Centrale A Carbone A Cerano (Brindisi)

Centrale a carbone a Cerano (Brindisi)

images (2)[di Roberta Grassi su Brindisi Report]

 

 

I legali Enel: non polvere di carbone ma pece di stoppie bruciate. E accuse alla stampa

 

 

 

 

 

BRINDISI – Una giornata in aula per assistere a una scena sintetizzabile in poche righe. Il gigante che crede di poter sopraffare un funzionario di polizia, attraverso l’atteggiamento supponente dei suoi legali. Il gigante che, per voce dei suoi legali, ritiene e afferma (a margine dell’udienza ma davanti a testimoni) che la stampa sia asservita. Sia asservita alla versione dell’accusa. Non portavoce – talvolta – della disperazione di contadini che hanno perso tutto ciò che avevano e che dava loro da mangiare. Ma funzionale a una tesi, incapace di dare voce alla tesi opposta. Di riferire la versione di Enel che attraverso i propri legali non ha mai ritenuto fino a oggi di chiarire alla stampa in questione, quella asservita guarda un po’ alle rivendicazioni dei soggetti meno forti in causa, la propria strategia difensiva.

 

 

Doveva essere l’udienza, quella odierna, in cui i difensori degli imputati nel processo per la dispersione di polveri di carbone dal carbonile e dal nastro trasportatore della centrale Enel di Cerano avrebbero finalmente avuto parola. E lo è stata. Appuntamento con il controesame di uno dei principali testi dell’accusa, l’ispettore della Digos Alessandro Cucurachi, che nel corso del processo ha già risposto alle domande del pm Giuseppe De Nozza. E’ stato proprio De Nozza a dover intervenire, battendo il pugno, perché uno degli avvocati Enel moderasse i toni e tornasse al rispetto dei ruoli: il rispetto del testimone, dell’investigatore, dell’ispettore di polizia e dell’organo inquirente tutto.

 

 

Il giudice Francesco Cacucci ha invitato il legale ad adeguarsi e a procedere con modi più consoni. La liturgia processuale, solitamente improntata sull’estrema correttezza che prevede un certo fair play tra toghe, ha rischiato di degenerare oggi. E la tracotanza di prevalere sulle argomentazioni. Quanto al merito, Enel intende innanzitutto dimostrare che quello che si è diffuso sui campi degli agricoltori non è carbone, almeno non è detto che lo sia.

 

 

I legali dei tredici dirigenti Enel, imputati insieme a due imprenditori locali,hanno prodotto documentazione con la quale attestano che ci fosse una pratica diffusa nella zona, ovvero quella di provocare incendi nei campi per bruciare rami di alberi frutto della potatura o la superficie dei fondi dopo la raccolta estiva e hanno chiesto al teste se avesse mai testimoniato a fenomeni di questo tipo. Ciò potrebbe spiegare, a parere del collegio difensivo Enel, la diversa natura delle polveri nere rilevate sui terreni di agricoltori che nel tempo hanno presentato denuncia per il danneggiamento delle colture.

 

 

Non sarebbe quindi carbone, ma potrebbe essere pece. Pece delle sterpaglie bruciate. Pece accumulata in massa solo lì, attorno a Cerano. Ché di doglianze di imprenditori agricoli che operano in altre campagne, non v’è traccia alcuna. I difensori hanno poi indirizzato le proprie domande sulla tipologiadi indagini tecniche non accompagnate, secondo la difesa, da puntuali verifiche anche sulle condizioni meteo e sulla direzione del vento.

 

 

Dall’analisi dei documenti presentati in precedenza dall’accusa è stato sottolineato come Enel negli anni ha messo in atto numerosi accorgimenti per evitare la dispersione di polveri all’esterno della centrale. Sono state realizzate barriere frangivento, una collina di contenimento con alberi piantumati attorno al parco carbone, procedure per evitare che dai cumuli di carbone si verificassero dispersioni, modifiche al nastro trasportatore, utilizzo sistematico di speciali macchinari, i cosiddetti “cannonfogger”, per spargere una sostanza filmante e acqua nebulizzata sui depositi e rendere la polvere compatta e meno volatile.

 

 

E’ stata chiesta l’acquisizione di una sentenza del Tribunale di Brindisi che non ha riconosciuto il risarcimento rivendicato da alcuni agricoltori. La partita si gioca su un confine labile. Quello che separa una condotta messa in atto con colpa cosciente da una messa in atto con dolo eventuale. Per banalizzare. L’Enel sporcava i campi nell’assoluta consapevolezza di provocare dei danni, ma anteponendo la necessità di produrre a quella di evitare conseguenze: dolo eventuale.

 

 

L’insudiciamento avveniva, ma come conseguenza non voluta dalla società. Messa in conto, sì. Ma nella certezza che mai in realtà nulla di illegale sarebbe potuto accadere: colpa cosciente. Il dolo qualifica l’ipotesi di danneggiamento, che senza “dolo” non esiste. Se non ci dovesse essere stata volontà, quindi, non vi sarebbe alcun comportamento penalmente rilevante nell’aver danneggiato le colture dei contadini di Cerano.

 

 

Fermo restando comunque, ha sostenuto attraverso le sue domande il collegio difensivo, che non è carbone quello che ha ricoperto l’uva e i meloni. Che il teste non è attendibile perché su alcuni punti non sarebbe stato preciso nell’indicare i documenti a base dell’indagine oltre che gli anni cui si riferiscono. E che l’Enel ha provveduto a tutte le opere di ambientalizzazione che riteneva importanti per evitare un fenomeno riportato anche nelle mail trovate nel pc di Calogero Sanfilippo, il pc che “scotta”, in cui si parla a chiare lettere di carbone, carbone e carbone.

 

 

Oltre che delle misure da adottare per evitare problemi. Tutte le opere di ambientalizzazione, tranne la copertura del carbonile. Ché se avesse ipotizzato all’epoca di coprire il carbonile per evitare che volassero polveri, allora gli si potrebbe contestare di non aver adottato in tempo proprio tutte le misure per evitare che la coltre nera si depositasse sui campi. E quindi di aver agito con dolo. Il 31 marzo si torna in aula, per proseguire il controesame dell’ispettore Cucurachi. Le argomentazioni saranno probabilmente diverse. La stampa resterà lì, in un angolo, ad ascoltare. Probabilmente incapace di comprendere. Asservita. Asservita ai più deboli.