La Donna Che Fa Crollare Le Mega-dighe

La Donna che fa crollare le mega-dighe

big-ruth1[di Uri Friedman su The Atlantic*]

 

Come bloccare 7.200 megawatt d’energia con la potenza della legge: Ruth Buendia Mestoquiri ha costruito un percorso e indirizzato il destino del suo popolo sulla lotta per la legalità

 

Non ha una laurea in Giurisprudenza e, in realtà, ha iniziato la scuola elementare durante l’adolescenza terminando il liceo a 25 anni. Mentre i suoi coetanei andavano a lezione, fra il 1980-90, ha trascorso l’infanzia spostandosi tra il villaggio nativo di Cutivireni, la città di Satipo e Lima a causa dei due decenni di guerra civile del Perù che hanno devastato la sua comunità e sono costati la vita a suo padre, ucciso quando la Buendía aveva soltanto 12 anni.

 

Adesso Ruth Buendía ha cinque figli oltre a “un marito meraviglioso”. In più, è riconosciuta come il primo presidente donna di CARE, un’organizzazione che rappresenta circa 10.000 indigeni Asháninka insediati lungo le rive del fiume Ene nell’Amazzonia peruviana. Grazie alla forza e al talento è riuscita a bloccare due mega-dighe idroelettriche:  progetti pianificati per costruire sul territorio indigeno delle centrali che avrebbero distrutto le antiche terre su cui le comunità da immemorabile tempo dipendono per il loro sostentamento.

 

Con il suo impegno è riuscita ad apprendere quella che abbiamo imparato a considerare un’arte oscura: la causa legale. A 37 anni pochi giorni fa ha ritirato il premio “Goldman Environment”,  ricevuto per l’impegno dimostrato nelle battaglie contro le dighe, utilizzando diverse strategie legali  proposte poi come parte di un accordo energetico tra Peru e Brasile nel 2010.

 

È diventata un’esperta di tecnologie, servendosi di una simulazione su computer per dimostrare come le dighe potrebbero inondare la valle del fiume Ene e ha attirato l’attenzione dei media, stabilendo collaborazioni internazionali e mobilitando l’intero popolo nelle assemblee regionali.

 

Ma, soprattutto, ha sottolineato ripetutamente che  la legge è dalla sua parte, con  particolare riferimento al Trattato sull’Organizzazione Internazionale del Lavoro ratificato in Perù nel 1994 e la Legislazione Nazionale approvata nel 2011. Entrambe le leggi richiedono al Governo di consultarsi con le comunità indigene prima di lanciare progetti di sviluppo come possono esserlo iniziative infrastrutturali o concessioni minerarie che potrebbero influenzare e  cambiare la vita quotidiana delle popolazioni, concetto noto come “consultazione preventiva“.

 

L’argomento principale di Buendía non è che le dighe siano illegali di per sé ma piuttosto che le autorità peruviane debbano ottenere il consenso del popolo, concordando di fatto motivi ed istanze prima di procedere alla realizzazione di progetti.

 

Con la presentazione di azioni legali ai tribunali nazionali e mediante l’aiuto di consulenti legali e organizzazioni (come la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani, DC), Buendía ha usato l’autorevolezza sui funzionari peruviani e sulle società brasiliane fermando, almeno fino ad oggi, la costruzione del Pakitzapango e Tambo (40 dighe).

 

L’intuizione fondamentale di Buendia è di “combattere il fuoco con il fuoco” attraverso strategie legali.

 

Dopotutto, le dighe proposte erano il prodotto di un patto tra i due governi: un accordo energetico di 50 anni (2010-2060) tra Perù e Brasile. Il piano per le società brasiliane sarebbe stato quello di arginare i fiumi nella foresta amazzonica peruviana con l’intenzione di produrre fino a 7.200 megawatt di energia idroelettrica. Numerosi leader politici peruviani hanno pubblicizzato i presunti vantaggi che le dighe avrebbero prodotto mentre le stesse società brasiliane avrebbero notevolmente investito in una delle poche fonti energetiche rinnovabili del paese, quella idrica, sostenendo che i progetti avrebbero portato alla creazione di  migliaia di posti di lavoro e garantito la disponibilità energetica alle zone rurali. In realtà, l’accordo prevede che la maggior parte dell’energia prodotta dalle dighe sia esportata in Brasile.

 

Il gruppo indigeno degli Asháninka, contando sull’aiuto dei molteplici studi prodotti da ricercatori sulla tutela e conservazione ambientale, ha sensibilizzato larga parte della popolazione sui gravi impatti ambientali e sociali prodotti dagli impianti. Una rottura delle dighe può inondare la giungla sommergendo terreni coltivati, minaccia la qualità delle acque potabili mettendo in pericolo la biodiversità della foresta e le popolazioni ittiche dei fiumi: privando l’accesso alle risorse necessarie al sostentamento la costruzione di dighe costringe interi popoli a migrare.

 

Pensano che romperemo vetrine e finestre come accaduto durante gli scontri nella città di Conga, ma non lo faremo“, ha dichiarato Buendía al New York Times nel 2012, in riferimento ai fatti accaduti nel nord del Perù durante le manifestazioni popolari in opposizione ad un progetto che prevedeva la realizzazione di miniere d’oro. “Esattamente come loro ci impongono documenti di legge, noi opereremo nello stesso modo”. I Trattati Internazionali e leggi Leggi Nazionali in materia concedono infatti dei diritti al popolo Ashaninka, diritti che saranno applicati dalle leggi prodotte per gli stessi Asháninka. Questa è la forza della loro battaglia.

 

Quando nel 2005 Ruth ha preso il timone di CARE  non aveva neanche una sede stabile e possedeva solo una macchina da scrivere ma con l’impegno ha riportato un enorme successo, soprattutto considerando che con la sua organizzazione ha battuto non solo i governi e le giganti multinazionali  ma la stessa posta di soldi che c’era in gioco.

 

Altresì il suo approccio ha dovuto fare i conti con numerosi svantaggi: i quadri giuridici nazionali ed internazionali, infatti, spesso non contengono la definizione e il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni presenti sui territori, ragione che  spiega il motivo per cui Buendía stia ancora pressando il governo peruviano per stabilire diritti di proprietà sulla terra per tutte le comunità Ashaninka.

 

Il Piano Strategico 2015 proposto da CARE descrive la terra attraverso una concezione tanto spirituale quanto economica: “Gli Asháninka del fiume Ene, in qualità di gruppo etno-culturale possiedono le proprie forme di definizione in materia delle loro proprietà:  la parola ‘territorio’ è viva e si compone di un complesso valoriale nella sua integrità, ci aiuta a vivere e ad abitare, a nutrirci, nella cura  di noi stessi e al suo interno siamo abituati a condurre una vita tranquilla, senza sofferenza.”

 

Ma il processo legale si dimostra oltremodo incostante e prolungato: quando ho parlato con Buendía per telefono all’inizio di questo mese, non mi sembrava una donna che aveva affrontato e vinto la battaglia contro un mega-progetto di due dighe, sembrava una donna che si era scontrata con due progetti nei confronti dei quali aveva ancora udienza e con prospettiva  attuale. “Stiamo ancora aspettando, stiamo ancora aspettando“, mi disse, in riferimento alla sua querela  habeas data per le informazioni sul progetto Pakitzapango (è stato stabilito che il Ministero dell’Energia e delle Miniere peruviano debba consegnare i documenti societari connessi  alla diga agli Asháninka, ma questo deve ancora rispettare l’ordine). Il Ministero continua a credere nel potenziale economico delle dighe e non va avanti semplicemente perché non ha trovato nuove imprese per finanziare e costruire, ha spiegato, aggiungendo: “Noi restiamo all’erta.”

 

Negli ultimi anni, i popoli indigeni di tutto il mondo e in particolare quelli America Latina, si sono rivolti al contenzioso per difendere i loro diritti. La storia di Buendía, però, rivela i limiti circa il potenziale della “consultazione preventiva” come garanzia di tali diritti. Almut Schilling-Vacaflor e Riccarda Flemmer hanno recentemente affermato in un articolo per il German Institute of Global and Area Studies, che le consultazioni efficaci tra governi e gruppi indigeni su progetti di sviluppo dipendono da come il principio giuridico viene effettuato nella pratica. Le istituzioni statali sono imparziali e capaci di bilanciare interessi diversi? Chi possiede il vero potere decisionale: il governo, la società o il gruppo consultato? Gli accordi raggiunti da questi partiti sono vincolanti?

 

Queste domande sono rimaste senza risposta, e la “consultazione preventiva” non ha realizzato le sue promesse in Perù, dove le rivolte indigene e l’estrazione di risorse naturali in passato si sono trasformate in scontri carichi di violenza anche mortale. Il Presidente del Perù ha affermato che la legislazione sulla “consultazione preventiva” del 2011 (la prima del suo genere in America latina)  “darebbe voce ai bisogni delle comunità indigene del Paese e, quindi, contribuisce alla creazione di una maggiore armonia sociale”  eppure, secondo a Schilling-Vacaflor e Flemmer “La tendenza punta effettivamente nella direzione opposta: i conflitti sociali in Perù sono aumentati dai 217 del giugno 2011 ai 247 del giugno 2012, la maggioranza dei quai sono stati classificati come i conflitti socio-ambientale riguardanti il settore minerario.”

 

In effetti, le autorità peruviane non hanno attuato la “consultazione preventiva” fino all’inizio del 2013 e a volte è parso che mentre cercavano di raccogliere gli investimenti per i progetti che sfruttano risorse naturali stessero di fatto intralciando i procedimenti di consultazione. Nel Maggio scorso si è dimesso Ivan Lanegra, funzionario del governo incaricato di attuare la legge di “consultazione preventiva”, protestando contro la decisione del Governo di non applicare la normativa alle comunità di lingua Quechua delle Ande che abitano territori siti di diverse sedi per potenziali progetti minerari.

 

La domanda centrale del dibattito sulla “consultazione preventiva” e sulla questione circa il come aumentare la ricchezza rimediando all’ineguaglianza strutturale è: “Quali gruppi dovrebbero essere considerati “indigeni”?”. Lanegra ha sostenuto che le popolazioni Quechua in quanto gruppi dell’Amazzonia peruviana sono considerati indigeni mentre il Ministero dell’Energia e Miniera afferma che non lo sono, prevalendo in ultima analisi. “Non è semplice discutere con le grandi aziende”, spiega Buendía nel video delle Nazioni Unite che profila le leader indigeni femminili in Perù. “Loro hanno i soldi e pagano così siamo divisi…. Senza la terra gli indigeni sono niente e nessuno.”

 

La laurea in legge è  a portata di mano per Ruth Buendía che  recentemente aveva sospeso gli studi a causa  delle esigenze dovute alla maternità e al forte impegno nel lavoro.  Ma se tutto andrà nel migliore dei modi  entro la fine dell’anno riuscirà a conseguire la laurea in legge presso l’Università di Satipo. Forse, in tempo per i prossimi casi giudiziari.

 

 

*Traduzione e adattamento Josephine Michelin, Sara Fidanza