“Protagonismo Popolare, Costruendo Sovranità”

“Protagonismo popolare, costruendo sovranità”

Dichiarazione del Vertice dei Popoli del Sud – Organizzazioni sociali e politiche di differenti paesi e continenti, Popoli Originari, cittadini e cittadine, ci siamo riuniti nella città di Asuncion, nei giorni 23 e 24 luglio, in occasione del Vertice dei Popoli del Sud “Protagonismo popolare, costruendo sovranità”, per discutere dell’attuale crisi del sistema capitalista e di possibili vie d’uscita dalla presente congiuntura internazionale. Le istituzioni governative, i poteri statali, i centri della finanza e i monopoli mediatici ci dicono che la crisi che stiamo attraversando è una crisi di natura squisitamente finanziaria e che l’unico modo per uscirne è quello di aumentare i fondi a disposizione del FMI e della Banca Mondiale. Mai nella storia del capitalismo è stato impiegato tanto denaro per salvare istituzioni finanziarie private. In questo modo non si fa altro che favorire quei pochi responsabili delle speculazioni finanziarie all’origine della crisi attuale.  

Un’altra menzogna è quella che la crisi alimentare – che attualmente colpisce milioni di famiglie – sia dovuta esclusivamente all’aumento della domanda di generi alimentari da parte di potenze emergenti come India e Cina. Questa argomentazione ha, in realtà, lo scopo di celare quelle che sono le vere ragioni che hanno portato alla crescita dei prezzi dei beni agricoli e all’emergenza alimentare: ossia il modello economico basato sull’agrobusiness, sulle biotecnolgie, che provocano la distruzione dell’agricoltura a gestione famigliare e smantellano l’apparato culturale e la cosmovisione dei popoli indigeni e delle comunità contadine. Questo modello produttivo si basa sull’agricoltura meccanizzata, estensiva e intensiva, con un uso indiscriminato di sostanze tossiche e colture transgeniche, che danneggiano gravemente l’ambiente e compromettono in maniera forse irreversibile il clima del nostro pianeta. E’ per questo che la seconda riserva mondiale di acqua, il Guaranì, si trova adesso in grave pericolo di contaminazione a causa di dell’implementazione di questo modello di sviluppo basato sullo sfruttamento selvaggio delle ricchezze naturali.

La crisi che stiamo vivendo è anche energetica e questo fatto è strettamente collegato alla campagna mondiale, promossa principalmente da Usa e Brasile, sulla necessità di aumentare la superficie da destinare alle monocolture di soia, canna da zucchero e mais per la produzione di biocombustibile. Di fronte a tutto questo, la nostra conclusione è la crisi che attualmente affligge le nostre economie e le nostre società è una crisi integrale del capitalismo: non si tratta di una congiuntura temporanea destinata a passare ma di una crisi strutturale, che non è possibile risolvere attraverso iniezioni di fondi alle istituzioni finanziarie mondiali. Questa crisi mette a nudo il modello di sviluppo oggi dominante e la risposta deve essere integrale. E’ necessario trasformare alle radici il modello di sviluppo, se vogliamo uscire dalla crisi. E i popoli dell’America Latina stanno svolgendo e svolgeranno un ruolo attivo nell’elaborazione di un progetto sostenibile e giusto per uscire dall’impasse attuale.

Per questo oggi lottiamo in difesa della sovranità alimentare. Crediamo nella necessità di una produzione autonoma, autogestita e comunitaria, così come nella distribuzione popolare e basata sui criteri di giustizia e uguaglianza. Difendiamo il diritto a un’alimentazione sana e ci opponiamo fermamente ai brevetti sulle sementi e ai cibi transgenici. Vogliamo riscattare la memoria e il patrimonio delle culture originarie, promuovendo la tutela dei saperi tradizionali e il rispetto della diversità culturale e, soprattutto, la salvaguardia del nostro territorio come fondamento della nostra identità.

La devastazione dell’ambiente sta colpendo principalmente i popoli indigeni. Per questo chiediamo politiche pubbliche trasparenti e oneste, che incoraggino l’autodeterminazione e il diritto alla sovranità alimentare dei popoli autoctoni. Una soluzione potrebbe essere quella di creare spazi pubblici di dibattito e confronto, nel rispetto della Convenzione 169 dell’ILO, e la formazione di Paritarias Sociales per ciascuna comunità locale.

Rivendichiamo la necessità dei popoli di disporre liberamente delle fonti di energia presenti sul loro territorio e anche di decidere autonomamente le forme di sfruttamento più convenienti agli interessi del paese. Questa necessità si fa sempre più urgente e per rendersene conto basta guardare al caso paraguyano, dove il recupero della sovranità energetica si è convertito in una causa nazionale: ci riferiamo alle dighe Ytaypu con il Brasile e di Yacyreta con l’Argentina. Chiediamo la revisione dei debiti binazionali e la possibilità, per il popolo paraguayano, di godere in maniera equa delle sue risorse ottenendo un giusto prezzo per il 50% dell’energia generata in quei luoghi. Vogliamo favorire, inoltre, l’unione in un unico movimento di tutte le vittime del cambiamento climatico, insieme all’installazione di tribunali sulla giustizia climatica. Bisogna introdurre politiche di tutela del clima e dell’ambiente nelle agende di tutti i governi e costringere i paesi del Nord a riconoscere il debito ecologico contratto con i paesi del Sud del mondo e saldarlo. Anche per questo è importante che i popoli si mobilitino, facendo pressione sui rispettivi governi, soprattutto in vista della conferenza di Copenhagen sul cambiamento climatico.

Quanto al debito estero, che soffoca le nostre economie e annulla la sovranità finanziaria dei nostri paesi, dichiariamo ancora una volta che si tratta di un debito contratto in maniera illeggittima, alle spalle dei nostri popoli: per questo riteniamo che si debba realizzare urgentemente una convocazione popolare in cui i cittadini vengano chiamati a esprimersi sui debiti ecologico, sociale e finanziario generati dai lavori di costruzione e dalle attività delle dighe di Ytaypù e Yacyreta e che i governi di Argentina, Paraguay e Brasile si assumano finalmente le loro responsabilità. Riguardo alla necessità di promuovere la sovranità finanziaria dei nostri paesi, ci vediamo obbligati a denunciare la lentezza, la mancanza di dialogo e gli ostacoli di varia natura che continuano ad impedire la creazione del Banco del Sur. Questa istituzione deve iniziare a funzionare quanto prima possibile, secondo il principio di “un paese-un voto” a tutti i livelli decisionali, nella speranza che possa trasformarsi in uno strumento di cambiamento del modello produttivo vigente e di integrazione per i nostri popoli. Appoggiamo la decisione dei governi boliviano e ecuadoregno di uscire dal CIADI. Tutti i paesi dell’America Latina dovrebbero compiere lo stesso importante passo rifiutandosi, inoltre, di ratificare i trattati bilaterali di investimento (TBI). Rifiutiamo qualsiasi forma di accordo commerciale che offenda la nostra dignità di popoli sovrani.

Desideriamo anche esprimere il nostro sdegno in merito alla repressione costante e al tentativo di criminalizzazione delle lotte contadine in difesa del diritto alla terra. E se è vero che questo accade in tutto il continente, in Paraguay il fenomeno sta ssumendo una crudeltà sempre maggiore. Chiediamo la revoca delle leggi cosiddette anti-terrorismo e denunciamo la complicità dei giudici e delle istituzioni pubbliche con gli attori colpevoli di reprimere le giuste lotte del popolo paraguayano.

Infine, rifiutiamo la militarizzazione crescente promossa dagli Usa nel continente, chiedendo lo smantellamento delle basi militari nordamericane, il ritiro della IV flotta navale dall’Atlantico, la sospensione delle esercitazioni a scopo militare (…), la chiusura della Scuola delle Americhe e altri istituti simili, la deroga delle immunità concesse agli effettivi militari che operano nelle basi presenti sul nostro territorio e la condanna dei responsabili di violenze e abusi ai danni di civili, in particolare donne.

Concludiamo esprimendo la nostra solidarietà e il nostro appoggio al legittimo presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, eletto dal popolo honduregno e destituito da un golpe perpetrato dalle forze reazionarie del paese. Appoggiamo la lotta dei fratelli e delle sorelle dell’Honduras, condannando la violenza e la repressione della protesta popolare scatenata dal governo usurpatore di Micheletti.

Dobbiamo promuovere l’integrazione regionale, nel segno dell’ALBA e del MERCOSUR, rispettando le diversità culturali e, allo stesso tempo, rafforzando la nostra identità regionale; abbiamo l’obbligo di favorire la lotta politica e sociale della nostra gente, per far sì che i popoli dell’America Latina conquistino finalmente il diritto a essere protagonisti attivi della loro storia e del loro destino.

Asunción, 23 e 24 luglio 2009

 

Traduzione di Francesca Casafina