Continua La Protesta Indigena In Perù

Continua la protesta indigena in Perù

di Marica di Pierri

Continuano le proteste in tutto il Perù, dove da ormai oltre un mese comunità indigene, contadine e movimenti sociali delle zone urbane e rurali sono in mobilitazione permenente per protestare contro la devastrazione dei territori, la svendita delle risorse naturali alle multinazionali straniere e le politiche di criminalizzazione e violazione dei diritti umani portate avanti dal governo di Alan Garcia attraverso l’approvazione – negli ultimi mesi – di diversi decreti leggi che facilitano la penetrazione delle imprese nelle zone amazzoniche e equiparano la protesta sociale a gravi reati penali, comminando pene che vanno fino ai 20 anni di carcere. Di fronte all’ampiezza della protesta, il governo ha dichiarato nei giorni scorsi lo stato di emergenza in quattro regioni amazzoniche, sospendendo i diritti costituzionali e preparando misure repressive per sedare al più presto i focolai di rivolta. Il Decreto supremo della Presidenza del consiglio dei ministri che proclama lo stato di emergenza nei dipartimenti di Cuzco, Ucayali, Loreto e Amazonas, è entrato in vigore domenica 10 maggio.

Il decreto afferma che le attività delle imprese estrattive che operano nei territori delle comunità indigene sono di «pubblico interesse», mentre non vi è cenno alle violazioni dei diritti dei popoli indigeni che vivono nei territori interessati da tali attività. La mobilitazione chiede l’abrogazione dei nuovi decreti legislativi che minacciano gravemente i diritti dei popoli indigeni e che sono stati approvati senza previa consultazione, grazie ai poteri straordinari conferiti dal Congresso al Governo per «facilitare l’applicazione del Trattato di libero commercio Perù – Stati Uniti». Il Governo ha così potuto promulgare decreti con valore di legge senza nessun controllo e ne ha approfittato per dettare una serie di misure lesive dei diritti della popolazione rurale ed indigena.
La dichiarazione dello stato di emergenza è arrivata nonostante il Congresso del Perù abbia approvato pochi giorni fa – con 45 voti a favore e 23 contrari – la relazione della Commissione multipartitica che raccomanda l’abrogazione di dieci decreti legislativi giudicati lesivi dei diritti delle comunità dell’Amazzonia. Il decreto sullo stato di emergenza rende operativo quanto previsto dall’articolo 137 della Costituzione, ossia che «in caso di turbamento della pace o dell’ordine interno, di catastrofi o circostanze gravi che colpiscono la vita della Nazione», senza la necessità che il Congresso dia la sua approvazione «è possibile sospendere il libero esercizio dei diritti costituzionalemte riconosciuti relativi alla libertà e sicurezza personale, all’inviolabilità del domicilio, alla libertà di riunione e di spostamento» per un termine massimo di 60 giorni, prorogabili mediante nuovo decreto, senza ulteriori cautele che quella di «non confinare nessuno, in nessuna circostanza». Insomma, il Governo non si accontenta di restringere ma vuole anche sospendere nella loro totalità questi diritti attraverso l’ordine di «esecuzione immediata» dal carattere squisitamente marziale.
Il Coordinamento andino di organizzazioni indigene [Caoi], che raccoglie le organizzaizone indigene di Perù, Colombia, Ecuador, Bolivia, Cile ed Argentina, ha diffuso nei giorni scorsi un appello alla società civile nazionale ed internazionale affinche si realizzino atti ed iniziative di solidarietà con la mobilitazione e di protesta contro la dichiarazione di stato di emergenza del governo. Venerdì 15 le organizzazioni indigene hanno proclamato lo «stato di insurgencia» in risposta ai decreti del governo, ma quando il presidente Garcia ha autorizzato l’esercito a intervenire nei territori ribelli, gli indigeni hanno revocato l’appello alla rivolta. Non è escluso che l’appello torni in vigore se la trattativa con il governo, a cui le organizzazioni indigene si sono dette disposte, dovesse fallire.