Cambio Climatico – Il Fallimento Del Sistema Alimentare Internazionale

Cambio climatico – Il fallimento del sistema alimentare internazionale

La crisi climatica comporta necessariamente dei cambiamenti. Adesso! L’organizzazione della società attorno alla mera logica del guadagno si è dimostrata essere un sistema corrotto e c’è dunque un urgente bisogno di costruire sistemi alternativi di produzione e consumo, che seguano al contrario le necessità dei popoli e della vita sul pianeta. La trasformazione di questo sistema alimentare non avverrà fintanto che il potere di questo continui ad essere in mano alle multinazionali. Le forze del cambiamento sono nelle nostre mani, nelle nostre comunità, che si coordinano per recuperare il controllo sui nostri sistemi alimentari e sui nostri territori.


L’attuale sistema alimentare mondiale, con tutti i suoi progressi tecnologici e le sue “buone azioni”, non è in grado di compiere in modo soddisfacente la sua funzione principale: alimentare le persone.

Quest’anno più di mille milioni di persone soffriranno la fame, mentre altri 500 milioni soffriranno problemi di obesità. Tre quarti di coloro che non avranno sufficiente cibo saranno contadini e lavoratori rurali (gli stessi che producono gli alimenti), mentre una  manciata di industrie agroindustriali che controllano la catena alimentare (le stesse che decidono dove esportare l’alimento) accumuleranno milioni e milioni di dollari in guadagni. Eppure, nonostante tale fallimento, non si discute tra gli agenti politici un modo per allontanarci da questo stato di cose. Enormi e crescenti movimenti sociali possono reclamare un cambiamento, però i governi e le agenzie internazionali del mondo continuano spingendo nella stessa direzione: più agro-affari, più agricoltura industriale, più globalizzazione. A causa di tutto ciò il pianeta si muove verso un periodo di accelerato cambio climatico, spinto, in larga misura, da questo stesso modello di agricoltura, e il fatto di non intraprendere azioni significative peggiorerà con rapidità la già insostenibile situazione. Nonostante ciò, nel movimento globale dietro alla sovranità alimentare c’è una promettente via d’uscita.

Gli studiosi hanno attualmente previsto che, se le cose seguono in tale direzione, le temperature sempre più alte, le condizioni climatiche estreme e i gravi problemi di acqua e suoli ad esse collegati, ingrosseranno di milioni le file degli affamati. Dato che la crescita della popolazione aumenta la domanda di alimenti, il cambiamento climatico prosciugherà le nostre capacità produttive. Alcuni dei paesi che già stanno lottando con gravi problemi legati alla fame potrebbero vedere la loro produzione di alimenti ridursi della metà prima che termini questo secolo. Malgrado ciò, dove si riuniscono le élites per discutere del cambio climatico si parla ben poco di tali effetti sulla produzione e sui rifornimenti di alimenti, e ancor meno si ipotizzano soluzioni concrete per far fronte ad essi.

C’è un’ulteriore complicazione nell’interazione tra cambiamento climatico e sistema alimentare mondiale che rafforza la necessità di un’azione urgente. Non si tratta solamente di una disfunzione, la quale non permette di affrontare il cambio climatico: è anche uno dei suoi principali motori. Il modello di agricoltura industriale che rifornisce il sistema alimentare mondiale funziona essenzialmente mediante la conversione di petrolio in cibo, producendo in tale processo enormi quantità di gas aventi effetto serra. L’uso di immense quantità di fertilizzanti chimici, l’espansione dell’industria della carne e la distruzione delle savane e dei boschi del mondo per produrre merci agricole sono nell’insieme responsabili per lo meno del 30% delle emissioni di gas che causano il cambiamento climatico.(1)

Ciò, tuttavia, rappresenta solo una parte dell’influenza che l’attuale sistema alimentare esercita sulla crisi climatica. Convertire gli alimenti in merce mondiale e industriale si trasforma in una grande perdita di energia fossile utilizzata per il loro trasporto nel mondo, per lavorarli, immagazzinarli, congelarli e portarli fin dove verranno poi consumati. Tutti questi processi contribuiscono al conto climatico. Sommate tutte assieme, ci dimostrano che non è un’esagerazione affermare che l’attuale sistema alimentare è responsabile di circa la metà delle emissioni di gas con effetto serra.

Le ragioni per un cambio totale del sistema alimentare mondiale e l’urgenza di tale cambio mai sono state così chiare. Gente di ogni parte del mondo si mostra interessata a tale cambiamento — siano essi consumatori che cercano alimenti locali o contadini che bloccano le strade in difesa delle loro terre. L’unico ostacolo a tutto ciò è la struttura del potere — ed è proprio questo, più di ogni altro, ciò che ha bisogno di essere trasformato.

Cinque passi urgenti

1. Un cambio di direzione verso metodi sostenibili e integrati di produzione. Le separazioni artificiali e le semplificazioni che l’agricoltura industriale ha portato con sé devono essere annullate, e devono assemblarsi di nuovo gli elementi che costituiscono i sistemi agricoli sostenibili. Le coltivazioni e gli animali devono reintegrarsi di nuovo nella proprietà. La biodiversità agricola deve essere alla base della produzione alimentare, ancora una volta, e il sistema di cura e alternanza dei semi deve riattivarsi. I fertilizzanti e i pesticidi chimici devono essere sostituiti da metodi naturali di controllo dei terreni e delle loro epidemie. Ristrutturato così il sistema alimentare permetterà di creare le condizioni affinché le emissioni si avvicinino allo zero.

2. Rinvigorire il suolo e raccogliere l’acqua. C’è bisogno di maggior serietà. Necessitiamo uno sforzo globale massiccio per tornare a restituire materia organica ai suoli, e in tal modo rendere nuovamente fertilità. Decenni di maltrattamento dei suoli con prodotti chimici in alcune zone, e l’erosione di suoli in altre, hanno condotto al loro esaurimento. I suoli sani, ricchi in materia organica, possono trattenere enormi quantità di acqua, che sarà necessaria alla loro flessibilità e alla capacità di resistenza del sistema agricolo, resistendo così alla crisi climatica e dell’acqua che già incombono sopra di noi. Aumentare la materia organica nei suoli di tutto il mondo aiuterà a catturare quantità sostanziali dell’attuale eccesso di CO2 presente nell’atmosfera.

3. Disindustrializzare l’agricoltura, risparmiare energia e mantenere la gente nella sua terra. L’agricoltura familiare in piccola scala deve tornare ad essere il fondamento della produzione alimentare. L’aver permesso un’enorme crescita di industrie di agricoltura mega-industriale che producono merci per il mercato internazionale invece di cibo per la gente, ha provocato lo svuotamento di zone rurali, il sovrappopolamento delle città e la distruzione di  molti metodi di sostentamento e di coltura nel processo. Disindustrializzare l’agricoltura aiuterà anche a cessare il tremendo spreco di energia che ora produce il sistema di agricoltura industriale.

4. Coltivare nelle vicinanze e ridurre il commercio internazionale. Uno dei principi della sovranità alimentare è dar priorità ai mercati locali rispetto al commercio internazionale. Quest’ultimo in consorzio con industrie di trattamento e catene di supermercati sono i principali responsabili della crisi climatica. Tutto ciò può essere arrestato orientando la catena alimentare alla produzione di alimenti per i mercati locali. Raggiungere questo obiettivo è probabilmente la lotta più dura, anche perché il potere corporativo è assai concentrato, mantenendo il sistema di commercio in continua crescita ed espansione. E molti governi sono felici di questo. Qualcosa che sì, deve essere cambiato se siamo seriamente convinti di rispondere alla crisi climatica.

5. Ridurre l’economia della carne ed escogitare una dieta più sana. Probabilmente la trasformazione più profonda che comporta il sistema alimentare industriale, è l’industrializzazione del sistema di allevamento. Ciò che rappresentava la parte integrale e sostenibile dei modi di vita rurali, è ora un sistema di fabbriche mega-industriali di carne disseminate per tutto il mondo, controllate da pochi. L’economia della carne a livello internazionale, cresciuta di ben cinque volte negli ultimi decenni, contribuisce alla crisi climatica in misura assai rilevante. Ha contribuito all’estendersi dell’obesità nei paesi ricchi, ed ha distrutto —mediante sussidi e commercio sleale— la produzione locale di carne nei paesi poveri. Ciò deve arrestarsi, e le tendenze al consumo di carne, specialmente nei paesi ricchi, devono diminuire. Il mondo ha bisogno di ritornare ad un sistema decentralizzato di produzione e distribuzione di carne, organizzato in accordo alle necessità della gente. Devono essere restaurati e recuperati i mercati che forniscono carne ai  mercati locali dai quali emergono piccole proprietà a prezzi giusti. Deve essere frenato il commercio internazionale sleale.

Un pronostico di carestie

Nel 2007, il Panel Internazionale sul Cambio Climatico (PICC) ha pubblicato il suo tanto atteso rapporto sullo stato del clima sulla Terra. Il documento, sebbene abbia mostrato in termini inequivocabili che il riscaldamento globale è una realtà ed abbia segnalato che è “assai probabile” che gli esseri umani siano responsabili di questo, con cautela ha pronosticato che il pianeta potrebbe surriscaldarsi di 0.2ºC per decade se non si fa nulla per modificare il livello delle nostre emissioni di gas serra. Il rapporto ha avvertito che verso la fine del secolo un cambiamento di temperatura tra i 2 e i 4ºC potrebbe produrre incrementi drammatici dei livelli del mare e una serie di catastrofi per tutto il pianeta.

Ora, appena qualche anno dopo, risulta che il PICC sia stato troppo ottimista. Il consenso scientifico attuale è d’accordo su un aumento di 2ºC nei prossimi decenni e che, se lo scenario segue nella direzione degli affari come sempre, se non ci saranno cambi, il pianeta potrebbe surriscaldarsi sino a 8ºC verso il 2100, trascinando le cose fino ad un punto di non ritorno e peggiorando quello che già viene descritto come un cambiamento climatico pericoloso e irreversibile(2). Già da ora, l’impatto nelle sue forme più “dolci” ci sta colpendo fortemente. Secondo il Foro Umanitario Globale con sede a Ginevra, il cambio climatico danneggia seriamente 325 milioni di persone all’anno —315 mila tra queste muoiono di fame, malattie e disastri naturali indotti appunto da questo cambiamento (3). La previsione è che la quota annuale di morti dovute al cambio climatico arrivi a mezzo  milione entro il 2030, essendo colpito seriamente il 10% della popolazione mondiale.

Gli alimenti sono e saranno al centro di tale crisi climatica in atto. Tutti sono d’accordo sul fatto che la produzione agricola deve continuare a crescere significativamente nei prossimi decenni per stare al passo con la crescita demografica. E’ però probabile che il cambiamento climatico ponga in difficoltà detta produzione. Nel resoconto più esaustivo (ad oggi) degli studiosi che delineano gli impatti del surriscaldamento globale sull’agricoltura, William Cline calcola che, se le tendenze restano immutate, entro il 2080, il cambio climatico ridurrà il potenziale di produzione dell’agricoltura mondiale di più del 3% rispetto all’attuale. I paesi in via di sviluppo saranno i più colpiti, con una caduta del 9.1% del loro potenziale di produzione agricola. L’Africa sarà costretta ad affrontare un abbassamento del 16.6%. Sono numeri spaventosi, però, come ammette Cline, gli impatti reali potrebbero essere peggiori (4).

Il punto debole delle proiezioni del PICC e di altri, quando si parla di agricoltura, è che tali pronostici accettano la teoria della “fertilizzazione per mezzo di carbonio”, secondo cui gli alti livelli di CO2 presenti nell’atmosfera intensificherebbero la fotosintesi in  molte coltivazioni  chiave, facendo andare alle stelle i rendimenti. Studi recenti mostrano che tale potenziale è in gran parte un miraggio. Non solo è vero che qualsiasi accelerazione iniziale del rendimento diminuisce poco a poco nel tempo, ma anche che l’aumento di CO2 riduce l’azoto e le proteine presenti nelle foglie più del 12%. Ciò significa che, con il cambio climatico, ci saranno meno proteine per gli esseri umani nei principali cereali, come grano e riso. Ci sarà anche meno azoto per gli insetti, che saranno dunque costretti  mangiare una superficie maggiore di foglie, provocando riduzioni significative dei rendimenti. (5)

Quando Cline fece i suoi calcoli senza considerare tale probabile fertilizzazione da carbonio i risultati furono ancora più allarmanti. I rendimenti mondiali scenderebbero del 16% entro il 2080, e le cadute regionali sarebbero di un 24.3% in America Latina, 19.3% in Asia e 27.5% in Africa. I rendimenti si ridurrebbero di un 38% in India, e più del 50% in Senegal e Sudan. (6)

Ma anche tale agghiacciante predizione potrebbe non essere del tutto esatta. Lo studio di Cline, al pari del rapporto del PICC e di altri studi sul cambio climatico e agricoltura, non tengono conto della crisi dell’acqua ad essi associata. Oggi, 2,400 milioni di persone vivono in ambienti con una grande scarsità di acqua e i pronostici recenti prevedono un aumento a 4 mila milioni verso la seconda metà del secolo. Le fonti d’acqua per l’agricoltura si sono prosciugate o si stanno drasticamente riducendo in molte parti del mondo. Il riscaldamento globale complicherà il problema poiché le temperature più elevate genereranno condizioni ambientali più secche, dunque una maggiore necessità di acqua per l’agricoltura. Sarà sempre più difficile mantenere gli attuali livelli di produzione, soprattutto in seguito all’aumento di domanda dovuto a sua volta dalla crescente popolazione. (7)

Cline non ha neanche riflettuto sugli impatti delle condizioni climatiche estreme che verrebbero a crearsi. Ci si aspetta un aumento in frequenza ed intensità delle siccità, delle inondazioni e di altri disastri naturali, che colpiranno duramente le coltivazioni. La Banca Mondiale ha previsto che l’aumento delle tormente renderà circa 29 mila chilometri quadrati addizionali di terra agricola situata in zone costiere vulnerabili alle inondazioni. (8) Allo stesso tempo, ci si aspetta un aumento drammatico degli incendi forestali, che già colpiscono circa 350 milioni di ettari ogni anno (9), e ciò solleverà il problema della contaminazione con le particelle di carbonio, che aggraveranno l’effetto serra. Uno studio avverte che gli incendi aumenteranno del 50% nell’ovest degli Stati Uniti entro il 2055, tutto ciò risultato dell’aumento della temperatura.(10)

E poi c’è da considerare il mercato. Il rifornimento globale di alimenti è sempre più controllato da un ristretto numero di multinazionali che hanno quasi il monopolio di tutta la catena alimentare, dai semi ai supermercati. La quantità di capitale speculativo nel commercio agricolo sta anche aumentando. In tale contesto, qualsiasi perturbazione nelle riserve alimentari, o inclusa anche la semplice percezione che ci siano problemi, può provocare aumenti tumultuosi dei prezzi e un accaparramento immenso di guadagni da parte degli speculatori, e ciò rende inaccessibili gli alimenti ai settori urbani più poveri e provoca ogni tipo di alterazioni nella produzione agricola del campo. (11) Di fatto, il mero sospetto di una scarsità alimentare mondiale già ha attirato speculatori finanziari all’agricoltura, coloro che stanno accaparrandosi terre su grande scala, a un livello che non si vedeva dai tempi del colonialismo. (12)

Ci stiamo addentrando in un’era di grandi perturbazioni nella produzione di alimenti. Mai c’è stato un bisogno tanto urgente di assicurare tanto rifornimento quante sono le necessità. E, di sicuro, mai il sistema alimentare mondiale è stato così fortemente controllato da un piccolo gruppo di persone, le cui decisioni si basano esclusivamente sui possibili guadagni dei loro azionisti.

Lo scontro di due mondi nell’Amazzonia peruviana

Il governo peruviano ha eletto una data simbolica, il Giorno Mondiale dell’Ambiente, per lanciare un crudele attacco ai popoli dell’Amazzonia. Quali sono le regioni di questa repressione? L’opposizione categorica delle comunità amazzoniche all’invasione dei loro territori da parte di attività imprenditoriali socialmente e naturalmente distruttive, come l’industria mineraria, l’estrazione del petrolio e piantagioni destinate alla monocoltura di alberi e agro-combustibili.

Il 9 aprile, le comunità locali dell’Amazzonia peruviana hanno iniziato ciò che esse chiamano “lo sciopero indefinito”, per protestare contro l’esito negativo del Congresso alla revisione di decreti legge che danneggiano i diritti dei popoli indigeni. Questi decreti sono stati pubblicati dal Governo nell’ambito dell’implementazione del Trattato del Libero Commercio firmato con gli Stati Uniti.

Scatenando questo  massacro il Giorno Mondiale dell’Ambiente, il governo di  Alan García ha mostrato chiaramente al mondo quanta poca importanza propina alla protezione dell’ambiente e quanto invece valorizza le grandi corporazioni che sperano di sfruttare- e allo stesso tempo distruggere- le risorse naturali del paese. E c’è di peggio, il governo ha dichiarato pubblicamente il suo disprezzo per le vite dei popoli indigeni che stanno lottando per difendere il poco che è rimasto loro a seguito dell’avanzare del “modello” di sviluppo, dimostratosi essere distruttivo a livello sociale ed ambientale.

Risultato di tale sanguinaria repressione e dell’attenzione pubblica che ha scatenato, l’Amazzonia peruviana è divenuta simbolo dello scontro tra due concezioni differenti riguardo il presente e il futuro dell’umanità, che oggi si dispiega a livello mondiale.

Da un lato del conflitto c’è il mondo degli interessi economici, il quale si traduce in distruzione sociale ed ambientale, imposizione con la forza, violazione di diritti. Ovviamente, tale mondo non è rappresentato dal presidente peruviano, il quale ne è solo un aiutante temporaneo, un burattino nelle mani delle corporazioni- realtà che è stata evidenziata dalla fortuna del precedente presidente Fujimori. Senza dubbio, il ruolo svolto da questi aiutanti è di fondamentale importanza, poiché sono essi stessi che forniscono i visti della “legalità” necessari ad azioni che violano chiaramente i diritti umani.

Dall’altra parte c’è il  mondo di chi aspira ad un futuro di solidarietà e rispetto della natura. In questo caso, la rappresentanza spetta ai popoli indigeni dell’Amazzonia, e così anche altre lotte simili in altre zone del mondo, contro governi anch’essi corrotti dagli interessi delle grandi imprese. Per menzionare solo alcuni esempi, possiamo accennare alla lotta dei paesi del sud est asiatico contro la distruzione del fiume Mekong —che provvede al sostentamento di milioni di persone— da parte di giganti imprese idroelettriche; la lotta dei popoli africani contro la perforazione e la ricerca del petrolio; la lotta dei popoli indù per proteggere il loro boschi dall’industria mineraria, e tante lotte ancora.

In tale confronto, l’ipocrisia di chi si ostina a difendere il modello distruttivo, è apparentemente illimitata. Nel caso del Perù, il Presidente Alan García, lo stesso che vuole adesso aprire l’Amazzonia alle attività estrattive, dichiarò appena un anno fa di voler “evitare che il benessere originale donatoci da Dio sia distrutto per mano dell’uomo, per l’incompetenza di coloro che lavorano la terra o la sfruttano economicamente, ed è per questo che abbiamo creato il Ministero dell’Ambiente.”

Questo tipo di ipocrisia governativa è sfacciatamente evidente in tutto il mondo, specialmente rispetto al cambio climatico. Durante un lungo processo internazionale, iniziato nel 1992, i governi del mondo si erano accordati sul fatto che il cambio climatico fosse la peggiore minaccia per l’umanità, e che le due maggiori cause di esso fossero le emissioni di gas serra dovute all’uso di combustibili fossili e alla deforestazione. Infine, annunciarono che si sarebbe dovuto fare qualcosa al riguardo. E dopo aver firmato gli accordi ed essere tornati nei rispettivi paesi, hanno fatto tutto il possibile per promuovere lo sfruttamento petrolifero e/o la deforestazione.

Senza la necessità di creare ministeri dell’ambiente o partecipare a riunioni internazionali per combattere il cambio climático, ci sono popoli in tutto il mondo che realizzano azioni per difendere l’ambiente e il clima rispetto alle imminenti minacce che si trovano di fronte. In quasi tutti i casi, le loro azioni sono state criminalizzate o represse, tanto al sud come nel nord, da quelli che avrebbero dovuto incoraggiarli ed appoggiarli: i loro governi.

Nell’emblematico caso del Perù, i popoli dell’Amazzonia- con l’appoggio di migliaia di cittadini in tutto il mondo- hanno vinto un’importante battaglia in questa lotta tra due mondi. Ovviamente, nessuno crede che sia la fine del conflitto. Però almeno è una vittoria che da speranza a molte altre persone che lottano per obiettivi simili e a tutto il mondo in generale, poiché il risultato finale di questo confronto tra i due mondi determinerà il destino dell’umanità intera.

Boletín WRM, Nº 143 – Giugno 2009

Cucinare il pianeta

Ai sostenitori della Rivoluzione Verde piace parlare di come la ricetta basata su varietà vegetali uniformi e fertilizzanti chimici abbia salvato il mondo dalle carestie. I difensori delle cosiddette Rivoluzione del Bestiame e Rivoluzione Azzurra (acqua-cultura) ci vendono una storia simile su razze animali omogenee e alimenti industriali. Questo discorso dovrebbe essere oggi meno convincente dato che un quarto della popolazione mondiale sta morendo di fame e i rendimenti delle coltivazioni sono ristagnanti dagli anni ’80. In realtà, ciò che abbiamo davanti sembra più una storia dell’orrore quando andiamo a considerare le conseguenze ambientali, specialmente quando il mondo prende coscienza di quanto tali rivoluzioni abbiano a che fare con il cambiamento climatico.

Il consenso scientifico attuale è d’accordo sul fatto che l’agricoltura è responsabile del 30% di tutte le emissioni di gas serra provocate dagli esseri umani. Però non è giusto fare di tutta l’erba un fascio. Nella maggior parte dei paesi eminentemente agricoli, l’agricoltura in sé contribuisce poco al cambio climatico. I paesi con la più alta percentuale di popolazione rurale e le cui economia dipendono principalmente da tale attività, tendono a mantenere livelli bassi di emissioni. (13) Per esempio, l’agricoltura canadese apporta solo un 6% delle emissioni di gas serra totali del paese, ciò significa circa 1.6 tonnellate di gas per ogni canadese, mentre in India, dove l’agricoltura è una componente molto più importante dell’economia nazionale, le emissioni pro capite di tutte le fonti sono solo 1.4 tonnellate, e solo 0.4 tonnellate provengono dall’agricoltura. (14) Ci sono differenze, dunque, nel tipo di agricoltura praticata, e non si può accusare l’agricoltura in generale.

C’è di più. Quando analizziamo la contribuzione totale dell’agricoltura al cambio climatico, vediamo che solo una piccola porzione di attività agricole sono responsabili. La deforestazione causata dal cambio nell’utilizzo della terra è responsabile per circa la metà del totale, mentre le emissioni degli stabilimenti agricoli vengono incriminati per la produzione animale e per i fertilizzanti. Tutte queste fonti di gas serra sono intimamente legate alla nascita dell’agricoltura industriale e all’espansione del sistema alimentare in mano alle multinazionali. Così anche la forte dipendenza dal petrolio e la grande striscia di carbonio provocata dal trasporto di alimenti in tutto il mondo e in tutti i tipi di contenitori di plastica.

Poiché la maggior parte di energia utilizzata dal sistema alimentare industriale proviene dal consumo di combustibili fossili, l’ammontare di energia utilizzata si traduce direttamente in emissione di gas serra. Anche solo osservando il sistema alimentare statunitense, si calcola che rappresenta un formidabile 20% di tutto il consumo di energia fossile del paese. Questa cifra include tutta l’energia usata negli stabilimenti che producono cibo, e nei processi post industriali di trasporto, imballaggio, lavorazione e immagazzinamento. L’Agenzia di Protezione Ambientale statunitense ha informato che nel 2005 gli agricoltori del paese hanno emesso tanto diossido di carbonio quanto 141 milioni di carri questo stesso anno. Tale sistema alimentare totalmente inefficiente utilizza 10 calorie fossili non rinnovabili per produrre una sola caloria alimentare. (15)

La differenza nell’uso di energia tra l’agricoltura industriale e i sistemi agricoli tradizionali non poteva essere più estrema. Si parla molto dell’efficiente e molto più produttivo livello dell’agricoltura industriale se comparata con il sistema tradizionale nel Sud, però se si prende in considerazione l’efficienza energetica, nulla è così distorto rispetto alla realtà. La FAO calcola che, in media, gli agricoltori dei paesi industrializzati spendono cinque volte più energia commerciale per produrre un chilo di cereali che i contadini in Africa. Se analizziamo coltivazioni specifiche, le differenze sono ancora più spettacolari: per produrre un chilo di mais, un agricoltore degli Stati Uniti utilizza 33 volte più energia commerciale che il contadino tradizionale del vicino Messico. E per produrre un chilo di riso, un agricoltore statunitense usa 80 volte l’energia utilizzata da un contadino tradizionale delle Filippine. (16) Questa “energia commerciale” della quale parla la FAO è, ovviamente, il gas e il combustibile fossile richiesti per produrre fertilizzanti e agro chimici e quelli che si utilizzano nel grande macchina agricola, tutto ciò contribuisce sostanzialmente all’emissione di gas serra. (17)

L’agricoltura in sé però è responsabile solo di un quarto dell’energia usata per portare il cibo alle tavole. Il consumo di energia e l’inquinamento fanno parte del sistema alimentare mondiale nel suo senso più ampio: la lavorazione, l’imballaggio, la refrigerazione, la cucina e il trasporto di cibo in tutto il pianeta. Ci sono coltivazioni o biade che si producono in Tailandia, si lavorano a Rotterdam, alimentano il bestiame in qualche altra zona, e terminano nei panini di McDonalds in Kentucky.

Trasportare alimenti consuma enormi quantità di energia. Se guardiamo ancora una volta gli Stati Uniti, si calcola che il 20% di tutto il trasporto di merci all’interno del paese si utilizza per muovere cibo, e ciò comporta 120 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. L’importazione e l’esportazione di alimenti dagli Stati Uniti realizza altri 120 milioni di tonnellate di CO2. A questo va aggiunto il trasporto di provviste e prodotti chimici (fertilizzanti, pesticidi, ecc) alle fattorie industriali, il trasporto di plastica e carta per le industrie di imballaggio, e la strada percorsa ogni giorno dal consumatore per giungere nei supermercati, ogni giorno più distanti. Questo ci da una tremenda panoramica della quantità di gas con effetto serra prodotti dal sistema alimentare mondiale, anche solo per le sue basilari necessità di trasporto. Altri grandi produttori di gas sono le industri di lavorazione del cibo, della refrigerazione e dell’imballaggio, che sono responsabili del 23% dell’energia consumata nel sistema alimentare statunitense. (18) Tutto questo ammonta ad una quantità incredibile di energia dispersa.

E parlando di spreco: il sistema alimentare industriale scarta la metà di tutto il cibo prodotto, nei suoi viaggi agli stabilimenti dei commercianti, ai luoghi di lavorazione, ai negozi e supermercati —la quantità sufficiente a sfamare gli affamati del mondo sei volte tanto. (19) Nessuno ha iniziato a calcolare quanti gas con effetto serra vengono prodotti nella putrefazione di tutto il cibo gettato nella spazzatura.

Molto di questo spreco e di questa distruzione globale potrebbe essere evitato se il sistema alimentare si decentralizzasse, se l’agricoltura si disindustrializzasse.

Senza dubbio, c’è una risposta alla crisi alimentare attuale e all’accelerato collasso, ma spesso si tratta di rimedi tecnologici inutili.

Il sistema alimentare controllato dalle multinazionali si trova dunque in un vicolo cieco. Ciò che propongono è più agricoltura industriale e più catene alimentari mondiali come soluzione alla crisi alimentare. Però tali attività solo accelerano il cambio climatico, e con esso intensificano severamente la crisi alimentare. E’ un circolo vizioso che provoca picchi estremi di povertà e guadagni, e l’abisso tra i due si fa sempre più profondo. Già da parecchio tempo ormai c’è urgenza di trasformare tale sistema.

Tempo di cambiamenti nel mare

La pesca è stata spesso una delle forme più efficienti per ottenere alimenti senza produrre gas serra. La pesca industriale ha invertito l’equazione. Secondo Mari a Rischio e la Fondazione Mare del Nord, il sovraccarico provocato dalla pesca commerciale non solo ha reso le riserve ittiche più vulnerabili agli impatti del clima, ma ha anche permesso che i grandi pescherecci commerciali siano una delle più importanti fonti di emissioni di gas serra a livello  mondiale:

* Per ogni tonnellata di prodotto, misurato vivo, si emettono 1.7 tonnellate di co2.
* I pescherecci mondiali hanno bruciato quasi  50 mila milioni di litri di combustibile nell’anno 2000, per una produzione di 80 * Milioni di tonnellate di pesci e invertebrati marini;
* I pescherecci mondiali sono responsabili di almeno un 1.2% del consumo dei petrolio a livello mondiale, una quantità uguale a quella consumata dall’Olanda, che occupa il diciottesimo posto tra i paesi consumatori.
* Il contenuto energetico di combustibile bruciato dai pescherecci è 12.5 volte maggiore del contenuto energetico della proteina commestibile presente nella preda catturata.

Qual è la via d’uscita

Detto in altre parole, la crisi climatica implica un cambio, già da adesso! L’organizzazione della società attorno alla logica del guadagno ha dimostrato di essere un sistema corrotto, che ha bisogno di alternative di produzione e consumo, che seguano le necessità reali della popolazione e della vita sul pianeta. La trasformazione di questo sistema alimentare non avverrà fintanto che il potere di questo rimanga nelle mani delle grandi corporazioni. Tanto meno possiamo avere fiducia nei nostri governi, che permettono il sempre maggiore dislivello tra ciò che gli scienziati dicono di fare per evitare il disastro e come i politici realmente agiscono. Le forze del cambiamento sono nelle nostre mani, nelle nostre comunità, che si organizzano per recuperare il controllo sui nostri sistemi alimentari e sui nostri territori.

Nella lotta per raggiungere un sistema alimentare differente, gli ostacoli principali sono politici e non tecnici. Bisogna restituire i semi a mani contadine, eliminare i pesticidi e il fertilizzanti chimici, integrare il bestiame in forme di produzione mista, e organizzare i nostri sistemi alimentari in modo che ci siano alimenti a sufficienza, sani e nutritivi. Le capacità per produrre tali trasformazioni sono già state dimostrate in numerosi progetti ed esperimenti a livello scientifico. Inclusa La Valutazione Internazionale del Papel della Conoscenza, della Scienza e Tecnologia nello Sviluppo Agricolo — elaborata sotto la direzione della Banca Mondiale— non può che riconoscerlo. A livello di proprietà i passi da compiere sono già abbastanza chiari (si veda il riquadro “Cinque passi chiave verso un sistema alimentare che possa affrontare il cambio climatico”).

Le sfide politiche sono più difficili. Però già molto sta succedendo a livello locale. Sottoposte anche a repressioni violente, le comunità locali stanno resistendo ai mega-progetti, all’industria mineraria, alle piantagioni e all’abbattimento dei boschi. (vedere il riquadro “Lo scontro dei due mondi nell’Amazzonia peruviana”). Seppur raramente vengono riconosciute come tali, le loro resistenze sono il cuore dell’azione in favore del clima, al pari del  movimento per la sovranità alimentare, che va unendosi contro le imposizioni di politiche neoliberiste sviluppando visioni collettive del futuro. E’ in questi spazi e attraverso questa resistenza organizzata che emergeranno le alternative al distruttivo sistema alimentare attuale e potremo scoprire la forza e le strategie comuni che ci tirino fuori dal ciclo suicida nel quale l’agricoltura industriale e il sistema alimentare industriale ci stanno facendo sprofondare. www.ecoportal.net

Riferimenti

1. Rapporto globale 2008 dell’International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (iaastd), http://www.agassessment.org/index.cfm?Page=About_IAASTD&ItemID=2

2. Chris Lang, “Words and not deeds at climate change talks”, WRM Bulletin, numero 143, giugno 2009

3. Global Humanitarian forum, Human Impact Report, maggio 2009:  http://www.ghf-geneva.org/OurWork/RaisingAwareness/HumanImpactReport/tabid/180/Default.aspx

4. William R. Cline, Global Warming and Agriculture: Impact Estimates by Country, Center for Global Development and the Peterson Institute for International Economics, 2007, http://www.cgdev.org/content/publications/detail/14090

5. John T. Trumble and Casey D. Butler, “Climate change will exacerbate California’s insect pest problems”, California Agriculture, v. 63, num.2: http://californiaagriculture.ucop.edu/0902AMJ/toc.html

6. Op cit, vedere nota 4.

7. Secondo il rapporto globale 2008 dell’International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (iaastd), la sicurezza del rifornimento di acqua per l’irrigazione diminuirà in tutte le regioni, con un cambio mondiale dal 70% al 58% tra il 2000 e il 2050. http://www.agassessment.org/index.cfm?Page=About_IAASTD&ItemID=2

8. Susmita Dasgupta, Benoit Laplante, Siobhan Murray, David Wheeler, “Sea-Level Rise and Storm Surges: A Comparative Analysis of Impacts in Developing Countries”, The World Bank, Development Research Group, Environment and Energy Team, aprile 2009.

9. http://www.fao.org/news/story/en/item/29060/icode/

10. http://www.agu.org/sci_soc/prrl/2009-22.html

11. Vedere la pagina web di GRAIN sulla crisi alimentare: http://www.grain.org/foodcrisis/

12. Vedere la pagina web di GRAIN sull’accaparramento di terre: http://www.grain.org/landgrab/

13. Wikipedia, List of Countries by Carbon Dioxide Emissions per Capita, 1990-2005:
http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_countries_by_carbon_dioxide_emissions_per_capita

14. Greenpeace Canada, “L’agriculture… pire que les sables bitumineux! Rapport de Statistique Canada”, 10 giugno 2009: http://www.greenpeace.org/canada/fr/actualites/l-agriculture-pire-que-les

15. I dati di questo paragrafo provengono da: Food & Water Watch, “Fossil Fuels and Greenhouse Gas Emission from Industrial Agriculture”, Washington, novembre 2007.  http://www.foodandwaterwatch.org/food/factoryfarms/dairy-and-meat-factories/climate-change/greenhouse-gas-industrial-agriculture

16. FAO, “The Energy and Agriculture Nexus”, Roma, 2000, tablas 2.2 y 2.3. http://tinyurl.com/2ubntj

17. Vedere GRAIN, “Paremos la fiebre de agrocombustibles”, Biodiversidad, sustento y culturas”, ottobre 2007, http://www.grain.org/biodiversidad/?id=367

18. Food & Water Watch, “Fossil Fuels and Greenhouse Gas Emission from Industrial Agriculture”, Washington , novembre 2007.

19. Tristram Stuart, Waste: Uncovering the Global Food Scandal, Penguin, 2009,
http://www.penguin.co.uk/nf/Book/BookDisplay/0,,9780141036342,00.html

 


I contadini stanno raffreddando la Terra

(Via Campesina, comunicato sul cambio climatico, estratti)(1)

Gli attuali modelli di produzione, consumo e commercio mondiali, hanno causato la distruzione massiccia dell’ambiente, compreso il surriscaldamento globale che sta mettendo a rischio i nostri ecosistemi e ci sta avvicinando al disastro. Ciò è sintomo del fallimento del modello di sviluppo basato sull’alto consumo di energia fossile, sulla sovrapproduzione e sul libero scambio.

Via Contadina crede che le soluzioni all’attuale crisi debbano nascere dagli attori sociali organizzati, i quali stanno ideando modelli alternativi, basati sui principi di giustizia, solidarietà e benessere comune Nessuna soluzione tecnologica risolverà l’attuale disastro ambientale e sociale. La piccola agricoltura sostenibile è a carattere intensivo e richiede poca energia; ciò può contribuire a raffreddare la Terra.

In tutto in mondo pratichiamo e difendiamo la piccola agricoltura familiare sostenibile e chiediamo sovranità alimentare. Quest’ultima è il diritto dei popoli ad alimenti salutari e culturalmente appropriati, prodotti con metodi ecologicamente sostenibili e sicuri. Colloca al centro dei sistemi di politiche alimentari le aspirazioni e le necessità di coloro che producono, distribuiscono e consumano alimenti, e non gli interessi dei mercati e delle corporazioni. La sovranità alimentare da priorità alle economie e mercati locali e nazionali e rafforza l’agricoltura contadina e familiare, la pesca artigianale, la pastorizia e la produzione, distribuzione, consumo di alimenti basati sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale.

Domandiamo urgentemente alle autorità locali, nazionali e internazionali:

Lo smantellamento totale delle agro-imprese: quelle che stanno rubando terra ai piccoli contadini, che producono alimenti in sovrabbondanza, creando disastri ambientali.

Il rimpiazzo dell’agricoltura e della produzione animale industrializzata con un’agricoltura sostenibile a piccola scala, appoggiata da programmi di riforma agraria genuini.

La promozione di politiche energetiche sensate e sostenibili. Ciò include meno consumo di energia e produzione di energia solare e biogas nelle fattorie al posto della forte promozione di agro-combustibili, come nel caso attuale.

L’implementazione di politiche agricole e di commercio, a livello locale, nazionale ed internazionale, che sostengano l’agricoltura e il consumo locale di alimenti sostenibili. Ciò prevede la proibizione di sussidi che conducono al dumping degli alimenti  economici nei mercati.

1- http://www.viacampesina.org/main_en/index.php?option=com_content&task=view&id=457&Itemid=37

 


Il Gruppo degli  8 e la crisi climatica: Le azioni concorderanno con le parole?

I governi di alcuni dei paesi più potenti del mondo (1) si sono riuniti recentemente in Italia e hanno redatto un documento intitolato “Leadership Responsabile per un Futuro Sostenibile”. In tale dichiarazione, hanno informato il mondo che sono “determinati ad assicurare uno sviluppo sostenibile e ad affrontare le sfide relazionate con la crisi economica, la povertà e il cambio climatico.”

Se non fosse per l’attuale situazione tanto tragica, risulterebbe assai grazioso.

Il mondo sta affrontando una grave crisi economica, la povertà sta crescendo in tutto il mondo —inclusi questi 8 paesi— e la crisi climatica sta divenendo un disastro. Tutto ciò, risultato diretto della leadership “responsabile” esercitata, durante molte decadi, dai governi di questi e molti altri paesi.

E’ ovvio che nessuno può incolpare paesi come Tuvalu, Fiji, Laos, Cambogia, Papua Nuova Guinea, Gambia, Namibia, Uruguay, Cuba o la maggior parte dei 192 stati membri delle Nazioni Unite, di aver creato questi problemi. Eppure, la maggioranza di essi già stanno soffrendo grandi impatti sulle loro popolazioni.

Il G8 ora promette di intraprendere “la leadership nella lotta contro il cambio climatico”, però la realtà mostra che stanno facendo esattamente l’opposto: nel Regno Unito si criminalizza chi protesta per impedire l’uso del carbone; in Alaska si progettano perforazioni petrolifere; le compagnie di petrolio e di gas dei paesi del G8 beneficiano dei combustibili fossili, distruggendo intere selve.

I paesi che già stanno soffrendo il cambio climatico non hanno mai espresso il desiderio di essere “comandati” dal G8. Al contrario, esigono che essi e altri governi assumano le proprie responsabilità per i problemi creati e che facciano qualcosa a riguardo. Non nel 2050, bensì già a partire da adesso. Non con dichiarazioni, bensì con azioni concrete. Non attraverso i “meccanismi di mercato”, bensì attraverso legislazioni rigorose.

Il mondo —i suoi popoli ed ecosistemi— non possono tollerare più un sistema dove pochi governi —basati sul potere economico, politico e militare— utilizzino e distruggano il pianeta per il loro beneficio. Dunque il G8 dovrebbe rinfrescarsi le idee su cosa significa la democrazia e accettare il fatto di essere una piccola minoranza a cui nessuno ha attribuito la guida di nulla, eccetto essi stessi.

Il mondo non vuole né necessita della loro guida, bensì ha bisogno che essi agiscano in maniera “responsabile” per risolvere il disastro climatico che hanno provocato. Il mondo ha bisogno che essi pongano le loro azioni all’altezza delle tante parole pronunciate.

Movimento Mondiale per i Boschi (2)

(1) I membri del G8 sono: Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. Anche la Comunità Europea assiste.

(2) “Viewpoint”, WRM Bollettino mensile. numero 144, giugno 2009. www.wrm.org.uy

 

Traduzione di Marica Ganelli