Cambiamento Climatico E Povertà

Cambiamento climatico e povertà

I cambiamenti delle stagioni hanno impatti gravissimi sui raccolti e sono causa di un aumento della fame nel mondo. Questi sono, però, solo alcuni dei cosi del cambiamento climatico pagati dai paesi più poveri. Un dato conosciuto, che viene confermato ancora una volta dal rapporto di Oxfam Internacional (IO) “Un’evidenza che fa male: il cambiamento climatico, la popolazione e la povertà”.

Il mondo si surriscalda e le popolazioni più vulnerabili ne soffrono le conseguenze. Il cambiamento climatico accresce la povertà e ostacola lo sviluppo: fame, agricoltura, salute, lavoro, acqua, catastrofi e sfollamenti. Le persone in condizione di povertà che vivono in zone costiere e nei grandi delta, ma anche i contadini, sono coloro che corrono il rischio maggiore di inondazioni e siccità.

Ogni anno nel mondo muoiono circa 300.000 persone per effetti legati al cambiamento climatico. Si calcola che 26 milioni di persone siano state costrette ad abbandonare le loro case.

Se non si modificherà questa tendenza, nel 2050, gli impatti sociali e ambientali del cambiamento climatico globale colpiranno 660 milioni di persone. Alcuni degli effetti possono essere l’aumento del livello del mare, lo stress termico, un aumento della siccità e delle inondazioni. Oltre ad un aumento del rischio di epidemie, dell’inquinamento delle acque e della perdita di terre coltivabili.

Una buona parte della comunità scientifica non ha fiducia nel fatto che i politici definiranno gli accordi necessari per ridurre le emissioni inquinanti e per questo non crede che il mondo possa in qualche modo limitare il riscaldamento globale.

Dodici anni fa gli Stati Uniti non hanno sottoscritto il Protocollo di Kyoto, cosicché Bush non ha portato avanti politiche relative al cambiamento climatico. In conseguenza di ciò, le emissioni sono cresciute, tanto che oggi ne producono il 14% in più rispetto al 1990. L’Europa ne emette l’8% in meno rispetto al 1990 e le ridurrà fino al 20%.

Nonostante la priorità dell’India e della Cina sia lottare contro la povertà e crescere economicamente, sono attive sul piano della ricerca di una maggiore efficienza energetica. Sono gli stili di vita, il cibo, l’acqua e la salute di milioni di persone che corrono seri rischi se non ci si impegnerà seriamente.

Il G8 si è impegnato a ridurre della metà le emissioni di gas ad effetto serra da qui al 2050 e in particolare di ridurre quelle dei paesi industrializzati di un 80% rispetto a quelle del 1990. Nella scorsa riunione dell’Aquila, però, non è stato definito nessun impegno intermedio, così come chiedevano i paesi emergenti, nè nè prescrizioni specifiche. E nonostante il presidente degli Stati Uniti lo abbia considerato un “consenso storico”, per il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, i risultati sono insufficienti.

É necessario un accordo globale e che i paesi industrializzati riducano, entro il 2020, le loro emissioni almeno del 40% rispetto ai livelli del 1990. Nel prossimo Incontro di Copenhagen, i paesi partecipanti dovranno giungere ad un accordo per definire un protocollo che sostituisca quello di Kyoto.

Yvo de Boer, segretario della Convenzione ONU contro il riscaldamento, avanza diverse proposte rispetto a questo complesso patto internazionale. Il prossimo protocollo dovrebbe indicare per ogni paese sviluppato il livello di riduzione delle emissioni; oltre a precisare come la Cina e l’India e i grandi paesi emergenti limiteranno l’aumento delle loro emissioni e quali saranno i finanziamenti e come verranno gestiti. “L’80% delle emissioni di CO2 ha a che vedere con la produzione di energia; se cambiamo il sistema energetico possiamo ridurre le emissioni  fino a questa percentuale. Il trasporto è causa del 24% delle emissioni;  passando, con un costo ragionevole, a motori elettrici e a cellule di combustibile, potremmo ridurre le emissioni. Si stanno sperimentando biocombustibili per gli aerei. È inoltre necessario dare un prezzo alle emissioni di CO2”.

Sono misure difficili da attuare, in quanto colpiscono i settori economici e le grandi imprese dei paesi. Ma le questioni globali richiedono risposte globali e impegni concreti. E, come dice Daniel Pauly, biologo dell’Università di Kiel (Gemania), “il riscaldamento globale rappresenta un’opportunità per rivitalizzare il pianeta e fermarne la distruzione”.

Di María José Atiénzar – Giornalista
Centro de Colaboraciones Solidarias
www.solidarios.org.es

Traduzione di Maddalena Natalicchio