro multinazionali appena citate formano, secondo la rivista Fortune, il ranking delle maggiori compagnie, con più alti introiti, del 2008. Un ranking che, come abbiamo cercato di dimostrare, necessiterebbe di seri controlli.

Facciamo adesso qualche esempio su come queste manovre di evasione fiscale agiscano nell’oscurità. Alla fine degli anni ’90 lo Zambia era in bancarotta, cosa di cui approfittarono gli organismi finanziari internazionali per costringere il governo a privatizzare le miniere di rame senza che la popolazione fosse in alcun modo a conoscenza delle condizioni stabilite al tavolo delle trattative. Le royalties o diritti di sfruttamento che le imprese avrebbero dovuto pagare per lo sfruttamento delle risorse naturali del paese scesero da un già ridicolo 3% allo 0,6% e venne raggiunto un accordo per consentire alle multinazionali di pagare solo il 12% delle imposte corporative.

E’ lo stesso meccanismo che viene applicato per il coltan o le banane. Le maggiori riserve mondiali di coltan – materiale utilizzato per fabbricare i chips di telefonini, computer ecc. – si trovano nella Repubblica Democratica del Congo. Tuttavia in un anno, e precisamente nel 2006, il paese ha ricevuto come compenso per i diritti di sfruttamento solamente 86.000 dollari! Ma veniamo al caso delle banane. Tutti noi sappiamo, o dovremmo sapere, che ogni tre banane che acquistiamo almeno due appartengono alle multinazionali Dole, Chiquita o Del Monte, tutte con sede legale negli Stati Uniti. Bene, se queste compagnie avessero operato nei paesi del nord del mondo sarebbero state costyrette a pagare in imposte circa il 35% dei loro utili, mentre nelle loro scorribande per il mondo, e con qualche tappa nei paradisi fiscali, possono abbassare la percentuale da versare per i diritti di sfruttamento di circa la metà.

E adesso passiamo a confrontare le cifre. Come abbiamo già detto l’evasione fiscale, a livello globale, ammonta a circa 130.000 milioni di euro, mentre gli aiuti che arrivano nei paesi in via di sviluppo sono quantificabili in circa 83.000 milioni di euro. Insomma, se i paesi in via di sviluppo potessero usufruire di tutto il denaro che le multinazionali si permettono di non pagare, potrebbero trasformare la vita di milioni di persone che vivono in condizioni di povertà.

Tanto per fare un esempio, se fosse stato possibile investire una cifra, pari a quella indicata, per il miglioramento delle strutture e dei sistemi sanitari a partire dall’anno 2000, ogni anno si sarebbero salvate le vite di 350.000 bambini”. Stando così le cose, non solo i governi non dimostrano la minima volontà di intervenire per risanare il sistema ma piuttosto, attraverso i trattati di libero commercio – come quello tra Perù e Stati Uniti, all’origine della protesta indigena – si rafforza e corrobora questa nefasta tendenza ad asservire tutto il sistema economico mondiale agli interessi delle multinazionali. Eppure non mancano proposte concrete per correggere le storture di questo sistema che, così com’è adesso, non può continuare a funzionare: ad esempio, si potrebbe promuovere uno standard internazionale di controllo e monitoraggio sulle attività delle multinazionali; rendere più trasparenti le operazioni bancarie; favorire l’adozione di misure di prevenzione contro gli abusi finanziari ecc. Ci permettiamo di aggiungere un’alternativa: difendere la gestione sovrana delle risorse naturali e esigere immediatamente un atto dovuto di giustizia: la restituzione del denaro arbitrariamente e illegittimamente sottratto.

da ALAINET

Gustavo Duch Guillot – Direttore di Veterinari Senza Frontiere (Spagna)

Traduzione di Francesca Casafina