Crisi, L’alternativa E Il Movimento Dei Commons

Crisi, l’alternativa e il movimento dei commons

1[di G. Ricoveri – CNS-Ecologia Politica su ilfattoquotidiano.it] La crisi del sistema dominante  segna la fine di un’epoca,  non è una fase di quella esistente. Ilcapitalismo  non è  in grado di mantenere le sue promesse: sradicare la povertà e la fame, assicurare la giustizia sociale, rispettare l’ambiente, sanare il divario Nord-Sud. Difende con la guerra  il “suo” diritto alle risorse naturali del Sud e del Nord,  saccheggia così la natura e identifica  la qualità della vita con il “benessere” economico. Per le persone in carne ed ossa, questo significa la perdita di ogni possibilità di incidere sulle proprie condizioni di vita e di lavoro, di decidere di sé e del proprio percorso di vita: è  così diventato “normale”, ad esempio,  mettere a rischio la salute e perdere  la vita sul posto di lavoro.

 

La democrazia rappresentativa di matrice novecentesca,  legata allo stato nazionale e ai partiti politici come cerniera fra i cittadini e lo stato, non basta più nella globalizzazione. Le persone non sono in grado di difendersi, mentre la Terra è  sull’orlo del collasso per l’eccessivo consumo di risorse naturali sia dal lato del prelievo che da quello delle emissioni e dei rifiuti. Ma i governi sono insensibili alla domanda di democrazia reale proveniente dalla popolazione e ciechi di fronte alla relazione tra crisi ecologica e crisi economica: disoccupazione e corruzione dilagano, ma loro –  i governi e i banchieri europei, ad esempio – si occupano  al massimo di “mitigare” le politiche di austerità, non di  risanare il pianeta e l’economia.

 

La sconfitta della sinistra subita negli ultimi decenni in tutto il mondo e soprattutto in Europa – la culla della democrazia occidentale -, ha permesso alle classi dominanti di cancellare  le conquiste sociali e culturali del Novecento e di  eliminare dal dibattito pubblico non solo gli operai ma anche le classi popolari e la loro cultura, dando vita a una inedita divaricazione sociale tra il 99 e l’1 per cento della popolazione. La sinistra politica e sindacale non ha saputo/voluto ristrutturarsi di fronte alle sfide della globalizzazione e ha così favorito il neoliberismo e le politiche di austerità, difendendo male (e perciò inutilmente)  i soli lavoratori “garantiti”.  Ha aderito all’ ideologia capitalista del mercato e a quella industrialista dello sviluppo basato sul consumo di massa, favorendo la separazione tra vita e lavoro, tra economia e società, rendendo così evidente di non essere in grado di svolgere il ruolo storico di difesa degli esclusi. In Italia, ad esempio, il “glorioso” Partito comunista italiano si è dissolto con la caduta del Muro di Berlino, facendocene cadere addosso le macerie.

 

L’alternativa – In tutto il mondo la gente è in cerca di alternative. Le comunità e i movimenti del Sud e del Nord – quale che sia il nome da esse assunto e la rivendicazione in cui sono impegnate, dalla lotta contro  la recinzione della terra a quelle in difesa della salute – costituiscono un vasto movimento di resistenza, che resistendo propone le alternative. Questo movimento oggi si chiama “movimento dei commons”, ma anche la definizione dei commons è controversa tra gli studiosi, e c’è il rischio  che  questo movimento sia usato per consolidare il sistema esistente, anziché per trasformarlo. Raramente le lotte delle comunità e dei movimenti hanno successo, ma anche quando lo hanno, difficilmente riescono a modificare l’ordine sociale esistente per l’opposizione sia delle classi dominanti che della popolazione. Tre secoli di capitalismo hanno plasmato il senso comune  e hanno dato vita alla “demonizzazione del passato”. E’ così diventata dominante la convinzione che il passato sia tutto da buttare, in particolare le comunità locali e i rapporti di prossimità che esse incorporano, sostituite dalle più “confortevoli” comunità  virtuali di internet. “Allora c’era la fame e la guerra”, questa la motivazione addotta: ma le dinamiche vanno viste a livello planetario, e allora si capirebbe subito che la fame e la guerra ci sono ancora, ma si sono spostate soprattutto nei paesi del Sud del mondo …

 

Continua a leggere su ilfattoquotidiano.it | 11 agosto 2014