Cosa Sta Succedendo In Bolivia

Cosa sta succedendo in Bolivia

[di Stefano Archidiacono] Il 20 ottobre scorso si sono celebrate le elezioni presidenziali, è giusto ricordarlo, in un clima pacifico e democratico. Tuttavia, durante lo spoglio, la credibilità e la legittimità del processo elettorale vengono gravemente compromesse da un’interruzione ingiustificata di 24 ore nella trasmissione dei risultati e un cambiamento nella tendenza del voto. In un primo momento le proiezioni indicano un ballottaggio tra i due principali candidati: Evo Morales, presidente in carica, e Carlos Mesa, leader dell’opposizione. Questa tendenza muta quando il conteggio viene ripreso denotando la vittoria al primo turno di Evo Morales.
Questi avvenimenti mettono in moto un’ondata di proteste di un settore importante della cittadinanza. Nelle principali città del paese la popolazione scende in strada bloccando le vie delle città e chiedendo trasparenza e rispetto del voto popolare. La mobilitazione si caratterizzata per un’importante partecipazione giovanile. Le proteste si intensificano rapidamente con il coinvolgimento dell’opposizione, dei gruppi radicali civici delle principali città e la costituzione di brigate di auto-difesa militarizzate. La richiesta di convocare il ballottaggio si trasforma rapidamente nella petizione di rinuncia di Evo Morales alla presidenza e la convocazione di nuove elezioni libere e trasparenti. La tensione aumenta quando iniziano a mobilitarsi anche le organizzazioni sociali vicine al partito di Evo Morales che chiedono rispetto al loro voto e denunciano il ruolo delle frange più estremiste della protesta. Nelle città di Cochabamba, La Paz, Santa Cruz, Sucre e Potosì si registrano scontri violenti tra le due fazioni, si piangono i primi decessi e un gran numero di feriti. La polizia non controlla l’ordine pubblico. Giornate di grande convulsione, confusione e preoccupazione. Per cercare di stemperare la tensione viene richiesto all’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) di realizzare un audit del processo elettorale. Venerdì 8 novembre la polizia boliviana si ammutina e si schiera in appoggio alle proteste che chiedono la rinuncia del presidente Evo Morales.
Domenica 10 novembre viene pubblicato il report preliminare della OEA che attesta “gravi irregolarità” nel processo elettorale. Anche l’esercito si allinea con le proteste. Nel pomeriggio Evo Morales decide di rinunciare alla presidenza dalla clandestinità nella regione tropicale del Chapare e vola in Messico come rifugiato politico.
Martedì 13 novembre si sblocca il cammino istituzionale per colmare il vuoto di autorità creatosi con la partenza di Evo Morales e la rinuncia di molti dei funzionari del suo partito. Si insedia una senatrice dell’opposizione, Jeanine Áñez, come presidente della Bolivia. Viene accompagnata nel palazzo di governo dalla polizia, dei militari ed dai leader più radicali che hanno diretto le mobilizzazioni. Una parte del paese festeggia l’avvenimento per strada con fuochi d’artificio e petardi mentre le organizzazioni sociali più vicine ad Evo Morales contestano attraverso comunicati, risoluzioni e video-messaggi il suo insediamento promettendo di mobilitarsi nelle seguenti giornate.
Il giorno successivo si smobilitano le proteste cittadine contro i brogli elettorali nelle principali città. Le persone ed i veicoli hanno iniziato a circolare, i negozi hanno alzando le serrande ed è ritornata una ormai insolita normalità nella vita metropolitana per lo meno a Cochabamba e Santa Cruz. La nuova presidente cambia i vertici dell’esercito nominando un nuovo comandante delle Forze Armate ed appunta nuovi ministri. L’ex presidente parla in conferenza stampa dal Messico denunciando che in Bolivia si sta consumando un colpo di stato civico-poliziesco con la complicità della OEA e con l’uso della forza. L’informazione e la disinformazione si contendono la scena. I social network sono incandescenti. Il mandato del nuovo governo transitorio è di nominare i nuovi vertici del Tribunale Elettorale e convocare le nuove elezioni, elezioni libere, eque e trasparenti.
Giovedì 14 novembre il paese vive un’altra giornata di grande tensione con la repressione della polizia ed i militari alla marcia dei coltivatori di coca pro-Morales che dal Chapare avanzano verso la città di Cochabamba ripudiando il nuovo governo transitorio.
Durante gli scontri 9 persone perdono la vita e 122 sono rimaste ferite.
La tensione si sposta dalle città alle periferie ed alle zone rurali. Le principali vie di comunicazione terrestre sono bloccate dai manifestati rendendo difficoltosa la circolazione ed il rifornimento dei prodotti di consumo primario e carburante. La Bolivia è profondamente divisa, fratturata e lacerata. Lo stato d’animo che regna sovrano è la paura, paura dei saccheggi e dei vandali, paura della polizia e dell’esercito, paura dell’altro. I cittadini hanno paura della mobilizzazione delle comunità rurali, i quartieri delle periferie hanno paura delle milizie cittadine ancora mobilizzate, i sostenitori di Evo Morales hanno paura della repressione dell’esercito e della polizia, i sostenitori del nuovo governo della mobilizzazione delle organizzazioni sociali, gli indigeni del razzismo, i progressisti della destra radicale, i giovani dei vecchi politici, il ritorno di Evo, la violenza, l’odio etnico e di classe. Paure reali e paure immaginarie.
La Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) dichiara che dall’inizio del conflitto sono 23 il numero delle persone uccise e 715 il numero dei feriti. Le Nazioni Unite inviano un delegato con il compito di aprire un tavolo di dialogo e negazione tra le parti con il supporto dell’Unione Europea.
Come operatori della cooperazione internazionale ci auguriamo che la crisi boliviana possa trovare presto una via d’uscita pacifica e democratica. Ci sentiamo anche di augurare che la transizione verso un nuovo processo elettorale possa realizzarsi con trasparenza attraverso la ricerca del consenso tra le parti con gli strumenti legali a disposizione del paese soprattutto nel rispetto dei diritti umani di tutta popolazione e della sovranità popolare.

La crisi boliviana è al centro di un dibattito internazionale con letture contrastanti degli eventi e degli scenari che si delineano. Di seguito offriamo una selezione articoli che consideriamo fededegni ed informati sui fatti per aiutare il lettore a crearsi un’opinione rispettosa della complessità della situazione.

Maria Galindo, attivista femminista boliviana
La noche de los cristales rotos por Maria Galindo
La orfandad que deja el caudillo

Fernando Molina, giornalista e scrittore boliviano
Bolivia:¿golpe o (contra)revoluciòn?

Raquel Guitierrez, accademica messicana
Bolivia: la profunda convulsión que lleva al desastre

Raul Zibechi, accademico uruguaiano
La Bolivia e il gioco della guerra
Bolivia: un levantamiento popular aprovechado por la ultraderecha

Jim Shulz, attivista americano
Bolivia in Crisis: Don’t Mistake a Public Uprising for a Coup

The Guardian
Many wanted Morales out. But what happened in Bolivia was a military coup