Camorra, Rifiuti Tossici Nel Basso Lazio

Camorra, rifiuti tossici nel Basso Lazio

fusti-tossici-latina-montello-4762232[Di Enzo Ciaccio su Lettera43] Nel 1978 Raffaele Cutolo, il boss della nuova camorra organizzata, dopo la rocambolesca fuga dall’ospedale psichiatrico di Aversa trovò rifugio in un accogliente hotel di Fiuggi, dove si impadronì di un intero piano insieme con la sorella Rosetta e don Peppino Romano, il sacerdote di fiducia.

 

 

 

Basso Lazio e camorra, è qui che impazza la cosiddetta Quinta Mafia specializzata in traffici e specialmente quelli dei rifiuti fuorilegge.

 

Spiegano gli inquirenti: «Perché in Lazio? La Campania è a due passi, a meno di due ore di autostrada: basta un colpo di acceleratore, e ci si ritrova già dall’altra parte del fiume Garigliano, spartiacque che – invece di separare – rende complici nel malaffare».

 
INFILTRAZIONI MAFIOSE DA LATINA A FROSINONE. Per il boss pentito Carmine Schiavone, che dal 1993 sta raccontando gli orrori di camorra sui rifiuti tossici interrati, il Sud del Lazio è sempre stato una sorta di dependance di Casal di Principe, la patria del clan dei Casalesi che in quelle campagne – come si usava nei territori delle province annesse – si sentono in diritto di spadroneggiare e violare, seppellire e avvelenare, intimidire e uccidere.

 
Da Latina a Frosinone, passando per Sabaudia, Formia e Cassino, Fondi, Sabaudia, Ponza, Nettuno. E poi Castrocielo, Campoli, Sora, Gaeta, Arpino e tutta la Ciociaria, compresa la centrale nucleare di Borgo Sabotino di cui si sa poco o nulla.
È dagli anni ’90 che qui si soffre l’invasione e il predominio delle bande di camorra che sul traffico dei rifiuti hanno impostato i propri interessi primari.

 
Circa 3 mila tonnellate di immondizia illegale, 12 discariche abusive: sono solo alcuni dei più recenti sequestri effettuati nel Frusinate dalla guardia di finanza. I dati sono da brividi: Frosinone risulta la provincia più inquinata, fra quelle del centro d’Italia.
Di coloro che sono ritenuti i capi-cosca, in attività o pensionati, si conoscono spesso nomi e cognomi: Frank Coppola a Pomezia, Bardellino a Formia, gli Alvaro ad Aprilia, i Mallardo a Terracina.

 
Carmine Schiavone, nei suoi racconti, ha ricordato che lui pagava ogni mese «30 soldati di mafia dal Garigliano a Sabaudia e 30 da Sabaudia a Roma».

 

“Nella regione sono operative 46 cosche” ha detto Antonio Turri, ex poliziotto e leader dell’associazione Libera nel Lazio: «Sono almeno 40 anni che qui si investono i capitali delle mafie e si riciclano i capitali illeciti. Solo nella provincia di Frosinone operano 16 famiglie, in Lazio se ne contano 46: si va dalla camorra alla ‘ndrangheta fino alla mafia siciliana. È proprio per la sua estrema eterogeneità che questa criminalità viene chiamata Quinta Mafia». Aggiunge Turri:  «Gran parte del cemento utilizzato per la costruzione dei grandi centri commerciali è frutto dei 150 miliardi di euro che le cosche fatturano ogni anno. E poi, la droga (2.862 operazioni nel 2012) , la prostituzione, il racket, il riciclaggio, l’usura. Ma è sul traffico dei rifiuti tossici che l’accanimento è prioritario».

 

IL BOOM DEGLI SVERSAMENTI ILLEGALI. Malavita danarosa. E sbruffona. Si narra di una fiammante Jaguar che un boss di Cassino regalò in segno di devozione al capo dei Casalesi, Francesco Schiavone detto Sandokan, commettendo una piccola gaffe perché il Gran Capo non impazzisce per le belle auto ma ama soprattutto i cavalli.
Anagni, Filettino, Supino: negli ultimi mesi si stanno moltiplicando i ritrovamenti di sversamenti illegali di materiali ad alto rischio (lastre di amianto). Anche sulla discarica di via delle Lame, in zona industriale tra Frosinone e Ferentino, è in atto una battaglia ambientalista assai accesa.

 
IL BUSINESS DELLE DISCARICHE. Il procuratore della repubblica di Frosinone, Giuseppe de Falco, ha chiesto di interrogare il pentito Carmine Schiavone dopo le sue dichiarazioni e ha ordinato verifiche e monitoraggi nelle aree indicate dall’ex boss come sedi di rifiuti pericolosi interrati.
Anche la procura di Cassino ha aperto un’inchiesta: ha puntato i riflettori sulla discarica di Penitro, a Formia, prima chiusa e poi riaperta su decisione del sindaco sebbene fossero stati trovati interrati 200 fusti pieni di sostanze nocive. Qualche anno prima, a Pontinia, erano stati trovati 11.600 bidoni contaminati.
Ma è sulla enorme discarica di Borgo Montello, il paese ex palude di 3 mila abitanti in provincia di Latina dove fu uccisa Maria Goretti, che sono puntati gli occhi degli inquirenti che mirano più in alto: «Qui negli anni ’80 portavamo i fusti tossici», ha ribadito Carmine Schiavone.

 

Le analisi di Arpa Lazio, l‘agenzia pubblica di monitoraggio, ha confermato che nell’ex buco diventato il secondo invaso del Lazio è indiscutibile «la presenza di sostanze di origine industriale nella falda acquifera».

 

Osservano gli ambientalisti: «Quei veleni sono ancora lì. E poco importa se, nel frattempo, la discarica è tornata a ingoiare rifiuti». Su Borgo Montello (e sui traffici illeciti fra il fiume Astura e il Garigliano) sta indagando anche Giuseppe Miliano, un magistrato di Latina cui ignoti hanno spedito una lettera su cui c’era scritto: «Attento, una pallottola costa solo 50 centesimi».
LA LOTTA DI DON CESARE BOSCHIN.Molto peggio è andata a don Cesare Boschin, un sacerdote di 81 anni trovato incaprettato e ucciso la mattina del 30 marzo 1995 sul letto della canonica dove stava organizzando i fedeli contro i veleni che ogni notte i camion scaricavano nell’invaso di Borgo Montello e contro l’acquisto a suon di minacce, da parte del clan dei Casalesi, dei terreni circostanti la discarica.

 
Fu detto che il parroco era stato ucciso per motivi personali, ma non ci ha mai creduto nessuno. Del resto, il pentito Schiavone ha spiegato che «dagli anni ’80 quella discarica era roba nostra: pagavamo decine di soldati, davo loro tre milioni di lire al mese per sorvegliare la zona dal Garigliano fino a Roma».
Don Cesare parlava con i contadini, che gli sussurravano dei viaggi che i figli disoccupati effettuavano coi camion di notte verso l’Emilia Romagna e la Toscana: partivano vuoti, tornavano carichi di misteriosi bidoni maleodoranti.
E con 500 mila lire in tasca.

 

Di delitti senza colpevoli in zona se ne ricordano troppi. Mario Maio, avvocato, ucciso il 78 luglio 1990 ad Aprilia. L’avvocato Enzo Mosa, ucciso a Sabaudia il 2 febbraio 1998. In molti sono convinti che a farli morire sia stata la mafia dei rifiuti fuorilegge.
Qui, se non muori, te la passi assai male. Ad Antonio Turri, ex poliziotto e ora dirigente dell’associazione Libera, hanno fatto esplodere una bomba davanti all’abitazione. Carla B., 20 anni, aveva montato una tenda nel giardino di casa sua, che sta di fronte alle sette buche maleodoranti della discarica di Borgo Montello. Aveva issato anche striscioni di protesta contro i rifiuti illegali.
La Regione Lazio le ha offerto 1400 euro di indennizzo «per il disturbo». Che lei ha rifiutato. «Di notte», ha raccontato, «sentivo il rumore dei bidoni tossici che rotolavano nelle scarpate».

 

RISANARE AVRÀ UN COSTO ALTISSIMO. Se si dà credito al pentito Schiavone, terreni, cave e discariche piene di veleni e fanghi nucleari ribollono ancora a centinaia sul territorio fra Latina e Frosinone senza che nessuno le abbia mai individuate. «Viviamo fra rifiuti ospedalieri e chimici, radioattivi e industriali», ha detto Arturo Gnesi, il sindaco di Pastena, «i bidoni avvelenati sono nascosti fino a 15 metri sotto terra: un’ipotesi di seria bonifica mi sembra molto costosa. E complicata».

 
Scettica sulle possibilità di risanare l’ambiente appare anche Rosaria Capacchione, senatrice del partito democratico e giornalista sotto scorta: «La camorra, spesso con la connivenza degli abitanti, ha tombato i veleni non solo nelle discariche abusive, ma anche sotto gli edifici privati, le superstrade, le grandi opere pubbliche: bisognerebbe abbattere quasi tutto, ma come si fa?».