Con Descalzi All’ENI Non Cambia Nulla

Con Descalzi all’ENI non cambia nulla

renzi-descalzi-320800[di Federico Gianni Sartori su pagina99]

L’ex vicedirettore generale è il delfino dell’ ad uscente Paolo Scaroni. È stato responsabile delle attività in Africa e in Italia. E sui disastri ambientali in Nigeria non ha nulla da dire

 

Le nomine sono arrivate. Le principali aziende pubbliche hanno nuovi dirigenti. Emma Marcegaglia e Claudio Descalzi sono, rispettivamente, il nuovo presidente e il nuovo amministratore delegato dell’Eni. Ma al di là dei curricula, che tutti i quotidiani hanno propinato stamane ai lettori, ci sono altre considerazioni da fare sul cambio al vertice della prima multinazionale italiana. A contare davvero, si sa, sono gli amministratori, non i presidenti. E dopo 9 anni con Paolo Scaroni al posto di comando arriva Claudio Descalzi. Che cosa è cambiato? Poco, per quanto riguarda la politica industriale di Eni è la scelta più conservatrice che si potesse fare.

 

Il nuovo ad di Eni è il ‘delfino’ di quello vecchio. Un presente ma anche un passato nella compagnia petrolifera italiana, quello di Descalzi, che ha iniziato a lavorarci da neolaureato, a 26 anni. Fisico di formazione, entra all’Eni nel 1981 come ingegnere di giacimento. Nell’azienda che lo ha preso si forma e inizia la sua scalata, che lo porta ad assumere ruoli dirigenziali in Italia e in altre parti del mondo. Nel 1990 viene nominato Responsabile delle attività operative e di giacimento in Italia. Dieci anni dopo ricopre la carica di direttore dell’area geografica Italia, Africa e Medio Oriente.

 

«A lui si devono i principali successi esplorativi soprattutto in Africa, Mozambico in testa» afferma l’Eni sul proprio sito. Ma non manca l’Indonesia, dove si trovano alcuni dei pozzi che garantiranno lavoro ad Eni almeno per i prossimi 10 anni. Descalzi, infatti, si specializza nella ricerca di nuovi giacimenti da sfruttare. Ed è bravo, al punto che nel 2005 diventa Vice Direttore Generale di Eni, assegnato alla Divisione Exploration & Production. A nominarlo è lui, Paolo Scaroni, e da allora è l’uomo scelto per occuparsi di buona parte dell’attività e, in particolare, delle prospettive dell’azienda: trovare le risorse (exploration) e permetterne lo sfruttamento (production). Un uomo molto vicino all’ex ad, che esprime «una scelta da parte del governo in totale continuità con ciò che è stato».

 

Descalzi, d’altronde, descriveva le risorse fossili del sottosuolo italiano come un «tesoretto da 230 miliardi». Il suo punto di vista è quello che traspare da un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel 2008. Se parliamo di petrolio, «abbiamo riserve provate di 840 milioni di barili e potenziali tra i 400 milioni e un miliardo». Poi c’è il gas: «l’Italia dispone di 130 miliardi di metri cubi provati e altri 120-200 miliardi potenziali». Ovviamente, non si trascurano le risorse nel mare Adriatico, dove «ci sarebbero più di 34 miliardi di metri cubi di gas», da andare a recuperare con trivellazioni offshore.

 

Per diversi anni il nuovo ad è stato responsabile delle attività estrattive sul suolo italiano e tra queste c’è lo sfruttamento dei giacimenti della Val d’Agri, in Basilicata, dove scorre il il più grande giacimento petrolifero in terra ferma d’Europa. Comitati cittadini e associazioni ambientaliste hanno per anni protestato contro l’attività dell’Eni, per gli impatti ambientali e sanitari derivanti dall’estrazione, e lamentando la scarsa incidenza sullo sviluppo della regione, come descritto in uno dei report di Legambiente. Di risposte non ce ne sono mai state, eppure poco più di un mese fa da un’indagine condotta dal NOE (Nucleo operativo ecologico corpo carabinieri) sono stati emessi undici avvisi di garanzia, in Italia e all’estero, per traffico di rifiuti. Sui quotidiani se ne è parlato poco, ma secondo gli inquirenti il colosso petrolifero italiano avrebbe smaltito illegalmente i rifiuti prodotti, grazie alla complicità di imprese locali.

 

Oltre all’Italia, c’è il ‘continente nero’ ed è lì che la compagnia di bandiera fa i veri profitti. «Il suo cuore rimane in Africa» scriveva il Financial Times a proposito di Claudio Descalzi nel 2010. «Spesso chiama Eni […] una società africana». L’autorevole giornale inglese dialoga con l’allora vice direttore generale sulla possibilità di fare affari in Africa, con paesi dotati di grandi risorse naturali, ma spesso incapaci di sfruttarle. La soluzione, secondo Descalzi, è «proteggersi facendo qualcosa per il paese in questione». Costruire una nuova centrale è un investimento rischioso, ma può portare vantaggi sociali alla popolazione locale. Per questo, affermava, l’epoca in cui le compagnie petrolifere producono ed esportano semplicemente petrolio da un paese d’origine è ormai finita. Eni sventola «una doppia bandiera: uno per la società e una per il Paese». Peccato che, in molti casi, non sembra essera andata esattamente così.

 

Il Delta del Niger è una delle regioni africane più ricche di petrolio. Si trova nel sud-est della Nigeria, dove sono accorse le maggiori multinazionali dell’oro nero: Shell, Exxon Mobil, Chevron Texaco, Total Fina Elf, Eni. Per permettere l’estrazione sono stati espropriati terreni e distrutte coltivazioni di sussistenza, accentuando le contese tra le comunità presenti sul territorio. L’attività industriale e le fuoriuscite di petriolio hanno inquinato l’acqua e il terreno, contribuendo alla diffusione di malattie. E’ l’Onu stessa, in un rapporto sul Delta del Niger, ad aver descritto la devastazione ambientale di quelle terre, parlando di danni da miliardi di dollari. In Nigeria, Descalzi è stato vice Chairman & Managing Director di Naoc, la consociata Eni. «Anche oggi non si sta facendo nulla per migliorare la situazione, anzi le compagnie giustificano le perdite di liquami parlando di furti dalle tubature» dice a pagina99 Luca Manes di Re:common, watchdog che osserva il lavoro di Eni da vicino. «La realtà è che in molte zone le infrastrutture sono obsolete e in altre si continuano ad impiegare sistemi altamente nocivi, come il gas flaring».

 

Un profilo interessante e pieno di esperienze, quello di Claudio Descalzi, ora investito di nuove enormi responsabilità. Fino a ieri, la linea di Paolo Scaroni è stata quella di non intervenire in questioni gravi come quelle della Basilicata e del Delta del Niger. La situazione cambierà? E’ da vedere. Nel frattempo, considerati i trascorsi da responsabile delle ricerche di giacimenti del nuovissimo ad, Eni sarà certamente proiettata nella raccolta di nuove sfide. In primis, quella dello shale gas e del fracking. Del resto, su questo sono state le ultime sferzanti dichiarazioni di Scaroni. «Nessun pregiudizio sullo shale gas», perché è il futuro dell’industria perlolifera. Anche secondo Descalzi, sarà bene che Eni si affretti prima che gli Stati Uniti ci rubino il mercato. E, ovviamente, non si dimentichi di intensificare i rapporti con la Russia per lo sfruttamento del suo gas.