Deforestazione, Indonesia Supera Il Brasile. Colpa Dell’olio Di Palma

Deforestazione, Indonesia supera il Brasile. Colpa dell’olio di palma

indonesia[di Federico Gennari Sartori su Pagina99]

 

Il paese con la terza foresta tropicale più grande al mondo scalza il Brasile e diventa il primo per deforestazione. Ma ottiene la pole position anche per emissioni di gas serra. E, guarda caso, è un hub mondiale del land grabbing

 

Tutti sanno che la foresta amazzonica è la più grande del mondo. E tutti sanno anche che è quella più minacciata dalla deforestazione, che ambientalisti e organizzazioni non governative di tutto il mondo cercano di contrastare. Per anni il Brasile, che ospita la porzione più ampia dell’Amazzonia, è stato il paese più colpito dal disboscamento, ma sembra che oggi il triste primato spetti a qualcun’altro. A molti risulterà strano sapere che si tratta dell’Indonesia. È la tesi di Primary forest cover loss in Indonesia over 2000–2012, uno studio pubblicato domenica sulla rivista Nature Climate Change, che svela una realtà poco conosciuta e sottovalutata dai media internazionali. Guarda caso, l’Indonesia ha qualche problema anche in materia di emissioni. Ed è uno dei paesi al mondo più colpiti dal fenomeno del land grabbing. Un cerchio che, mettendo in relazione informazioni apparentemente scollegate, si chiude facilmente.

 

Le isole indonesiane sono coperte dalla terza area di foreste tropicali più grande al mondo, dopo l’Amazzonia e il Congo. Si tratta della cosiddetta “foresta primaria”, quella più antica, che ha conservato la propria composizione originaria senza esser mai stata distrutta e poi ripiantata. Secondo lo studio circa il 10% delle piante, il 17% delle specie di uccelli e il 12% dei mammiferi di tutto il mondo vivrebbero in questa prozione del globo, comprese specie protette o in via di estinzione, come l’elefante indiano e la tigre del Bengala. Buona parte dell’Indonesia rappresenta quindi un’area cruciale per la biodiversità su scala globale.

 

Tra 2000 e 2012 l’Indonesia ha perso 6,02 milioni di ettari di foresta (60mila Km2), un’area grande all’incirca come la superficie dell’intera Irlanda. E nel 2012 la deforestazione ha colpito ben 840mila ettari contro i 460mila del Brasile, che negli anni ha cercato di avviare più efficaci politiche di controllo. È questa la conclusione dei ricercatori, che sostengono di aver prodotto il miglior studio al momento disponibile, basato su dati maggiormente attinenti alla realtà. O quantomeno più veritieri di quelli pubblicati dal governo indonesiano.

 

«Sono curiosa di vedere come il governo reagirà ai miei risultati» ha dichiarato Belinda Arunarwati Margono, prima firmataria della ricerca e per sette anni incaricata della raccolta dei dati presso il Ministero delle Foreste indonesiano. Attualmente impegnata nell’università del Sud Dakota, ritiene che negli ultimi 12 anni siano stati abbattuti circa 1 milione di ettari in più rispetto alle stime ufficiali, che tenevano conto anche di rimboschimenti compensativi. In realtà, se ne sono andati almeno 47.600 ettari in più ogni anno e la discrepanza è tutt’altro che indifferente. Secondo Margono la discrepanza tra le stime è in parte dovuta a ragioni tecniche, ma la ragione principale è che «il governo non può pubblicare intermanete i dati per legge». Manca la trasparenza, ma deve esserci anche un certo imbarazzo da parte del governo indonesiano.

 

 

Nel 2011 era stato varato un regolamento proprio a tutela delle foreste. Si trattava di una moratoria sulla concessione di nuove licenze per lo sfruttamento di zone coperte da foreste primarie o torbiere, che a quanto pare non è servita a molto, anzi. «Sembra che non abbia avuto gli effetti sperati» afferma lo studio. Gli attivisti ambientali sono convinti che politici corrotti abbiano svenduto enormi distese di foresta pluviale a scopo di lucro e chiedono un maggiore controllo per arginare il fenomeno. Un fallimento totale per l’Indonesia, che da oltre un decennio assiste al depauperamento del proprio patrimonio naturale.

 

 

Anche qui sembrerà strano, ma la principale causa di tutto questo si chiama olio di palma. È proprio questo comune ingrediente per alimenti trasformati, saponi e cosmetici a guidare la distruzione della foresta pluviale indonesiana. L’olio di palma e l’olio di nocciolo di palma rappresentano infatti oltre il 30% del consumo globale di olio vegetale, ma possono essere utilizzati anche per il biodiesel. L’Indonesia ne è il primo produttore al mondo e la merce interessa molto a multinazionali e paesi esteri. Non è un caso che, secondo l’accreditato sito Land Matrix, l’Indonesia è il secondo paese per numero di contratti stipulati sulla concessione dei propri terreni per uso agricolo. Terreni che, in molti casi, si ottengono distruggendo migliaia di ettari di forestra primaria, con conseguenze che non hanno che fare soltanto con la biodiversità ma, ebbene sì, anche con i gas serra.

 

 

 

Non desterà stupore a questo punto sapere che l’Indonesia è il terzo paese nella classifica delle emissioni di gas serra. La ragione è semplice: come ricordato dallo studio, le foreste primarie, e soprattutto le torbiere, sono i più grandi depositi fuori terra di carbonio, perché assorbono e immagazzinano come materia organica enormi quatità di gas serra come anidride carbonica e metano. Questo fa sì, come è noto, che le grandi foreste contribuiscano a contrastare l’aumento dei livelli di carbonio nell’atmosfera e a rallentare gli effetti del cambiamento climatico. Ma la deforestazione in aree come quelle delle antiche torbiere indonesiane, oltre ad impedire questo effetto, fa sì che ingenti quantità di gas serra si sprigonino per poi liberarsi nell’aria.

 

Confrontando l’ampiezza della superficie ricoperta di foreste nel territorio indonesiano con l’avanzata del land grabbing e i dati sulle emissioni, il quadro è meno strano di quanto sembra. Oggi sappiamo che la deforestazione è aumentata di anno in anno, ma la ricerca di Belinda Arunarwati Margono e colleghi si ferma al 2012. Se pensiamo che proprio a questo anno risale uno studio dell’Università di Yale intitolato Palm Oil Massive Source of Carbon Dioxide, relativo al nesso tra i diversi fenomeni che entano simultaneamente in gioco nel caso indonesiano, così si chiunde il cerchio di quello che è un vero disastro ambientale. Che si spera non precipiti ulteriormente.

 

 

Articolo pubblicato su Pagina99, 1 Luglio 2014