Colombia, Bolivia E La Partecipazione Elettorale

Colombia, Bolivia e la partecipazione elettorale

BOGOTÁ, settembre-  mentre il presidente della Bolivia, Evo Morales, vuole ampliare l’elettorato del suo paese, il governo colombiano lo vuole tagliare. I boliviani che oggi possono votare sono tra i 3,5 e i 3,8 milioni, su una popolazione di 10.2 milioni. Il Governo sostiene che per le elezioni generali che avranno luogo il 6 dicembre dovranno essere 5 milioni.


I colombiani che figurano nel censo elettorale sono invece 29.470.000. La soglia (o cifra minima di voti) necessaria per dare validità a una consulta popolare che confermi la terza candidatura consecutiva dell’attuale presidente Álvaro Uribe è di di poco superiore ai 7.3 milioni di votanti. Ma le manovre proposte dalle autorità governative, destinate ad abbassare questa soglia, lo ridurranno a quattro milioni di elettori.

Sono due governi e due paesi distinti, che attribuiscono un valore differente al cittadino elettore. e quindi alla democrazia. Gli sforzi del governo boliviano per aumentare il numero degli iscritti al registro elettorale, denotano che il voto cittadino non viene temuto, anzi lo si richiede e si tenta di estendere tale diritto il più possibile.

Al contrario, il progetto del Governo colombiano di tagliare l’elettorato, sebbene rispecchi un’esigenza-  ovvero la depurazione del censo che si attende da 20 anni, che attualmente comprende ancora le schede di un milione di morti- provoca reazioni come quella dei senatori Samuel Arrieta e Armando Benedetti che, pur essendo uribisti, la definiscono “rozza e indecorosa”.

Parte del progetto contempla che saranno abilitati al voto solo  i 12.041.737 elettori che avevano preso parte alle elezioni presidenziali del 2006, a cui si aggiungono altri quattro milioni che si sono registrati da quel momento. Invece di dare impulso a una maggiore partecipazione elettorale, sembra che il Governo colombiano abbia timore dell’elettorato. Questa è la radicale differenza tra il caso colombiano e quello boliviano.

Quando il presidente Morales, appoggiato dai dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (INE) che segnala l’esistenza di più di cinque milioni di cittadini in età di voto, ha affermato che  “il traguardo non è di tre milioni e mezzo, il traguardo è tutta la gente”, stava, ancora una volta, dando voce agli indigeni aymaras, quechuas e guaraníes, secolarmente emarginati dalla vita sociale e politica del loro paese.

Il dirigente sindacale Felipe Quispe, nel suo celebre scontro verbale con l’ex dittatore Hugo Banzer (1971-1978 e 1997-2001) lo aveva dichiarato con forza: “abbiamo due paesi, generale, il suo e il mio”. Il segretario della Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia sfidò allora il presidente a misurare i loro rispettivi cervelli per comprovare se uno fosse più grande dell’altro.

La riduzione dell’elettorato in Colombia si raggiungerà per mezzo di un emendameento alla legge di riforma politica proposta dal senatore uribista Manuel Henríquez Rosero, garantendo una soglia utile per il referendum rielettivo.

In Bolivia, che presenta più del 60% di popolazione indigena, un elettorato predominato dalla presenza dei bianchi e l’esclusione di una buona parte della popolazione nativa, è risultato comodo per la gestione politica e amministrativa dei bianchi, fino a questo momento.

Alle elezioni del 1993, l’allora candidato presidenziale Gonzalo Sánchez de Lozada, con un’abile mossa politica e  nonostante lo scetticismo e il sordo rifiuto della classe politica, aveva proposto alla vicepresidenza l’indigeno Victor Hugo Cárdenas.

Quando il giorno della sua investitura il nuovo vicepresidente pronunciò il suo discorso in quechua, aymara, guaraní e spagnolo, si lasciò probabilmente alle spalle il pregiudizio, anacronistico e ingiusto, dell”indigeno barbaro e inferiore con cui tradizionalmente si etichettavano i nativi, e mandò un chiaro messaggio a tutti i suoi fratelli indigeni, ulteriormente motivato dalla celebrazione del cinquecentenario della scoperta dell’America e quindi dell’arrivo europeo.

La forza di questo messaggio è stata percepita dallo stesso Sánchez de Lozada nel 2002, quando era sul punto di perdere la presidenza davanti al suo contendente, l’allora deputato e leader cocalero Morales, di origine aymara.

Allo stesso tempo, assieme alla coscienza politica degli indigeni boliviani, è cresciuto l’allarme per la tradizionale classe politica boliviana. La popolazione indigena considera il voto, non il frutto di una scelta individuale, bensì di una scelta della comunità; tale meccanismo protegge questa categoria di elettori dall’offensiva propagandistica che i partiti scatenano attraverso i mezzi di comunicazione.

Gli indigeni non decidono isolatamente davanti a un televisore, ma il loro voto è il frutto di una decisione comunitaria: si ritrovano, e lì programmano il proprio registro elettorale, discutono e si accordano sul voto, sotto l’influenza di una coscienza crescente della dignità degli indigeni. Il vestito nativo della “chola” ha abbandonato le cartoline turistiche ed è entrato nelle università, occupa un posto nel Congresso e si accompagna alle carte ministeriali.

È sempre più frequente che le universitarie che un tempo esibivano abiti uniformati alla moda occidentale, ora si presentino alle lezioni con il loro “borsalino” di feltro in cima alle loro teste, il loro mantello sopra le spalle e con la loro gonna ampia e colorata attorno alla vita.

Parte di una ricchezza culturale che si era soliti conservare con cautela e timidezza tra le pareti di casa, le lingue indigene, a loro volta, stanno riprendendo vigore, e oggi si possono ascoltare nei mezzi di comunicazione, in fori e assemblee, come espressione della presenza indigena e della necessità della loro inclusione.

La lotta politica per l’ampliamento del suffragio in Bolivia ha questo sfondo: l’incorporazione degli esclusi.

È  inoltre in corso un processo per registrare i cittadini che desiderano partecipare alle elezioni nazionali e risiedono all’estero in Argentina, Brasile, Spagna e Stati Uniti, quattro paesi che presentano una maggiore presenza di migranti boliviani.

Tuttavia, un paragrafo dell’articolo 47 della Legge Elettorale Transitoria  (Ley Transitoria Electoral) stabilisce: “Come conseguenza dei requisiti tecnici del registro biometrico, trattandosi della prima esperienza di voto dall’estero, la Corte Nazionale Elettorale (CNE) registrerà fino a un massimo del 6% dell’elettorato nazionale”.

Questo implica che solo una piccola parte dei boliviani residenti nei quattro paesi potrà essere censito fino al 15 di ottobre e l’Organo Elettorale Plurinazionale (OEP) ha così deciso perché “esistono limitazioni tecniche di tempo affinchè sia possibile registrare più di 211.000 boliviani che risiedono all’estero”, hanno dichiarato i portavoce di tale organo.

Il senatore dell’opposizione Carlos Bohrt trova che “si tratta di una legge che viola i diritti fondamentali” e, aggiunge, “risponde ad un accordo politico dell’opposizione”. Le forze governative sono della stessa opinione. È per questo motivo che il Congresso sta discutendo della modifica di tale articolo, per consentire di ampliare il numero degli elettori residenti all’estero.

“Si devono registrare tutte le persone che possiedono l’età per votare, che sono più di cinque milioni”, ha insistito Morales.

L’affermazione dell’attuale presidente è stata interpretata in due modi, tra loro contrapposti: “è un pretesto per posticipare le elezioni” ha affermato Samuel Doria Medina, il candidato presidenziale dell’Unità Nazionale. “é il riconoscimento di una realtà da cui non si può tornare indietro”, ha dichiarato il professore Andrés Gómez, parlando della nuova storia boliviana, la storia di quella Bolivia che sta lavorando per l’integrazione del 60% degli indigeni alla vita politica nazionale.

Il Colombia al contrario, il taglio apportato all’elettorato è visto come una retrocessione. “Il censo necessita di essere aggiustato, ma un aggiustamento scientifico, non flessibile, e che non vada ad alterare le regole del gioco”, ha osservato l’editorialista Daniel Samper, avvertendo “dell’ultimo inganno che si sta preparando: ridurre il censo elettorale”.

Attorno alle liste dell’elettorato si sta insomma creando la storia, in Colombia e in Bolivia.

di: Javier Darío Restrepo per IPS

Traduzione di Anna Bianchi