Emissioni, Come Cambia Il Clima Mondiale Dopo L’accordo Cina – Usa

Emissioni, come cambia il clima mondiale dopo l’accordo Cina – Usa

Immagine [di Massimiliano Mazzanti su Green Report]

 

 

Anche a Brisbane il G20 sostiene azione contro global warming. Per allontanare l’economia dal business as usual servono strumenti di shock: ecco quali

 

 

L’accordo tra Cina e Stati Uniti verso una riduzione statunitense di più del 20% rispetto al 2005, e per una riduzione delle emissioni cinesi (un turning point della dinamica) intorno al 2030 sono sicuramente un passo positivo, soprattutto di riconoscimento politico del problema a livello globale come evidenziato anche da quanto emerso nel vertice G20 di Brisbane, appena concluso. L’Europa ha bisogno di Usa e Cina per aumentare efficienza ed efficacia globale della strategia 2020-2030-2050 verso la low carbon economy.

 

Tuttavia, la definizione di un target, la cui credibilità e realizzazione nessuna autorità sovranazionale può garantire, rimanda agli strumenti di policy che sono volti a perseguirlo. Strumenti di politica ambientale, industriale, sull’innovazione. Se rimaniamo nell’alveo della politica e regolamentazione ambientale ed energetica, possiamo osservare come la situazione attuale sia caratterizzata in Europa da (i) un importante ma fragile mercato delle emissioni – EU ETS – il cui funzionamento e miglioramento è rimandato a dopo il 2020, (ii) assenza di carbon tax e livello delle tassazione energetica ed ambientale in calo in termini reali sul PIL rispetto a fine anni 90 in molti paesi, (iii) politiche energetiche, inclusi i pacchetti di supporto/sussidio alle rinnovabili, eterogenee in quanto – anche giustamente su basi economiche – decentrate nella loro implementazione.

 

Il ruolo delle politiche è aumentare il costo delle opzioni fossili e fornire incentivi all’innovazione di medio-lungo periodo. La fissazione di obiettivi è il primo passo. Le politiche sono tra i fattori che possono cambiare il business as usual (BAU). Senza confronti tra questo e gli scenari alternativi non è possibile nemmeno giudicare il costo sociale, o la difficoltà di raggiungere un determinato obiettivo. Ad esempio, non era chiaro dai meri obiettivi fissati a Kyoto se il -12.5% britannico fosse più ambizioso o costoso dei +x% spagnoli, greci e portoghesi senza il confronto tra quella che sarebbe stato lo sviluppo di PIL ed emissioni senza e con Kyoto. Il 12.5%, ad esempio, poteva essere una mera scrittura del business as usual. Questo è vero oggi per gli obiettivi cinesi e Usa, forse più per i primi (The Economist, 15 Novembre, pag. 39). Anche se non fossero meri BAU, come non è per la maggior parte dei settori europei un BAU il -40% entro il 2030, rimane la domanda: quali sono i fattori di ‘shock’ o cambiamento che permetteranno di raggiungerli? I fattori possono essere o di mercato, in primis i prezzi del petrolio, e/o di policy (e.g. un prezzo delle emissioni di 50, 100, 200$ per tonnellata).

 

Il prezzo del petrolio è ora sotto i 100$, un livello che non muterà sostanzialmente il mix energetico nei prossimi 30 anni (Le Monde, 13 Novembre 2014) secondo la IEA. Il prezzo della CO2 è sì oggi positivo in alcune aree del globo, ma basso e senza aspettative di forti rialzi nel breve futuro, nonostante l’ETS europeo potrebbe portare a prezzi in incremento causa riduzione delle quote concesse e (eventuali) aumenti del PIL.  Nell’ultimo anno il carbon price è salito a 7€, del 35% in dollari.

 

L’introduzione di carbon taxes, le quali definiscono un prezzo e danno più certezza sullo stesso (in quanto non lo lasciano, come l’ETS, al gioco di mercato), è sempre frenato da ragionamenti sul costo di breve e sui rialzi dei prezzi. Anche se, si nota, il momento per l’uso di carbon tax ai fini di abbattimenti di altri gettiti o sussidi all’innovazione sarebbe adatto, con un’inflazione molto bassa e alta disoccupazione.

 

In sintesi, strumenti e fattori di shock ‘servono’: la storia insegna che per allontanarsi dal BAU l’economia deve ‘reagire’, con innovazione (Gilli et al. 2014), cambiamento strutturale e composizione settoriale, nuovi mix energetici. È quello che è successo in Europa del Nord dopo il secondo shock petrolifero e Rio. Vero che parte delle emissioni potrebbero essere state solo dislocate vero produzioni in paesi emergenti, ma questo è vero anche per gli altri paesi industrializzati. Recenti studi dimostrano come la dinamica delle emissioni possa ‘svotare’ non per fattori legati al PIL, ma piuttosto per fattori legati a cambiamenti strutturali e specifici avvenimenti temporalmente definiti.

 


 

  • (i) Gilli M. Mancinelli S. Mazzanti M., 2014, Innovation complementarity and environmental performances: reality or delusion? Evidence from the EU, Ecological Economics.
  • (ii) Mazzanti M. Musolesi A., 2014, Non linearity, heterogeneity and unobserved effects in the CO2 income relation for advanced countries, Studies in non linear Dynamics and Econometrics, Ottobre
  • (iiI) Mazzanti M. Musolesi A. 2013, Carbon Kuznets curves for advanced countries, Applied Economics

 

 

*Articolo pubblicato su greenreport.it, titolo originale: “Emissioni, come cambia il clima mondiale dopo l’accordo Cina – Usa” 17 novembre 2014 f