Cambiare Marcia

Cambiare marcia

commons[Di A. Zoratti su Comune-info] Dall’ex colorificio di Pisa, che ha ospitato dal 20 al 22 settembre Common Properties, si esce senza conclusioni, con molte domande, con relazioni più solide, grandi quantità di voglia di sperimentare il cambiamento insieme. Si esce, a dirla con Rafael Spregelburd e quelli del Teatro Valle, con il fatto che la prudenza è cosa triste ma, ancor di più, che pezzi di società hanno cominciato a ritrovare il senso delle cose che si stanno facendo.

 

C’è un qualcosa di rivoluzionario, in tutto quello che stiamo facendo. Non in senso retorico ma strettamente letterale. Già il filosofo francese Roger Garaudy aveva sistematizzato il concetto, sottolineando come una rivoluzione non si realizzi “soltanto a livello delle strutture economiche e sociali, ma anche a livello delle sovrastrutture, che essa è insomma un nuovo progetto di civiltà”.

 

Dopo anni sulla difensiva, in prima linea per fermare ogni tentativo di mercificazione dell’esistente. Dopo aver anticipato nei primi anni duemila come profeti di sventura dalle strade di Seattle, di Genova, di Praga la crisi multipla e strutturale a cui stiamo assistendo. Dopo esserci immersi nella coazione dell’agire-reagire che ci ha portato a costruire in giro per il mondo barricate fisiche e mentali per opporci alla commodification dell’esistente, è venuto il momento di riemergere, riconfermando la rotta del cambiamento, ma cambiando decisamente marcia.

 

Non solo sabbia

 

Non è più il tempo della sabbia negli ingranaggi. C’è bisogno di smontare pezzo per pezzo il sistema ed i suoi valori, analizzandone i punti di forza e di debolezza, i meccanismi su cui agire per inceppare il motore e farlo battere in testa. Esiste un elemento centrale, strategico in tutto l’impianto valoriale del neoliberismo ed è il concetto di proprietà e la tutela come intangibile e libera da doveri, come spesso viene declinato nella quotidianità più ovvia: dalla cementificazione del territorio all’inquinamento dell’ambiente e l’avvelenamento di intere comunità, dalla tutela degli investitori uber alles alle politiche di liberalizzazione dei mercati senza un limite.

 

Una casistica economica che diventa spesso cronaca: come l’Ilva a Taranto, l’Eternit nel Monferrato, la Solvay in Toscana. O ancora la Vattenfall in Germania, la Benetton in Bangladesh o la Monsanto in Brasile.

 

I mercati e il neoliberismo non crescono come le foreste, spontaneamente, ma hanno bisogno di scelte politiche. Spesso, troppo spesso, orientate da soggetti che da quelle politiche beneficiano in termini di libertà di azione e di profitto. Per questo, ora più che mai, è venuto il momento di uscire dalla difensiva ed andare all’attacco.

 

Abbiamo liberato spazi

 

Della proprietà, e nel senso ampio del termine. Senza storture né fraintendimenti, perché nessuno ha intenzione di mettere le mani nel conto corrente della nonna o sulla casa di proprietà dello zio, ma con la chiarezza che esiste un limite che non va oltrepassato e che parla di funzione sociale della proprietà.

 

Abbiamo liberato spazi, abbiamo occupato terre per liberarle dall’oppressione del privato consegnandole ai territori. Per dimostrare che non esiste alcun tabù né moloch intoccabile, ma che i diritti delle comunità e dell’ambiente non possono sottostare agli interessi particolari del privato. In una terra devastata dal cemento, in un momento storico in cui la crisi colpisce i più esposti, i meno tutelati, in cui il sistema neoliberista sta cercando di mercificare i beni comuni e persino il clima, è venuto il momento di porre la parola “fine” e di farlo collettivamente.

 

La pubblicazione dell’e-book Common Properties, e le esperienze a cui si ispira, sottolinea una chiara intenzione: che riprendersi le fabbriche in crisi autogestendole, rioccupare le terre, liberare gli spazi, fisici e politici, in un’ottica di ricostituire un tessuto connettivo capace di creare nuova economia, solidale, ecologica, sostenibile. Che mettere basi per una società capace di futuro, che tiene in conto i diritti di tutti, sviluppando un welfare dal basso e tutelando il bene comune ed i diritti di tutti, significa rimettere al centro un’azione positiva, proattiva ed orientata al cambiamento. Un’azione di rottura con il passato. In poche parole, ed in un certo senso, autenticamente rivoluzionaria.