Colombia: Ucciso Sindacalista

Colombia: Ucciso sindacalista

Alla fine dello scorso novembre una fondamentale decisione giuridica veniva approvata in silenzio: la condanna imposta da un giudice specializzato a due ex guardie dell’autodifesa per l’omicidio del leader sindacale Luciano Romero Molina, avvenuto il 10 settembre del 2005. Il fatto di per se non avrebbe una grande rilevanza e costituirebbe una condanna in più nel sistematico sterminio dei sindacalisti in Colombia. Se non fosse che, secondo il giudice José Nirio Sánchez, chi ha ordinato il crimine sarebbe stato l’ex capo paramilitare Rodrigo Tovar Pupo, conosciuto come Jorge 40, e perché esistono indizi che collegano la multinazionale Nestlé con l’omicidio.

Nel documento di 110 pagine il giudice ordina d’indagare i dirigenti della Nestlé-Cicolac perché si verifichi il “loro presunto coinvolgimento nell’omicidio del leader sindacale e si ricostruiscano le condizioni che hanno portato Carlos Alberto Vélez al suo incarico di responsabile della sicurezza per l’America Latina” per conto della multinazionale. Una situazione scomoda per la ricca compagnia, in un momento nel quale emergono sinistre verità in un paese che reclama giustizia mentre si esorcizzano i demoni della guerra paramilitare che silenziosamente si è impadronita degli interessi delle imprese colombiane.

Ricostruzione:

Alle 7.30 del pomeriggio del 10 settembre 2005, il dirigente del Sindacato dei Lavoratori dell’Industria Alimentare (Sintrainal) Luciano Enrique Romero Molina è stato arrestato dai paramilitari José Antonio Ustariz Acuña e Jhonatan Contrera Puello e portato alla fattoria Las Palmeras, a pochi passi dal Battaglione La Popa de Valledupar. Lì è stato consegnato a Jimmy, il comandante del Blocco Mártires de las Autodefensas, con l’accusa di essere un guerrigliero dell’Eln. “Lo hanno interrogato e visto che non ha voluto parlare, Jimmy ha ordinato di ucciderlo a coltellate”.
Il suo cadavere è stato scoperto 13 ore dopo dalle autorità, ucciso da 50 coltellate, con visibili segni di tortura ed un fazzoletto legato alla bocca. Romero Molina era protetto da misure cautelari della Commissione Interamericana dei Diritti Umani della OEA, in ragione della sua lotta sindacale. Il 29 ed il 30 ottobre del 2005-un mese e mezzo dopo il giorno del suo omicidio- doveva essere il supertestimone di un processo sulla politica transnazionale della Nestlé, nella sessione del Tribunale Permanente dei Popoli che si sarebbe dovuta tenere a Berna.

Secondo la ricostruzione, Romero avrebbe dovuto denunciare le presunte violazioni dei diritti sindacali da parte della multinazionale in Colombia. Di fatto, spiega il giudice, altri sindacalisti ed ex dipendenti della Nestlé, come Víctor Mieles, Alejandro Martínez Toribío e Harry Laguna, hanno avuto la stessa sorte di Romero come conseguenza della loro ferrea battaglia sindacale: tutti trovarono la morte per mano dei paramilitari.

La lotta sindacale di Luciano Romero è iniziata nel 1990. Nel novembre del 2004 il suo nome era diventato talmente famoso che dovette rifugiarsi in Spagna per cinque mesi, attraverso il Programma Asturiano di Protezione alle Vittime delle Violazioni dei Diritti Umani. In seguito tornò a Valledupar dove continuò a tenere alte le bandiere del sindacalismo in una regione vicina al Blocco Nord paramilitare. La sua morte è entrata a far parte di un’ atroce statistica: 21 membri della Sintrainal sono stati uccisi dal 1987 ad oggi. Sarebbe a dire, uno all’anno.

“L’importanza di questa decisione giuridica si fonda sul fatto che si evidenziano i moventi politici dell’omicidio. Romero infatti era testimone in un tribunale internazionale per i fatti irregolari e le violazioni dei diritti sindacali da parte della Nestlé. Lo hanno ucciso per evitare di essere denunciati. La Nestlé ha come abitudine quella di condizionare i propri dipendenti attraverso minacce. Bisogna accertarsi se questi avvertimenti e questi omicidi si siano verificati su richiesta diretta della multinazionale. E’ un fatto molto grave”, ha dichiarato Agustín Jiménez, presidente del Comitato di Solidarietà ai Prigionieri Politici.

Il giornale “Espectador” ha contattato i dirigenti della multinazionale per avere la loro versione. Attraverso un comunicato hanno rifiutato categoricamente qualsiasi legame con i gruppi illegali. L’ordine del giudice di investigare i dirigenti della compagnia non smette d’ inquietare. Soprattutto pensando ad un impresa socialmente caratterizzata. La Nestlé, una delle principali compagnie alimentari del mondo, che ha 265.000 impiegati in 481 fabbriche situate in 87 paesi, deve affrontare una crociata senza precedenti: provare la sua estraneità alle Auc.

Ora si dovrà dare inizio ad un altro processo, questa volta per comprovare se c’è stato o meno il coinvolgimento dell’impresa nell’omicidio del leader sindacale Luciano Romero Molina e per stabilire il ruolo di Jorge 40. Non si è certi se l’ex capo paramilitare perderà i vantaggi dati dalla legge di “Giustizia e Pace” a seguito di questo omicidio. Sarà comunque il magistrato ad avere l’ultima parola.
Tutto ciò capita in un momento in cui il Governo lancia la proposta innovativa di eseguire dei processi collettivi ai capi paramilitari. Iniziativa che già sta causando dolori di stomaco a molti difensori dei diritti umani. Per adesso l’unica cosa certa è che una delle multinazionali più prospere del paese, la Nestlé, ha il compito di provare alla giustizia la propria innocenza.

Processi collettivi o impunità collettiva?

Da molto prima di entrare in vigore, la Legge di Giustizia e Pace era già duramente criticata dagli organismi dei diritti umani nazionali ed internazionali e adesso, due anni e mezzo dopo essere stata vagliata, un nuovo segnale di allarme la mette nell’occhio dell’uragano. Il ministro dell’Interno, Carlos Holguín Sardi, ha avanzato una pericolosa che si è discussa lo scorso venerdì al Consiglio Superiore di Politica Criminale. L’intento è di alleggerire il processo giudiziario contro i paramilitari protetti dai benefici di questa legge.

La proposta recita: “Tenendo in conto che questo tipo di organizzazioni delinquenziali operavano in blocco, ma sotto un comando responsabile, il Governo considera che si potrebbe compiere un’investigazione e un giudizio collettivo”. In questo modo oltre i 3.000 ex paramilitari che si sono avvalsi della legge potrebbero essere giudicati in un solo processo insieme agli altri componenti dei blocchi nei quali militarono. A tutto ciò si aggiunge la possibilità che molti para’ in prigione vengano assolti completamente se consegneranno i loro beni illeciti al Fondo Nazionale di Recupero.

Diverse ONG hanno già denunciato che questa iniziativa beneficerà i capi dell’autodifesa e li libererà dai problemi giuridici. In accordo alle pene contemplate dalla legge, la condanna più grande non supererà gli otto anni.
Molte ONG sono d’accordo nel credere che questo nuovo processo non sia altro che un ostacolo alla verità, alla giustizia e al risarcimento delle vittime. Nonché l’ennesima dimostrazione dell’incapacità del Governo e degli enti giuridici di processare i capi dei paramilitari. Molti di questi difensori dei diritti umani si chiedono se questo sarà, più che un processo collettivo, un’impunità collettiva. Senza dubbio una nuova controversia politico-giuridica si fa strada, lasciando dietro di se una moltitudine di domande senza risposta. Ma soprattutto ci si chiede quando verranno annunciate le prime condanne.

www.sinaltrainal.org