Colombia, Indigeni E Lavoratori Si Sollevano Contro Il Governo Santos

Colombia, indigeni e lavoratori si sollevano contro il governo Santos

ColombiaContinua lo sciopero di contadini e minatori contro il governo neo-liberale di Santos. Ora anche gli indigeni della Colombia sono scesi in strada.

 

UNITI NELLA PROTESTA – È esattamente dal 19 agosto che la Colombia del governo Santos è precipitata in una spirale di rivolte e proteste, che fino ad oggi hanno coinvolto molte diverse fasce della popolazione, dagli impiegati ai contadini ai minatori. Dal 14 ottobre, poi, si è arrivati ad un punto di svolta: a scendere in strada, stavolta, sono stati gli indigeni. Come non si vedeva da anni. Per la precisione, si tratta di più di 40.000 indigeni di diverse etnie, tutti raccolti nella cosiddetta Minga Indígena Social y Popular, una marcia che simboleggia l’unità di tutti gli autoctoni sudamericani in contrapposizione alle divisioni territoriali imposte dai colonizzatori prima e dai confini tra i vari Paesi ora. Confini, per chiarezza, che per degli indigeni non hanno alcun valore.

 

Il 19 ottobre, come se non bastasse, i nativi colombiani hanno attirato l’attenzione del Governo e di tutto il mondo unendosi ad una marcia di contadini e sfilando con loro come alleati. Considerando che in Colombia agricoltori e indigeni hanno sempre avuto poco da spartire, rimanendo sempre in conflitto per la distribuzione della terra coltivabile, si tratta di un evento storico. In altre circostanze, tutti i manifestanti meriterebbero il Nobel per la Pace.

 

LE RICHIESTE – Purtroppo quel che unisce i contadini e gli indigeni dei nostri tempi non è tanto la solidarietà quanto la disperazione: le politiche neo-liberali del governo Santos rischiano di sotterrare le piccole imprese agricole colombiane, su cui si fonda gran parte dell’economia nazionale. Nelle intenzioni del governo, infatti, c’era quella di spalancare le porte alla concorrenza statunitense ed europea, impossibile da gestire per gli agricoltori locali. Non solo. Il piano prevedeva addirittura di impedire ai contadini colombiani di utilizzare i propri semi, costringendoli a comprare quelli forniti da multinazionali come Monsanto, Dupont e Syngenta, rigorosamente omg.

 

Dopo due mesi di rivolte, Santos ha ceduto e ha interrotto gli accordi. Ma non solo i contadini non si fidano delle promesse della politica e delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). Ora anche gli indigeni sollevano le loro richieste, che sono principalmente cinque. Le prime quattro riguardano da vicino anche gli agricoltori: protezione reale dei diritti umani, cambio della politica economica e agraria corrente, fine dello sfruttamento delle miniere, restituzione dei territori. Con una peculiarità: promozione dell’autonomia e dei diritti delle popolazioni indigene.

 

LA RISPOSTA – Che hanno in comune tutte queste richieste? Un paradosso: tutti questi motivi di protesta derivano da bisogni innati, antichi come il mondo e comuni a qualsiasi gruppo umano: il riconoscimento dei diritti di base e la protezione dell’ambiente in cui si vive. Insomma, la richiesta di un’esistenza dignitosa. Qualcosa per cui ognuno di noi protesterebbe. Dall’altra parte, però, si tratta anche di esigenze tipiche di una comunità specifica, isolata nel tempo, nello spazio e nella cultura, e che dunque necessita di tutele speciali per sopravvivere. Richieste altrettanto fondamentali, in un mondo ancora – anzi, sempre più – imperialista, in una comunità internazionale che riempie le scrivanie di scartoffie sui diritti fondamentali dell’uomo e anche così non può accogliere i bisogni di chi è invisibile.

 

Intanto Amnesty International continua con la sua sfilza di dati sulle proteste in Colombia: si sono raggiunti i 600 casi di violazione dei diritti umani. Anche alla protesta del 19 Santos ha risposto con le cattive: l’Esmad, corpo militare antisommossa, è accusato di violenze nelle località di Buonaventura e di Huila.