Da Chiaiano | Resistenze Ambientali e Strumenti Di Tutela Di Territori E Comunità

Da Chiaiano | Resistenze ambientali e strumenti di tutela di territori e comunità

Fondo-rustico-chiaianoDomenica scorsa, 23 giugno, si è svolta a Chiaiano sui terreni gestiti dalla cooperativa (R)esistenza, fondo confiscato alla camorra del clan Polverino, la Prima Festa Nazionale dell’Agricoltura Sociale: un’occasione di discussione e di confronto tra cittadinanza, comitati cittadini attivi nella lotta contro discariche e inceneritori, organizzazioni sociali e vari esperti di diritto ambientale, diritto costituzionale, epidemiologia e salute, con un duplice obiettivo: dare un segnale forte di resistenza popolare alla violazione dei diritti e alla violenza attraverso cui si tenta di mettere a tacere la popolazione e al contempo provare a dare risposte concrete ai bisogni e alle istanze di tutela, libertà e giustizia ambientale e sociale provenienti dal territorio.

 

Napoli, ed il quartiere di Chiaiano in particolare, sono stati scelti come sede dell’evento per il ruolo emblematico che loro malgrado hanno rivestito negli ultimi anni quando, in nome dell’emergenzialità dettata da una gestione dei rifiuti miope, insostenibile e criminale, si è agito scegliendo scientemente di sacrificare quel territorio e i suoi abitanti (assieme a vasti altri territori campani) a interessi tutt’altro che generali. La Prima Festa Nazionale dell’Agricoltura sociale ha voluto rimarcare, al contrario, che solo attraverso la tutela dei beni comuni – come terra, acqua e aria – e la valorizzazione del lavoro, inteso non solo come fonte di reddito individuale ma anche come elemento fondante di una società più giusta, coesa e sostenibile, si possa produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà e dei valori etici e civili.

 

Quella di Chiaiano è una storia di sacrificio e di resistenza che prende le mosse in un contesto nel quale interessi economici, criminalità organizzata, forze dell’ordine e istituzioni pubbliche complici camminano a braccetto. Nel 2008 il Decreto Legge n°90 (poi convertito nella l.123/2008), denominato “Misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e ulteriori disposizioni di protezione civile”, apre la strada alla predisposizione di un sito di raccolta dei rifiuti solidi urbani nel quartiere, denominato Cava del Poligono. A poche centinaia di metri di distanza dal sito prescelto per divenire la nuova discarica in cui sversare i rifiuti dell’intera Campania, sorge il fondo rustico A. Lamberti, rinominato dalla cooperativa che da due anni lo gestisce “Selva Lacandona” confiscato nel 2000, sul quale però la camorra ha continuato a lavorare indisturbata fino al 2012, nonostante la presenza dell’esercito conseguente alle misure repressive previste dal decreto contro le mobilitazioni sociali che intanto andavano infiammando la zona. La massiccia mobilitazione popolare, le manifestazioni, i presidi permanenti hanno vissuto di conseguenza una repressione militare e giudiziaria senza precedenti, ma non sufficiente a garantirne il declino. Anzi, grazie al persistere delle proteste nel 2011 la discarica di Cava del Poligono veniva chiusa definitivamente.

 

A chiusura della due giorni, durante il workshop “Presenti possibili: resistenze ambientali ed altri modelli di sviluppo”, sono intervenuti Paolo Maddalena – vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, Antonio Gustavo Gomez – procuratore ambientale di Tucuman (Argentina), Gianni Tognoni – epidemiologo critico Fondazione Lelio Basso, Marco Armiero – direttore dell’Environmental Humanities Lab del Royal Institute of Technology di Stoccolma, oltre che rappresentanti dei comitati locali contro discariche e inceneritori, dell’ass. A Sud, del collettivo La Balena, del coordinamento giornalisti precari campani.  Partendo da specificità, portati e approcci diversi ma complementari, l’iniziativa ha inteso aprire nuovi spazi per la costruzione di strumenti concreti utili alle comunità vittima di crimini ambientali.

 

E’ stato inizialmente posto l’accento sul concetto di giustizia ambientale, sottolineando che in caso di conflitti di questa natura, attraverso il sacrificio di comunità considerate marginali, vi sia sempre qualcuno che paga un prezzo elevatissimo in nome di una idea di sviluppo distorta ed asimmetrica, riproducendo uno schema basato sul razzismo ambientale, inteso come una malintesa subalternità drammaticamente evidente oggi, in Italia, tra Nord e Sud del Paese. La lotta per il diritto alla salute e per la tutela dei beni comuni rifiuta la logica del capitalismo selvaggio che riduce il cittadino a consumatore, che concepisce beni e servizi in termini di “merci” e che sempre più spesso impone il ricatto tra diritto alla salute e diritto al lavoro. In questo senso il richiamo alla “Selva Lacandona”, luogo simbolo di resistenza popolare, ha forte valore evocativo, stando ad indicare che le lotta dei popoli chiapanechi si riproduce ogniqualvolta si crei un forte movimento di resistenza all’ingiustizia sociale e ambientale.

 

Ma come agire e quali strumenti utilizzare per declinare questa lotta? Secondo Paolo Maddalena riappropriandoci anzitutto del testo della Costituzione, strumento giuridico in cui trovano fondamento e sostegno le istanze popolari, e lavorando ad una sua integrale attuazione. E’ diffusa nella nostra società l’idea che l’unica forma di appartenenza sia la proprietà privata ma bisogna agire sul piano culturale per scardinare questa convinzione, poiché il nostro strumento costituzionale stabilisce che esistono due tipi di appartenenza – la proprietà pubblica, in cui è insito il concetto di proprietà collettiva, e la proprietà privata, chiamata peraltro a svolgere dalla costituzione una “funzione sociale” (art. 42) – e sancisce l’appartenenza comune dell’ambiente e del territorio, bene collettivo per eccellenza. Questa garanzia costituzionale viene in rilievo quando si parla di tutela dei beni comuni, poiché se la proprietà privata è intrinsecamente distruttiva, esclusiva ed invasiva, il valore della proprietà pubblica risiede invece nella sua capacità di garantire la conservazione e il godimento dei beni comuni e dell’ambiente. Dobbiamo quindi divenire globalmente consapevoli riguardo ai nostri diritti, ai poteri di cui disponiamo e ai nemici cui dobbiamo opporci: il nostro nemico principale in questo caso è la speculazione ambientale e finanziaria, a causa della quale intere porzioni di demanio sono state date in cessione o svendute, privando del territorio e delle risorse intere comunità e minacciando così diritti inviolabili ed economie locali.

 

Uno dei maggiori problemi che incontriamo in tema di crimini ambientali e di ingiustizia sociale è che, pur disponendo in Italia di una Costituzione ed di una normativa ambientale molto buona, spesso non si sa come far sì che la lettera della costituzione di applichi al caso concreto. Di grande aiuto in tal senso il contributo portato alla riflessione da Antonio Gustavo Gomez, procuratore ambientale di Tucuman, Argentina, impegnato da decenni dell’accompagnamento legale delle comunità colpite da devastazione ambientale legata allo sfruttamento insostenibili delle risorse naturali. Gomez è inoltre membro della Rete Latinoamericana di procuratori contro i crimini ambientali e promotore a livello internazionale della campagna per il riconoscimento del Crimine Ambientale come crimine di lesa umanità e per la creazione di una Corte Penale per i Crimini Ambientali. Secondo la sua ventennale esperienza in materia, in casi come quello campano risulta più che mai necessario aprire la strada al ricorso al diritto penale per il sanzionamento dei crimini ambientali, poiché questi non possono trovare una compensazione solo nelle riparazioni stabilite nel contesto di un processo civile. In questo senso, diventa centrale porre l’accento sulla rilevanza penale del crimine in questione e fare in modo che la contaminazione dell’ambiente, che è patrimonio collettivo, venga punita al pari di un crimine contro l’umanità qualora sussistano in esso i tre elementi previsti dal Trattato di Roma (art.7) per la configurazione di un crimine di lesa umanità: l’indeterminatezza sul numero delle potenziali vittime, l’elemento della sistematicità della speculazione ambientale a fini di arricchimento personale e la complicità dello stato per azione o per omissione. Elementi senza ombra di dubbio presenti nel caso rappresentato dalla criminale gestione dei rifiuti in Campania.

 

Ultimo tema centrale nell’individuazione di strumenti pratici al servizio delle comunità locali, è rilevare che, come il Diritto, anche la Medicina e l’epidemiologia sono discipline utili alla comprensione dei fenomeni e dei loro impatti. Gianni Tognoni, uno dei più importanti Epidemiologi critici a livello mondiale, segretario della Fondazione Basso e forte di decenni di lavoro di campo con le comunità latinoamericane, ha insistito sulla necessità di formazione delle comunità affinché i dati medici, che sfuggono generalmente alla comprensione dei più, possano essere riportati all’interno di un alveo di comune fruizione, al fine di sgretolare il legame paternalistico di dipendenza che lega il paziente al medico favorendo una lettura comunitaria dei fenomeni sanitari. In particolare l’epidemiologia, disciplina che si occupa dello studio, della distribuzione e della frequenza delle malattie tra popolazione, analizzandone cause, decorso e conseguenze, può e deve diventare uno strumento utile a livello comunitario per riuscire a leggere le statistiche sanitarie e le mappature delle malattie presenti su un determinato territorio, interpretando la realtà locale e riuscendo a declinare in termini pratici sia il diritto alla salute che il diritto ad essere informati. Gli studi epidemiologici producono dati scientifici sulle malattie ma bisogna far sì che ciò non rappresenti solo una buona iniziativa indirizzata agli esperti del settore ma produca risultati che appartengano e possano essere compresi, gestiti e utilizzati dalla comunità.

 

In tal senso l’epidemiologia deve dare voce ai cittadini e fornire loro un nuovo linguaggio con cui raccontare la realtà: mappare il territorio e incrociare i dati epidemiologici con le mappe della criticità ambientale significa qualificare le malattie come evitabili, significa mettere in luce l’evitabilità ambientale e sociale di gran parte delle malattie, aiutando ad individuare eventuali violazioni del diritto alla salute, poiché “non ha senso che si muoia più in un luogo rispetto ad un altro”.  Ciò è utile per evidenziare la continuità tra ambiente, territorio e salute, e per affermare ancora una volta che il diritto alla salute e la tutela dei beni comuni sono parte della stessa lotta e non possono divenire oggetto di contrattazione né di ricatto.

 

Dal workshop si è usciti con un duplice impegno: costruire momenti di formazione e socializzazione di competenze sia in materia giuridica che medico-epidemiologica tesi a fornire ai comitati territoriali strumenti pratici ulteriori di autotutela e auto rappresentazione, e articolare ragionamenti e mobilitazioni nell’ottica di costruire, a livello nazionale, un ragionamento unificante che faccia del diritto alla salute e della giustizia ambientale e sociale gli assi di riflessione e di azione di comunità e governi territoriali verso l’implementazione di nuovi modelli economici e sociali in netta discontinuità rispetto al predominio imperante di interessi di parte sugli interessi generali e collettivi.

 

 

Di seguito pubblichiamo alcuni video degli interventi:

 

Comitati contro le discariche di Chiaiano e Marano

 

Marica di Pierri – A Sud

 

Paolo Maddalena – vicepresidente emerito della Corte Costituzionale

 

Antonio Gustavo Gomez – procuratore ambientale di Tucuman (Argentina)

 

Gianni Tognoni – epidemiologo critico Fondazione Lelio Basso

 

Qui di seguito pubblichiamo inoltre una testimonianza delle contestazioni rivolte qualche giorno fa al Ministro dell’Ambiente Orlando da parte de comitati campani attivi nella lotta contro le discariche e gli inceneritori.