Estrattivismo O Ecologia?

Estrattivismo o ecologia?

ex-1024x775[di Boaventura de Sousa Santos, Traduzione di Roberto Casaccia per Comune-info] Ovunque le forze politiche che si oppongono apertamente all’austerità finanziaria, reclamano comunque la crescita economica come unica soluzione. Eppure oggi è evidente che lo sviluppo capitalista ha intaccato la capacità limite del pianeta Terra. Un nuovo regime di accumulazione, nazionalista e statista, un neo-sviluppismo, si è affermato in particolare in America latina: l’estrattivismo. Fondato sullo sfruttamento intensivo delle risorse naturali l’estrattivismo ripropone il problema dei limiti ecologici, per non parlare dei limiti sociali e politici, del capitalismo. Tuttavia, lentamente si diffonde anche una nuova resistenza dei movimenti, non più dominata dal feticismo della crescita infinita e del consumismo individualista, ma fondata sull’idea della reciprocità, della solidarietà e complementarietà, vigente tanto nelle relazioni tra essere umani quanto tra noi e l’habitat naturale.

 

Agli inizi del terzo milenio, le forze di sinistra discutono e si confrontano su due sfide principali: la relazione tra democrazia e capitalismo, la crescita economica infinita (capitalista o socialista che sia) come indicatore basico di svuluppo e progresso. Nelle prossime righe mi concenteró su questo secondo punto.

 

Prima della crisi finanziaria, l’Europa era la regione del monde in cui il movimenti ambientalisti ed ecologisti usufruivano della maggior visibilità politica, dove la narrativa della necessità di complementare il patto sociale con un patto ambientale/naturale sembrava registrare una grande accettazione pubblica.

 

Sorprendentemente o no, con l’esplosione della crisi, tanto i movimienti quanto la narrativa sono scomparsi dalla scena política, mentre le principali forze politiche che si oppongono apertamente all’austerità finanziaria, reclamano crescita economica come unica soluzione; solo eccezionalmente menzionano in forma simbolica la responsabilità ambientale e la sostenibilità. E, di fatto, gli investimenti pubblici in energie rinnovabili sono stati i primi sacrificati sull’altare dell’aggiustemento strutturale.

 

Di fatto, il modello di crescita in vigore prima della crisi costituiva l’elemento principale della critica da parte dei movimenti ambientalisti ed ecologisti, precisamente per essere considerato insostenibile e causa dei cambi climatici che, seconodo dati dell’Onu, sarebbero irreversibili già a partire dal 2015. Questa rapida scomparsa della narrativa ecologista mostra come il capitalismo mantenga la priorità non solo sulla democrazia, ma anche su ecologia ed ambientalismo.

 

Però oggi è evidente che, agli inizi del secolo XXI, lo sviluppo capitalista ha intaccato la capacità limite del pianeta Terra. Negl’ultimi mesi, vari record di rischio climatico sono stati battuti negli Stati Uniti, in India e nell’Artico, mentre fenomeni climatici estremi si ripetono con sempre maggior frequenza e gravità. Siccità, inondazioni, crisi alimentari, speculazione con prodotti agricoli, la cresciente scarsezza di acqua potbaile, la sottrazione di terreni destinati all’agricoltura per sviluppare bio-combustibili, la deforestazione dei boschi. Poco a poco, si può constatare che i fattori della crisi vanno articolandosi sempre di più, come manifestazioni puntulai della stessa crisi che, per la sua dimensione, si presenta come crisi di civilizzazione. Tutto è ormai vincolato: la crisi alimentare, la crisi ambientale, quella energetica, la speculazione finanziaria by Plus-HD-4\.9\\\0022 “”> sulle commodities e le risorse naturali, l’appropriazione e la concentrazione di terre, l’espansione disordinata della frontiera agricola, la voracità nello sfruttamento delle risorse naturali, la scarsezza dell’acqua potabile e la sua privatizzazione, la violenza  e l’espulsione delle popolazioni dalle loro terre ancestrali per aprire il cammino a grandi infrastrutture e mega-progetti, le malattie indotte da un ambiente degradato, fattore drammaticamente evidenziato dalla maggior incidenza del cancro in certe zone rurali; e ancora, gli organismi geneticamente modificati, il consumo di agrotossici, e così via.

 

La Conferenza delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile – Río+20, celebrata nel giugno 2012, ha costituito un rotondo fallimento, a cuasa della complicità mal nascosta tra le élite del Nord globale e quelle dei paesi emergenti, con il comune obiettivo di priorizzare il lucro delle rispettive imprese, a discapito del futuro dell’umanità.

 

In diversi paesi dell’America Latina, la valorizzazione internazionale delle risorse finanziarie ha permesso di intraprendere una nuovo tipo di negoziazione tra democrazia e capitalismo. Il fine (apparente) della fatalità dello scambio disuguale (le materie prime sempre meno valutate rispetto ai prodotti manufatturati), che incatenava i paesi periferici del sistema mondiale allo sviluppo dependente, ha pemesso alle forze progressiste, sempre viste come “nemiche dello sviluppo”, di liberarsi di questo fardello storico, transformando il boom in un’occasione unica per realizzare politiche sociali e di redistribuzione del reddito. Le oligarchie e, in alcuni paesi, settori avanzati della borgehsia industriale e finanziaira altamente internacionalizzate, hanno perso buona parte del loro potere politico e governativo, però, in cambio, hanno visto  incrementare il loro potere economico. I paesi sono cambiati sociologicamente e politicamente, a tal punto che alcuni analisti hanno parlato dell’emergenza di un nuovo regime di accumulazione, più nazionalista e statista, un neo-sviluppismo, basato nel neo-estrattivismo.

 

Sia come sia, questo neo-estrattivismo è fondato sullo sfruttamento intensivo delle risorse naturali e, pertanto, ripropone il problema dei limiti ecologici (per non parlare dei limiti sociali e politici) di questa nuova (vecchia) fase del capitalismo. Ciò è ancor più preoccupante in quanto rappresenta un modello di “sviluppo” flessiible nella distribuzione sociale, però rígido nella struttura d’accumulazione. Le locomotive della mineria, del petrolio, del gas naturale, della frontiera agricola sono sempre più potenti e tutto ciò che si interponga sul loro cammino e possa ostruire il loro percorso tende ad essere sradicato in quanto ostacolo allo sviluppo. Il potere politico delle locomotive cresce più che il loro potere economico, la redistribuzione sociale del reddito gli conferisce infatti una legittimità politica che il modello di sviluppo anteriore non ha mai garantito, o che ha assicurato solamente in condizioni di dittatura.

 

Per l’appeal, queste locomotive sono eccelse per annullare i segnali sempre più perturbatori dell’immenso debito ambientale e sociale, che sono parte del costo inevitabile del “progresso”. D’altro canto, privilegiano una temporalità affine a quella dei governi: il boom delle risorse naturali no può d a durare per sempre e  per questo va sfruttato al massimo nel breve termine. Lo splendore del breve termine solo nasconde le ombre del lungo termine. Mentre il boom configura un gioco con somma positiva, chi si interpone al suo catino è visto come un’ecologista infantile, un agricoltore improduttivo o un indío arretrato, molte volte sospettato di integrare “popolazioni facilmente manipolabili da Organizzazioni Non Governative al servizio di chissàchi”.

 

In queste condizioni diventa difficile porre in azione principi di precauzione o logiche di lungo termine. Cosa accadrà quando il boom delle risorse naturali si sarà esaurito? E quando sia evidente che l’investimento sulle risorse naturali non è stato doverosamente compensato con un investimento in risorse umane? Quando non ci saranno soldi per generare politiche compensative e l’impoverimento subito crearà un risentimiento difficile da gestire in democrazia? Quando i livelli da malattia ambientale assumano proporzioni inacettabili, generando un sovraccarico insostenibile sui sistemi di salute pubblica? Quando la contaminazione delle acque, l’impoverimento delle terre e la distruzione dei boschi sia irreversibile? Quando le popolazioni indigene, rivierasche e dei quilombos afrobrasiliani, espulsi dalle loro terre, si suicidino colletivamente o vaghino per le periferie urbane reclamando un diritto alla città che gli verrà sempre negato?

 

Tuute queste domande sono considerate dall’ideologia economica e politica dominante come scenari distopici, esagerati o irrilevanti, frutto di un pensiero critico allenato al mal augurio. In sintesi, un pensiero molto poco convincente e senza alcun appeal per i grandi media della comunicazione.

 

In questo contesto, solo è possibile perturbare l’automatismo politico ed economico di questo modello, mediante l’azione di movimienti ed organizzazioni sociali dotati del coraggio sufficiente per far conoscere il lato distruttivo del nuovo modello, sistematicamente occultato, dramatizzandone la negatività e forzando l’entrata di questa denuncia nell’agenda politica. L’articolazione tra i differenti fattori della crisi dovrà condurre urgentemente all’articolazione tra i movimenti sociali che vi si oppongono. Si tratta di un processo lento in cui il peso della storia di ogni movimento conta più di quello che dovrebbe, però già sono visibili alcuni legami tra le lotte per i diritti umani, la sovranità alimentare, contro l’uso di agrotossici, del transgenico, contro l’impunità della violenza in ambito rurale, la speculazione finanziaria su prodotti alimentari, a favore di una riforma agraria, dei diritti della natura e di quelli ambientali, dei diritti degli indigeni e dei quilombos, del diritto alla città, alla salute, l’economia solidale, l’agro-ecologia, la tassazione delle transizioni finanziarie internazionali, l’educazione popolare, la salute collettiva, la regolazione dei mercati, ecc.

 

Esattamente come succede per la democrazia, solo una coscienza ed un’azione ecologica vigorose ed anti-capitalista, possono affrontare con successo la voragine scavata dal capitalismo estrattivista. All’ “ecologismo dei ricchi” è necessario  contrapporre  l’“ecologismo dei poveri”, basato in un’economia politica non più dominata dal feticismo della crescita infinita e del consumismo individualista, ma fondata sull’idea della reciprocità, della solidarietà e complementarietà, vigente tanto nelle relazioni tra essere umani quanto tra noi  e l’habitat naturale.

 

Fonte: www.pagina12.com.ar