Ecuador E Bolivia: Buen Vivir, Identità E Alternative Al Modello

Ecuador e Bolivia: Buen Vivir, Identità e Alternative al modello

Nel dicembre 2007 è stata approvata la Nuova Costituzione Politica boliviana. Per la prima volta nella storia costituzionale del paese, la carta magna riconosce il carattere plurinazionale dello stato e garantisce i diritti dei popoli originari. Circa due terzi della popolazione boliviana è di etnia indigena e dichiara di appartenere a una delle tante nazioni originarie, comunità o popoli che abitano da tempi immemorabili sulle terre di quello che adesso è lo stato boliviano. La Bolivia si autodefinisce, oggi, come una società plurale e pluralista che promuove come principi etico-morali e valoriali lo “ama qhilla”, lo “ama llulla”, lo “ama suwa” (non essere pigro, non essere bugiardo, non rubare), il “suma qamaña” (vivir bien), il “ñandereko” (vivere una vita armoniosa), il “teko kavi” (vivere una vita buona)lo “ ivi Maradi” (terra senza male) e il “qhapaj ñan” (cammino o vita nobile)”.
Seguendo questo stesso cammino, il 25 luglio 2008 l’Assemblea Nazionale Costituente dell’Ecuador ha approvato il progetto della nuova costituzione dell’Ecuador. Nel settembre dello stesso anno, la maggioranza del popolo ecuadoregno ha espresso la propria approvazione al nuovo testo costituzionale, attraverso un referendum. Anche l’Ecuador ha così potuto avviare un processo di rifondazione dello stato attraverso il riconoscimento della sua natura plurinazionale e sovrana così come dell’eredità storica e culturale dei popoli andini, accordando piena legittimazione al concetto quechua del buen vivir, il sumak kawsay.
L’inclusione del sumak kawsay o del suma qamaña nelle nuove costituzioni dell’Ecuador e della Bolivia ha significato il riconoscimento di un modello alternativo di società proposto dai popoli indigeni, tradizionalmente emarginati o ignorati dalle élites al potere e che adesso reclamano un maggiore protagonismo nella vita pubblica e il rispetto della loro diversità culturale. La loro lotta per il diritto alla terra, per mantenere i loro sistemi di credenze, le loro forme di amministrare la giustizia e, in generale, altri modi di concepire e interpretare il mondo, dura ormai da decenni.
E’ innegabile che si sia compiuto un grande passo in avanti, verso una sempre maggiore decolonizzazione e deoccidentalizzazione del pensiero, da parte di settori storicamente tenuti ai margini della vita pubblica e dei processi decisionali. Senza dubbio, le linee guida dei nuovi testi costituzionali – il sumak kawsay, il buen vivir, la costruzione di stati plurinazionali – devono servire da fondamento per la costruzione di alternative attraverso un processo collettivo che rifugga da derive unidirezionali o del pensiero unico. Non esiste un solo cammino, una sola direzione o un solo attore: è necessario intraprendere una strada che includa la maggioranza degli attori presenti nella scena politica e sociale.  Non si può, quindi, prescindere dalle seguenti questioni: come coivolgere i settori meticci, urbani che non si sentono rappresentati dalla filosofia indigena del buen vivir? Come promuovere un dialogo aperto, sincero e autenticamente interculturale per dare sostanza al concetto di buen vivir, così da favorire il rispetto dei diritti collettivi, il riconoscimento della pratica della plurinazionalità, la diversità culturale e l’importanza di vivere in armonia con la natura? E’ possibile, attraverso la pratica del buen vivir, rompere con l’omogeneizzazione culturale che impone un modello unico di stato, un unico modello di pensiero e di progettualità politica? 
La “vita buona” dell’Occidente. Il “vivir bonito” amerindio E’ importante individuare e evidenziare le differenze che intercorrono tra il concetto occidentale di “vita buona” o benessere o “vivere bene” e il “sumak kawsay” o “suma qamaña” dei popoli indigeni del continente latinoamericano.  “La tradizione occidentale della “vita buona” ha due fonti: la prima è quella del mito biblico del giardino dell’Eden e la seconda è quella che si riallaccia alla visione aristotelica” (Medina, Javier. Suma Qamaña. Por una convivialidad posindustrial, La Paz, Bolivia, Garza Azul Editores, 2006. Pág. 105). Risulta, quindi, evidente che esistono profonde differenze tra le due concezioni, quella andina e quella occidentale. La prima di queste è la divisione che la cultura occidentale promuove tra l’uomo e la natura. La visione aristotelica di “vita buona” risulta come slegata dal mondo naturale, viene concepita in un contesto urbano, nella polis: tutto ciò che si trova fuori viene considerato “incivile”, in relazione alla vita nei campi o nelle foreste. E’ per colpa di questa divisione tra uomo e ambiente, connaturata alla cultura occidentale, che adesso ci ritroviamo a dover affronatare una crisi ambientale senza precedenti. La natura non solo è stata addomesticata ma anche trasformata, manipolata, urbanizzata, mercantilizzata. Niente è riuscito a fuggire dai circuiti letali del capitale: l’acqua, le foreste, i boschi, il cibo, la vita, i semi, l’atmosfera. Sono talmente aggressivi i meccanismi di distruzione delle risorse naturali che la stessa sopravvivenza dell’umanità è messa in pericolo. Ugualmente, nella concezione cristiana, Dio separa la natura dagli uomini: questi dovranno dominare la terra e metterla al loro servizio (Medina, 2006: 105). Nel mito biblico, “la natura era concepita unicamente come un hortus clausus, un orto chiuso, addomesticato, separato dal resto della natura, considerata selvaggia e idomita, dai pericoli e dalle insidie della foresta: un luogo dove gli esseri umani potessero vivere in ozio perpetuo, senza lavorare. Il lavoro diventava quindi un castigo anzi il castigo per eccellenza: mangeranno pane con il sudore della fronte” (Medina, 2006: 105).
Secondo la visione greca, la “vita buona” era vincolata alla “vita contemplativa, al lavoro dell’intelletto e del corpo, alle arti, alla politica e alla possibilità di disporre di tempo libero per fare tutto ciò che venisse richiesto dallo spirito” (Medina, 2006: 106); niente che riguardasse il lavoro e, meno che mai, le attività manuali, che offendevano la natura umana. Questa concezione dicotomica avrà un immenso costo sociale, soprattutto in termini di separazione tra la natura e l’uomo, tra la campagna e la città, tra la mente e il corpo: a causa di questo, verrà negata la possibilità a milioni di persone, nel corso della storia, di vivere una vita degna e “buona”. Il lavoro manuale, nella società greca, sarà destinato agli esseri umani considerati barbari o incivili: le donne e gli schiavi. Dissociando il concetto di “vita buona” da quello del lavoro, si otterà come risultato solo una grande ingiustizia storica e sociale: l’immensa maggioranza della popolazione che lavora per assicurare il benessere della minoranza. (Medina, 2006: 106-107).
Al contario, il “suma qamaña” dei popoli andini della Bolivia o il “sumak kawsay” degli indigeni quecha dell’Ecuador presuppone una stretta relazione con la terra, con i “chacras” dove fiorisce la vita e che forniscono agli uomini sostentamento, con gli animali, con il lavoro collettivo nella “minga”. Il sumak kawsay andino è associato alla vita di comunità, in equilibrio con la natura e con il mondo spirituale. I popoli indigeni americani, le società contadine e, in generale, tutte le comunità legate alla terra non cercano di cambiare il mondo quanto piuttosto di comprenderlo, credono nell’equilibrio e nell’armonia fra tutte le forme viventi. (Medina, 2006: 108). Per questa ragione il buen vivir non esclude nessuno anzi incorpora una pluralità di elementi che appartengono alla cosmovisione dei diversi popoli indigeni: visione del futuro, conoscenze e saperi, etica e spiritualità, relazione con la madre terra. I popoli indigeni conducono il loro cammino di apprendimento e socializzazione nella “chacra”, in relazione con l’elemento terra. E’ attraverso di essa che viene insegnato ad amare e ad amarla.
Ecco perché il sumak kawsay come principio ispiratore delle nuove costituzioni rappresenta un’alternativa: considera le relazioni tra uomo e natura sotto una diversa prospettiva, pone l’esigenza di stipulare un nuovo contratto sociale, che recuperi la dimensione etica e spirituale dei rapporti fra tutte le creature del pianeta. Il buen vivir ci propone un nuovo modello di vita, che rifiuta tutte le derive monoculturali. Senza dubbio la realtà è complessa. A partire dal XIX secolo, in Europa molte persone sono state costrette a lasciare la campagna per trasferirsi in città , a causa della cosiddetta “rivoluzione industriale” e a tutte le trasformazioni che questa ha comportato. Il risultato è stato una crescita senza precedenti degli agglomerati urbani. Le città andavano popolandosi di lavoratori, operai, immigrati, mendicanti, prostitute, gente che viveva ai margini, dando vita a quella che numerosi studiosi chiamano “massa”: concetto utilizzato per designare le classi sociali considerate “pericolose”, quelle che non beneficiarono dei vantaggi derivanti dal progresso industriale (Ortiz, 1996: 71). L’America Latina non rimase immune da questo fenomeno. A partire dalla metà del secolo scorso, i governi latinoamericani, con l’appoggio di organismi internazionali e programmi di aiuto allo sviluppo si impeganrono nella promozione di politiche “desalloristas” per favorire processi di industrializzazione e modernizzazione, ottenendo come risultato lo spostamento di enormi fette di popolazione dalla campagna verso i centri urbani industrializzati e il conseguente impoverimento di massa dei migranti e degli ex-lavoratori della terra.  L’avvento della società moderna portò a una serie di cambiamenti importanti: urbanizzazione, industrializzazione, meccanizzazione, migrazione, conflitti ambientali, emergere di nuovi attori sociali, ingresso delle donne nel mondo del lavoro, formazione di un mercato interno, omogeneizzazione. Questo nuovo paradigma di civilizzazione ha prodotto – e continua a produrre – una molteplicità di crisi, tra cui una delle più gravi è sicuramente quella ambientale. L’aspetto paradossale è questo: più cibo produciamo più aumenta la crisi alimentare, più si genera ricchezza e più crescono la povertà e le disuguaglianze, maggiori sono i progressi nel campo della tecnologia e maggiori le fette di popolazione, a livello mondiale, che non possono beneficiarvi. La modernità implica la disintegrazione della società tradizionale e delle culture ancestarli e, con essa, il tentativo da parte delle élite al potere di creare stati nazionali basati sull’omogeneizzazione e sul “modello unico di società”. Come ci ricorda Renato Ortiz: “la modernità non è solo industria ma anche nazione”. (Ortiz, 1996: 85). Il benessere occidentale significa preminenza dell’individuo sulla collettività, proprietà privata della terra e libertà di commercio.
Di fronte a questa realtà, il sumak kawsay ci esorta a ripensare le nostre relazioni con il mondo naturale, a recuperare il dialogo con la terra che i popoli indigeni non hanno mai perduto, ci invita a riconoscere le diversità culturali senza pregiudizi o intenti discriminatori e a superare il concetto di stato-nazione come ci viene presentato dalla civiltà occidentale.

L’America Latina è un mosaico di storie, culture e territori diversi, una complessità di visioni. Non esiste una sola America, pura e originaria, anche se non per questo bisogna dimenticare l’importanza delle radici, dei saperi e delle tradizioni dei popoli ancestrali. Anzi dobbiamo recuperare questo immenso e ricco patrimonio, per procedere nel nostro cammino.

Che il concetto di sumak kawsay sia diventato il centro dei dibattiti costituzionali dei paesi andini è un passo estremamente importante perché, fra le altre cose, ci ha permesso di credere ancora una volta che un altro mondo sia possibile. A partire da questo, è possibile elaborare e promuovere un nuovo paradigma di civilizzazione che ci aiuti a superare la crisi ambientale e sociale che l’umanità sta vivendo. Nel caso dell’Ecuador, l’incorporazione del concetto di buen vivir nel nuovo testo costituzionale ha significato il riconoscimento di tutta una serie di diritti e garanzie, molti dei quali già ampiamente riconosciuti dal diritto internazionale: accesso all’acqua, al cibo, al lavoro, alla salute, a un ambiente sano, a un’informazione libera e trasparente.
Il momento storico che stiamo vivendo ci invita al cambiamento. E’ necessario promuovere alternative contro il potere del capitale mondiale. E’ tempo di trasformazioni. E’ tempo di buen vivir!

traduzione di Francesca Casafina