Crisi, Biocidio E Portato Sociale Delle Lotte Ambientali

Crisi, biocidio e portato sociale delle lotte ambientali

4[di M. Di Pierri e S. Altiero su ilgranellodisabbia] L’eldorado sviluppo-occupazione continua ad essere la principale giustificazione ideologica alla monetizzazione dell’ambiente operata da politica, criminalità ed imprenditoria; a dimostrarlo, gli arresti e le indagini sulla corruzione nelle grandi opere inutili, dall’Expo di Milano, al MOSE di Venezia, al tunnel TAV sotto Firenze. Tangenti e corruzione, da questo punto di vista, altro non sono che messa a profitto dei territori accompagnati da un attacco feroce alle comunità che si oppongono a scelte imposte attraverso processi decisionali antidemocratici. D’altro canto, a smascherare l’inganno, giustizia e media arrivano sempre dopo il danno ambientale, mentre spesa pubblica e avanzamento dei lavori garantiscono la distribuzione di profitti ai soggetti interessati.

 

Va avanti così da anni, il tutto presentato come nuovo impulso allo sviluppo, eppure, disoccupazione ai massimi storici e ristagno economico non li nega nessuno: non c’è bisogno di un grande spirito analitico, allora, per affermare che la realizzazione di grandi opere a utilità sociale nulla, tra devastazione dell’ambiente e concentrazione di profitto, a tutto serva tranne che a dare risposta a quegli stessi problemi la cui soluzione è spesso utilizzata come arma di convincimento.

 

Ciò che è meno chiaro, invece, è che un altro scambio iniquo e ben più antico, attraverso la devastazione ambientale a costo zero, è stato gradualmente imposto al Paese e riguarda l’intera storia dello sviluppo industriale: assunta la necessità di utilizzare l’ambiente come semplice combustibile dei processi produttivi e  ricettore delle emissioni connesse, in una concezione economica in cui massimizzare i costi ambientali significava abbattere quelli di produzione, è passato un altro scambio, ben più velato e subdolo, quello lavoro-salute.

 

La devastazione ambientale ha significato quindi semplice sfruttamento del territorio attraverso la realizzazione di grandi opere inutili, ad alto impatto ambientale e scarsa utilità sociale, ma anche  compromissione della salute umana, come nel caso dell’industrializzazione forzata e deregolamentata. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le evidenze, prima empiriche da parte delle comunità impattate e poi scientifiche, circa le conseguenze sanitarie di questo scambio, tanto da poter tracciare i confini non di una “terra” ma di un intero “Paese dei fuochi”.

 

In Italia il 3% del territorio è rappresentato da aree vaste contaminate: 9.000 km2 di territorio in cui vive un sesto della popolazione nazionale, circa 6 milioni di persone. Impianti produttivi altamente nocivi, centrali elettriche alimentate da fonti fossili, discariche, inceneritori, chimica e petrolchimica, qui si scontano le conseguenze di politiche industriali, scelte energetiche e modelli di smaltimento dei rifiuti urbani e industriali impattanti in termini di rischio ecologico e sanitario. A ciò si somma l’insistere di questi impatti in aree già svantaggiate dal punto di vista socio-economico.

 

Istituiti a partire dal 1998, con Decreto del Ministero dell’Ambiente d’intesa con le regioni interessate, i Sin – Siti di Interesse Nazionale per le Bonifiche, rappresentano la punta dell’iceberg di una crisi ambientale che interessa capillarmente il paese. Fino al 2012 si individuavano 57 Sin. Nel 2013, con Decreto Ministeriale 11/1/2013, 18 di essi sono stati declassati a Siti di Interesse Regionale. A ciò non corrisponde una parziale bonifica dei siti né un minor rischio registrato: le ragioni addotte sono la mancanza dei fondi necessari che cela – verrebbe da dire – una precisa volontà politica di minimizzare l’evidenza del rischio.

 

A parte i Sin, le aree contaminate in Italia sono molte di più: se ne stimano, al ribasso, circa 6.000 per le quali sarebbero necessarie procedure di risanamento e bonifica. Sui territori istituiti come Sin è al lavoro da anni l’Istituto Superiore di Sanità, per realizzare il più completo studio epidemiologico mai eseguito su aree contaminate in Italia.

 

Attraverso il Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I. – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, l’ISS ha rivelato (e dimostrato) l’esistente connessione tra contaminazione ambientale e impatti sulla salute. Dal 2010 al 2014, nei tre rapporti diffusi, l’incidenza di malattie tumorali e l’eccesso di decessi imputabili a fattori ambientali è stato registrato in tutte le zone sottoposte ad analisi.

 

Per il terzo rapporto, pubblicato nel maggio scorso, e riguardante 18 Sin, i ricercatori dell’ISS hanno lavorato su tre banche dati diverse, incrociando le rilevazioni sulla mortalità (al 2010), l’incidenza oncologica (1996-2005) e il tasso di ospedalizzazione (2005-2010). Inquietanti i dati emersi: a Brescia (nella zona in cui operava la Caffaro) l’incidenza dei tumori supera la media regionale del 70% per gli uomini e del 56% per le donne, a Taranto del 58% e del 20%.

 

E ancora i Sin della Terra dei Fuochi, di Porto Torres, Mantova. Ovunque si registrano eccessi di mortalità ed eventi tumorali in entrambi i sessi. Il rapporto sottolinea l’importanza di avviare e/o proseguire il biomonitoraggio umano, in particolare per i Sin in cui i dati emersi sono più allarmanti.

 

Sono i costi di un secolo di sviluppo industriale sregolato e che mai ha tenuto in considerazione lo stretto legame tra ambiente e salute. Se si va a scorrere l’elenco dei Siti di interesse nazionale per le bonifiche, una gran parte di essi sono ex poli di sviluppo, o zone contaminate da raffinerie e impianti del settore chimico e petrolchimico. Sotto accusa, in sostanza, il periodo dello sviluppo industriale it aliano che va dagli anni ’50 ai ’70, in cui le politiche pubbliche finanziarono quelli che avrebbero dovuto essere i grandi poli di sviluppo, in grado di trainare l’economia delle aree arretrate. Nella realtà, si parlò poi di uno “sviluppo senza occupazione”, che attirò per alcuni anni manodopera sottratta ad altri settori dell’economia diffusa sul territorio, lasciando arretratezza e assenza di alternative quando la contrazione delle produzioni si tradusse nella chiusura o delocalizzazione di molte attività. In definitiva, pochi anni di boom economico pagati al prezzo di una contaminazione ben più duratura e di un danno permanente alla salute delle popolazioni. Tra gli altri, il polo chimico Eni ex Montedison dei Laghi di Mantova, il Polo industriale di Marghera, il polo chimico di Pieve Vergonte, la chimica dell’Acna di Cengio (Savona), il Polo siderurgico di Piombino, la raffineria Eni di Livorno, quella Api di Falconara marittima o la Mobil del sito di Napoli orientale, il petrolchimico di Brindisi.

 

Dallo studio Sentieri emerge anche che il 60% della popolazione dei Sin appartiene alle fasce più svantaggiate dal punto di vista socio-economico, confermando che l’iniqua distribuzione dei costi ambientali costituisce ulteriore e poco raccontata forma di discriminazione e fattore di approfondimento di disuguaglianze non più misurabili solo con parametri reddituali o economici…

 

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