Clima: Le Proposte Dal Basso. Tribunali Popolari E Non Estrazione

Clima: le proposte dal basso. Tribunali popolari e non estrazione

Durante il Klima Forum promosso dalle organizzazioni della società civile varie le proposte dal basso per far fronte in maniera concreta ai cambiamenti climatici. Dalla creazione del Tribunale per la Giustizia Climatica alla scelta di lasciare il greggio nel sottosuolo, seguendo il modello Yasunì.

Il petrolio, resti sottoterra

Lasciare il petrolio nel sottosuolo è la vera cosa da fare per combattere i cambiamenti climatici. Lo dicono decine di organizzazioni della società civile del Sud del mondo iunite nella campagna Oilwatch International, presente a Copenhagen con una nutrita delegazione da diversi paesi – tra cui Indonesia, Thailandia, Timor, Filippine, Sri Lanka, Nigeria, Ghana, Sud Africa e Ecuador – sia al vertice ufficiale che al Klimaforum, il forum parallelo della società civile. «Il modo migliore di ridurre le emissioni di gas serra è non estrarre più combustibili fossili», spiega Ivonne Yanez di Acción Ecologica, una delle organizzazioni di maggior spicco di Oilwatch.

Yanez viene dall’Ecuador, paese dove il greggio conta per il 60% delle esportazioni. Eppure, come in molti altri paesi ricchi di risorse naturali, la gran parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Il petrolio non ha generato l’effetto «a goccia» tanto declamato dalle istituzioni finanziarie internazionali, come la Banca Mondiale, che continuano a finanziare il settore estrattivo.

Al contrario, in Ecuador lo sfruttamento dell’oro nero si associa con devastanti danni ambientali e violazioni dei diritti delle comunità indigene. «La frontiera del petrolio sta arrivando in zone del territorio molto fragili, ad alta biodiversità e abitate da popoli indigeni che ancora oggi vivono in isolamento volontario, come i Tagaeri e i Taromenane».

Chiedere oggi l’istituzione di «territori liberi dall’estrazione del petrolio» significa proteggere i diritti di queste popolazioni e tutelare una delle ricchezze più grandi dell’umanità – nel caso dell’Ecuador la foresta amazzonica. La campagna, iniziata in Ecuador per il territorio del parco nazionale di Yasunì, si sta espandendo sia in altri paesi del bacino amazzonico che in paesi dove è presente Oilwatch. Così in Brasile il Movimento per la giustizia ambientale sta elaborando una proposta per la regione di Acre. In Bolivia, il Fobomade ha presentato un manifesto per un’Amazzonia senza petrolio. In Perù stanno lavorando alla campagna chiamata «No Mas Petrolio en el Loreto», provincia della selva amazzonica.

Secondo Yanez su questa proposta innovativa ha senso iniziare a ragionare sia in Ecuador che altrove, inclusi i paesi dove il petrolio si consuma. «Oggi in Ecuador si estraggono 600mila barili di petrolio l’anno. Se continuiamo con questo ritmo, in ogni caso esauriremo le nostre riserve entro vent’anni. Meglio iniziare subito a pensare alle implicazioni di un Ecuador senza petrolio, cercando di proteggere le risorse naturali a partire dalla foresta, lavorando così sulle alternative».

In Ecuador ci sono circa 5 milioni di barili di riserve di petrolio «intoccati», quasi tutti localizzati in territorio amazzonico. «Parlare di questa proposta a Copenhagen ha senso, perché i governi che negoziano contro i cambiamenti climatici il più delle volte non si rendono conto delle implicazioni dell’estrazione del petrolio per l’ambiente e per il clima. Come non se ne rendono conto i cittadini europei, che dipendono dal consumo di greggio più di molti altri. Nel Sud la maggior parte della popolazione già vive senza petrolio e quindi risentirà molto meno del suo esaurimento nei prossimi anni». Accion Ecologica, come altri gruppi riuniti nella coalizione per la giustizia climatica «Climate Justice Now!», sono a Copenhagen non solo per cercare di influenzare il negoziato, secondo molti già soggiogato alle logiche del mercato. «Per noi essere a Copenhagen rappresenta un’opportunità di dialogo con i governi del Sud, che potrebbero essere sensibili all’idea di un modello di sviluppo non basato su petrolio».

Elena Gerebizza
Dal Manifesto del 12 dicembre

*    *   *

 

L’iniziativa della Bolivia sul debito climatico

All’interno del negoziato, la Bolivia sta dando seguito alla proposta sul debito climatico intavolata lo scorso aprile. Giovedì durante la sessione plenaria della conferenza dei membri del Protocollo di Kyoto, la Bolivia ha presentato un emendamento al testo che introduce la questione del debito climatico, con il sostegno di Malesia, Cuba, Micronesia, Paraguay, Sri Lanka e Venezuela. Il giorno successivo, l’Ambasciatore della Bolivia Pablo Solon, in risposta al tentativo del capo negoziatore statunitense, Todd Stern, di rifiutare uno dei principi cardine del negoziato, ovvero quello della responsabilità di chi inquina, centrale anche alla questione del debito climatico, ha dichiarato: “Ammettere la responsabilità per la crisi climatica senza intraprendere le azioni necessarie a fronteggiarla è come se qualcuno bruciasse la nostra casa e poi rifiutasse di pagare i danni. Anche se l’incendio è stato doloso, i paesi industrializzati hanno continuato ad alimentare il fuoco con la loro inazione. Il risultato è che hanno usato già i due terzi dello spazio atmosferico, privandoci dello spazio necessario per il nostro sviluppo e provocando una crisi climatica di proporzioni enormi ”.

 

*    *    * 

Il debito ecologico irrompe sul Klima Forum. 

Tra le proposte: Un tribunale dei popoli per soluzioni reali

L’11 dicembre scorso l’enorme sala arancio del Klimaforum era stracolma per la conferenza sul debito ecologico e climatico. Tre panel si sono susseguiti con testimonianze da tutti i continenti per discutere significato e implicazioni di un  problema su cui i popoli del Sud si stanno mobilitando da oltre dieci anni. Miguel Palacin del Peru ha affermato: “In tempo di crisi nel Nord si fa teoria della politica. Nel Sud facciamo politica per il cambiamento”. In sala gli applausi si sono susseguiti per oltre quattro ore, con un picco di energia ed emozione verso metà incontro, quando ha parlato Naomi Klein. “Quando si discute di cambiamenti climatici è chiara la relazione inversa tra chi ha creato il problema e chi ne subisce le conseguenze.

La sfida di oggi parte dalla necessità di ridefinire il concetto di ambientalismo. E’ una questione di giustizia, verso i più poveri che non solo subiscono gli impatti di un processo che non hanno contribuito a generare, ma che oggi non hanno neanche la capacità economica e tecnologica per uscirne.”  Angela Navarro, negoziatrice della Bolivia, ha spiegato nel dettaglio la posizione del suo governo. E ha ricordato ai presenti che un movimento forte, di pressione e sostegno, è l’unica via che permetterà un cambiamento e forse un risultato positivo dai negoziati.
 

Non si possono difendere i diritti umani senza passare da quelli dei popoli e dell’ambiente. Il messaggio è chiaro e si è levato nei giorni scorsi a Copenhagen dal Klimaforum.  Anche per mettere in rete le varie resistenze, in questi giorni al Klimaforum  si stanno condividendo strategie e proposte. Fra di esse la della creazione di un Tribunale dei popoli sul debito e la giustizia climatica.

“Non possiamo limitarci a marciare educatamente e a costituire tavole rotonde -ha detto Naomi Klein-. Dobbiamo costruire un movimento di massa a livello mondiale che non permetterà che i leader di cavarsela con quello che stanno cercando di farla franca. Pensatela come la madre di tutte le compensazioni di carbonio. L’accordo di Copenaghen può trasformarsi nel peggior tipo di capitalismo dei disastri”.

 

da: http://www.versocopenaghen09.org