BRICs E Imperialismo

BRICs e Imperialismo

[di Patrick Bond su Links]

Un’analisi sul ruolo dei paesi BRICS all’interno del sistema economico-finanziario globale, tratta da “Link. International journal of socialist renewal

Contrariamente alle voci che giravano, l’alleanza Brasile-Russia-India-Cina-Sud Africa (BRICS) ha confermato, il 15 Luglio al summit di Fortaleza in Brasile, di voler evitare di sfidare l’ingiusto e caotico sistema finanziario mondiale.

I BRICS “stanno realmente venendo incontro alle richieste dell’Occidente”, come si è vantato il China Daily, “di finanziare la crescita dei paesi in via di sviluppo e stabilizzare il mercato finanziario globale”. Se la subordinazione dei BRICS continua, ha rimarcato nel blog del Financial Times il finanziere Ousmène Jacques Mandeng della Pramerica Investment Management, “ciò potrebbe aiutare a superare i principali vincoli dell’architettura finanziaria globale. Potrebbe essere benissimo il pezzo mancante per promuovere l’attuale globalizzazione finanziaria”.

Ossequiosi nei confronti della finanza, ciò ci ricorda una parola coniata mezzo secolo fa dall’economista politico Brasiliano Ruy Mauro Marini, “sub-imperialismo”: cioè “collaborare attivamente con l’espansione imperialista, assumendo in questa espansione la posizione di nazione chiave.” Marini ha descritto il ruolo del Brasile di “vice-sceriffo” in America Latina, ma il concetto si applica anche al progetto imperialista su scala globale. Come parte del contro-vertice della società civile, abbiamo lanciato una raccolta di scritti su questo tema sul Fortaleza Journal, «Tensoes Mundial-World tensions», co-edito con Ana Garcia, economista politica di Rio de Janeiro. Due dozzine di scrittori, inclusi Elmar Altvater, Omar Bonilla, Virginia Fontes, Sam Moyo, Leo Panitch, James Petras, William Robinson, Arundhati Roy e Immanuel Wallerstein, si sono confrontati con la contraddittoria collocazione geopolitica dei BRICS.

A detta di tutti, i due problemi principali del nostro tempo – come il più recente sondaggio di Pew Global conferma – sono il cambiamento climatico e la sistemica l’instabilità finanziaria . In entrambi i casi, i BRICS soffrono ciò che in psicologia è definita “co-dipendenza”. La parola proviene direttamente dagli Alcolisti Anonimi e si intende la “parte di una iniziale comprensione che il problema non era solo l’alcolista, ma anche la famiglia e gli amici che costituiscono una rete per l’alcolista stesso”, come afferma Lennard Davis nel suo libro del 2008, “Obsession”.

I BRICS sono amichevoli familiari che incoraggiano la dipendenza dei capitalisti occidentali, fatalmente drogati di accumulazione speculativa e inquinante. Soffrendo quel che sembra essere sempre più una menomazione neurologica di un tossicodipendente, i funzionari a Washington, Londra, Bruxelles, Francoforte e Tokyo continuano con grande scompiglio il pompaggio di dollari, euro e yen a interessi zero nell’economia mondiale. Questa è una correzione senza speranza di un tossicodipendente: mantenere politiche di liberalizzazione economica che abbassano le barriere economiche nazionali e generano nuove bolle sui diversi prodotti.

Un’altra fatale ossessione occidentale facilitata dai BRICS è l’emissione di gas serra a qualsiasi livello che massimizzi il profitto delle aziende – condannando le future generazioni all’inferno. (L’ultima volta che l’1% del mondo ha seriamente perso il vizio – riuscendoci solo momentaneamente – è stato nel 1987 quando è stato firmato il Protocollo di Montreal e sono stati banditi i clorofluorocarburi (CFC) per fermare l’espansione del buco dell’ozono. Ma da quando vi è stato questo episodio di successo di crisi di astinenza si è affermata l’ossessione neoliberista e neoconservatrice. Gli apatici sforzi alle Nazioni Unite e in altre istituzioni internazionali per affrontare disastri ambientali, economici e geopolitici globali sono visibilmente falliti.)

Le elite dei BRICS non sono nemiche dell’edonismo economico occidentale, come rivela l’eccessivamente gentile consiglio contenuto nella dichiarazione di Fortaleza: “Le politiche monetarie in alcune economie avanzate possono portare rinnovata tensione e volatilità ai mercati finanziari e i cambiamenti nella linea monetaria hanno bisogno di essere attentamente calibrati e chiaramente comunicati per minimizzare ripercussioni negative.” (Ciò si riferisce ai crolli monetari sofferti dalla maggior parte dei BRICS quando l’Occidente ha cominciato a ridurre nel Maggio 2013 la stampa di moneta secondo un “alleggerimento quantitativo” – ancora un altro esempio di co-dipendenza.)

I BRICS consentono ripetutamente le abitudini più auto-distruttive dell’Occidente durante periodi di acuta crisi eco-finanziaria:

  • il salvataggio finanziario del G20 dell’Aprile 2009 delle banche occidentali con un’iniezione di liquidità di 750 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale (FMI), deciso all’unanimità;
  • l’Accordo di Copenhagen del Dicembre 2009 nel quale quattro dei cinque BRICS hanno deciso di continuare a emettere moneta senza sosta;
  • il consenso del 2011-12 alla (s)elezione di nuovi amministratori delegati americani ed europei per le istituzioni di Bretton Woods, dove, malgrado lagne sottovoce, i BRICS non hanno nemmeno potuto decidere su candidati comuni;
  • l’accordo del 2012 di pagare altri 75 miliardi di dollari all’FMI anche se era evidente che Washington non avrebbe cambiato i suoi modi anti-democratici (il Congresso americano ha rifiutato di allocare ai BRICS un maggiore potere di voto nel FMI).

I co-dipendenti di Washington a Delhi e Pretoria sono i più ciecamente leali. I reazionari del Partito Bharatiya Janata (BJP) e i neoliberisti dell’African National Congress (ANC) hanno un regolare appoggio economico, politico e anche militare da Washington, e il BJP è così irrecuperabilmente retrogrado che non permetterà nemmeno un dibattito parlamentare sul terrorismo di Israele a Gaza. Giocando il ruolo di un gelido e distante parente, le altre elite dei BRICS a Mosca, Brasilia, Pechino occasionalmente si scagliano contro la ficcanasaggine di Washington su internet e la propensione del Pentagono a bombardare obiettivi casuali in Medio Oriente. Lo scorso Settembre al G20 hanno tirato via dal grilletto il dito irrequieto di Barack Obama dopo che il regime Siriano aveva apparentemente usato armi chimiche contro civili. Vladimir Putin invece ha portato al disarmo dell’arsenale chimico di Assad. E per fortuna l’informatore Edward Snowden è come minimo al sicuro in Russia. Ma è probabile che non saranno mantenute le promesse dei BRICS di stabilire una nuova rete internet al sicuro dai ladri di informazioni dell’americana National Security Agency (NSA). Un’altra delusione da Fortaleza: il rifiuto di Mosca e Pechino di appoggiare l’ascesa degli altri tre BRICS al Consiglio di Sicurezza dell’ONU nonostante la loro ripetuta richiesta di democratizzazione delle Nazioni Unite, perché ciò condurrebbe alla diluizione del potere cinese e russo.

Il più grande dolore, comunque, sarà il passaggio dei costi finanziari del sub-imperialismo ai cittadini e alla periferia dei BRICS. Prima del summit di Fortaleza, gli attivisti per la giustizia economica speravano che i BRICS avrebbero decisamente indebolito e poi distrutto l’egemonia del dollaro, specialmente data l’inevitabilità dell’ascesa della convertibilità degli yuan Cinesi e l’accordo energetico Mosca-Pechino di alcune settimane fa.

Ma sia la New Development Bank (NDB) che la Contingent Reserce Arrangement (CRA) hanno annunciato quel che segue: “La banca centrale del paese richiedente il prestito dovrà vendere la moneta del richiedente alla banca centrale del fornitore del prestito e comprare dollari americani da loro come mezzo di operazioni puntuali su valute, con un simultaneo accordo della banca centrale del richiedente per vendere dollari americani e ricomprare la moneta del richiedente dalla banca centrale del fornitore alla data di scadenza.” Ciò sostanzialmente è dipendenza da dollaro detto in linguaggio tecnico. Il dollaro è in molti modi una stampella inadeguata, ma a parte un eccellente articolo dell’economista radicale dell’Università di Londra John Weeks, pochi analisti riconoscono che uno “sviluppo finanziario genuinamente inclusivo e sostenibile” non richiederebbe molti crediti in dollaro americano (o in nessuna altra moneta straniera).

Le settimane passano, “Il più alto sospetto nella mia mente è che l’obiettivo delle banche BRICS, come banche finanziatrici di progetti, sia di collegare la finanza offerta al settore delle costruzioni e dei fornitori di materiali localizzati nei BRICS stessi. Certamente il governo cinese è noto per averlo fatto in passato.” (Per esempio, un prestito di 5 miliardi di dollari dalla China Development Bank alla compagnia di trasporti statali Trasnet annunciato al summit tra BRICS di Durban del 2013 ha portato un anno dopo a 4.8 miliardi di dollari di ricavi in ordini da joint venture cinesi.)

Una valuta forte non è necessaria se i paesi BRICS – o anche altri richiedenti di prestito periferici – vogliono affrontare la maggior parte delle loro enormi mancanze di infrastrutture in abitazioni di base, edilizia scolastica e salari degli insegnanti, conduttore idriche e fognarie, costruzioni stradali, sostegno alla agricoltura e così via. Il finanziamento del dollaro statunitense suggerisce forti spese per le importazioni per futuri mega-progetti infrastrutturali elefantiaci che comporteranno tecnologie fornite dalle multinazionali (come la maggior parte degli stati per la Coppa del Mondo 2010 in Sud Africa).

Come segnala il Weeks, «il sistema di votazione proposto per la banca dei BRICS segue il modello di quello del FMI e Banca Mondiale: il denaro vota attraverso le quote, che riflettono il contributo finanziario di ogni governo. La quota maggiore di voto va alla Cina, il cui primato di investimenti in Africa è a dir poco spaventoso… La calda approvazione nel NDB da parte del presidente della banca Mondiale suggerisce entusiasmo piuttosto che tensioni».

Ma il CRA non è forse un assegno «sostitutivo» di 100 miliardi di dollari per il FMI, come è stato ampiamente pubblicizzato? Se un richiedente prestito dei BRICS vuole accedere all’ultimo 70% della sua quota di credito, insiste il documento di fondazione, tale prestito può essere concesso solamente a condizione «di una «evidente esistenza di un accordo in corso tra il FMI e la parte richiedente che preveda l’impegno del FMI a garantire finanziamenti alla parte richiedente su basi condizionali e la conformità della parte richiedente ai termini e alle condizioni dell’accordo»
I burocrati neoliberali dei BRICS che hanno lavorato a questo linguaggio ampolloso – e sotto il nome (auto-offuscante) del CRA – possono o non possono avere consapevolezza di quanto la finanza globale sia vicina ad un altro crollo, in parte a causa dell’inarrestabile insistenza del FMI a dettare condizioni di politiche di austerità. Ma ciò rivela il loro stretto legame con la mentalità del «senso bancario», che limita le responsabilità di ognuno nei confronti dell’altro. Le quote attuali variano tra il 18-20 miliardi di dollari dei BRICS più grandi e i 10 miliardi del Sud Africa (benché questa abbia contribuito per soli 5 miliardi e la Cina per 41 miliardi). Avrà importanza? Secondo l’analista di Sao Paulo, Oliver Stuenkel, «accordi simili al CRA esistono già e non hanno minato il FMI. Il CRA dei BRICS è modellato sulla Chiang Mai Initiative firmata tra i paesi della «Association of Southeastern Asian Nations» e Cina, Giappone e Corea del sud nel maggio 2000». L’iniziativa è inutile, aggiunge Stuenkel, perché finora nessuno ha chiesto un accesso a tale credito. Allo stesso modo, mi dice, «il CRA è pienamente inserito nel sistema del FMI!».

Cosa potrebbe significare in futuro? L’ultimo default di un paese BRICS gestito da Washington è stato quando la Russia di Boris Eltsin – che aveva un debito estero di 150 miliardi di dollari – chiese un prestito d’emergenza di 28 miliardi di dollari nel 1998. Quindici anni dopo, quattro dei 5 paesi BRICS hanno sperimentato dei crolli valutari quando la Federal Reserve degli Usa annunciò cambiamenti della politica monetaria, e con alti tassi di interesse, forti quantità di denaro sono tornati a New York. Un piano di salvataggio di emergenza potrebbe essere presto necessario in Sud Africa, dove l’indebitamento estero è salito a 140 miliardi di dollari , dai 25 miliardi del 1994, quando l’ANC di Nelson Mandela ha ereditato i debiti dell’apartheid e, tragicamente, ha accettato di rimborsarli. Misurato in termini di percentuale del PIL, il debito estero è cresciuto fino al 39 per cento e anche la neoliberista South African Reserve Bank avverte che ci stiamo rapidamente avvicinando al record del «41 per cento registrato al momento della paralisi del debito nel 1985». Quella crisi e il correlato default di 13 miliardi di dollari, divise la classe dominante bianca, spingendo i rappresentanti delle grandi imprese di lingua inglese a visitare lo Zambia per incontrare il movimento di liberazione in esilio. Meno di nove anni più tardi, il capitale aveva abbandonato il regime razzista afrikaaner, per favorire un accordo con l’ANC con quello che lo stratega militare di Mandela, Ronnie Kasrils, definì “patto faustiano”.

Il ministro delle finanze sudafricano Nonhlanhla Nene prevede che i primi richiedenti di prestito al NDB sarebbero gli stati africani, per “integrare gli sforzi delle istituzioni finanziarie internazionali esistenti”. Ma dal momento che proprio Development Bank of Southern Africa di Nene è dichiaratamente corrotta e incompetente, e i due principali precedenti NDB – la China Development Bank e la Banca nazionale del Brasile per lo Sviluppo Economico e Sociale – rappresentano una tendenza estrattivista distruttiva, tale impegno è davvero benvenuto?
Dopo tutto, il più grande progetto singolo di prestito unico della Banca Mondiale (3,75 miliardi dollari) è stato approntato solo 4 anni fa per permettere il folle finanziamento di emergenza a Pretoria per la più grande centrale elettrica a carbone attualmente in costruzione in tutto il mondo, Medupi, che emetterà più gas serra (35 milioni di tonnellate/anno) di quanto fanno 115 paesi singolarmente. Un anno fa, visto che la Medupi si trovava sotto forti pressioni da parte di attivisti delle comunità, sindacali e ambientaliste (che hanno ritardato per due anni il completamento del progetto), il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim non poteva più giustificare tali prestiti che compromettono il clima e ha promesso il ritiro dai progetti della Banca Mondiale dei combustibili fossili più sporchi.

Questa è la potenziale lacuna per un NDB: mantenere una finanza sporca una volta che i paesi BRICS emettono titoli per mega-progetti distruttivi e non trovare finanziatori occidentali. Anche nel luogo in cui la lotta è più arretrata, gli Stati Uniti, un crescente movimento convincerebbe rapidamente a disinvestimenti da progetti di imprese petrolifere e del carbone. (Qui in Sud Durban, l’allargamento di otto volte da parte di Transnet del complesso porto-petrolchimico è un obiettivo degli attivisti «BRICS dal basso», soprattutto del vincitore 2014 del Goldman Environmental Prize per l’Africa, Desmond D’Sa.)

Naturalmente vi è la necessità di un’alternativa finanziaria veramente inclusiva e sostenibile, come per esempio la versione iniziale, prima del sabotaggio brasiliano, del Banco del Sur promossa dal defunto presidente venezuelano Hugo Chavez. Lanciato un anno fa a Caracas con 7 miliardi di dollari di capitale, ha un mandato completamente diverso e può ancora essere gestito non per “stabilizzare” la finanza mondiale, quanto piuttosto per offrire una giusta alternativa. Per aiutare le élite dei paesi BRICS a smettere di essere ossessionati dal modello occidentale di capitalismo esclusivo e non sostenibile, sarà necessario un rinnovato programma in 12 fasi. I primi due passi del classico programma di Alcolisti Anonimi sono abbastanza evidenti: “Noi ammettiamo di essere stati impotenti di fronte all’alcol, che le nostre vite erano divenute incontrollabili [e] siamo arrivati a credere che un Potere più grande di noi avrebbe potuto riportarci alla ragione.”

Un purificatorio potere di sanità politico-economica, assente nelle élite BRICS, può venire solamente da un posto: dal basso, vale a dire dall’attivismo sociale. Per esempio, proprio come ogni sudafricano che ha amato la Coppa del mondo e odiato i suoi organizzatori mafiosi svizzeri della FIFA, dalla società brasiliana che rimane furiosa per le relazioni politicamente disastrose di Sepp Blatter con il presidente del PT Dilma Rousseff. Questo, e altre tendenze neoliberiste – come l’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici oltre la possibilità di accesso – hanno mobilitato milioni di critici, che a loro volta hanno dovuto affrontare una feroce repressione poliziesca.
In Russia, le sfide degli attivisti sono il risultato non solo dell’espansione di Putin in Ucraina, ma anche degli attacchi contro i manifestanti. La società civile ha dimostrato coraggio in quel contesto autoritario: un movimento per la democrazia alla fine del 2011, una battaglia per la libertà di espressione che coinvolgeva un gruppo hard-rock nel 2012, i diritti dei gay nel 2013 e alle Olimpiadi Invernali e le proteste contro la guerra del marzo e maggio 2014. In India, gli attivisti hanno scosso la struttura di potere riguardo la questione della corruzione nel 2011-12, su uno stupro-omicidio alla fine del 2012, e con una sorpresa elettorale comunale venuta da un partito anti-sistema di sinistra-populista verso la fine del 2013. In Cina, manifestanti sono scesi nelle strade circa 150.000 volte l’anno, in modi più o meno equivalenti sia in contesti urbani che rurali. Soprattutto a causa dell’inquinamento, come nel caso della protesta in tutta la regione del Guangdong all’inizio di aprile 2014 contro una fabbrica di paraxylene. Ma altrettanto importanti sono le lotte sindacali, come nel caso degli scioperi in corso contro Nike e Adidas.

In Sud Africa, diverse iniziative aiutano a spiegare quello che potrebbe essere il tasso di proteste più alto del mondo. Sicuramente il movimento operaio merita il primo posto assegnatogli dal World Economic Forum come classe operaia più militante al mondo degli ultimi due anni. Ma i diversi gruppi di attivisti del Sud Africa, tra cui quelli che in 1882 casi nel 2013 sono diventati violenti (secondo la polizia), ancora non riescono a collegarsi e stabilire un movimento democratico (anche se il sindacato dei metalmeccanici NUMSA cerca di modificare questa situazione con la sua iniziativa di Fronte Unito).

In questo contesto straordinario, gli oppositori critici stanno aprendo due discussioni cruciali: il primo luogo, i paesi BRICS rappresentano un’opzione antimperialista come propagandato, o potenzialmente inter-imperialista come la battaglia in Ucraina farebbe presagire, o semplicemente sub-imperialista dove contano di più: nella crisi finanziaria e climatica globale in corso? In secondo luogo, come possono le lotte dei «BRICS dal basso» intensificarsi e intrecciarsi? La disintossicazione dei nostri politici corrotti, una rivalutazione sobria delle nostre economie e il rafforzamento della salvaguardia ambientale – tutto questo promosso da società civili nuovamente aativate – si basano su una chiara e sicura risposta a entrambi i quesiti.

Patrick Bond dirige il Centre for Civil Society di Durban, Sudafrica

Traduzione di Giuseppe Lingetti e Piero Maestri