Bolivia: Campagna Amazzonia Senza Petrolio

Bolivia: campagna Amazzonia senza Petrolio

petrolio--400x300Per compiere questo lavoro, l’organizzazione promuove articolazioni, stila rapporti schematici di informazione, documenti di analisi ed investigazione, materiale di formazione e sensibilizzazione che viene convertito in campagne pubbliche.

A dare il via alla campagna “Amazzonia senza Petrolio” è stata la domanda dei popoli amazzonici, i cui diritti sono lesi dalle attività petrolifere, sia per quanto riguarda le forme di vita che per le attività economiche: eco-turismo comunitario, artigianato, attività di estrazione, produzione di miele e derivati. La Campagna ha il compito di fornire informazioni circa i procedimenti legali, i diritti ed i doveri correlati all’attività petrolifera durante tutte le fasi del ciclo produttivo, specialmente nei  territori abitati da contadini e popolazioni indigene: la conoscenza di queste fasi, tanto da parte delle comunità che da parte dello Stato, è uno strumento necessario per la convivenza nel segno del Vivere Bene, linea direttrice e paradigma di tutta la politica nazionale, in accordo con quanto stabilito nel Piano Nazionale di Sviluppo.

Il Vivere Bene, espressione del “vivere bene tra di noi”, è inteso come una convivenza comunitaria, interculturale e senza asimmetrie di potere, per cui “non si può vivere bene se i vicini vivono male”. Si tratta, quindi, di vivere come parte integrante della comunità, proteggendola; Vivere Bene in armonia con la natura, in equilibrio con ciò che ci circonda.

Il processo di sviluppo, nel segno del Vivere Bene, è uno sviluppo umano in cui la comunità, insieme allo Stato, decide le politiche ed i programmi, come soggetto attivo e non semplice recettore di “direttive verticali” imposte.

Durante l’Assemblea dell’ONU del 22 aprile, il Presidente ha ottenuto che si dichiarasse la Giornata della Madre Terra, perchè “la terra non ci appartiene, ma siamo noi ad appartenerle”, segnalando a questo proposito quattro diritti della Madre Terra: il diritto alla vita degli ecosistemi, il diritto alla rigenerazione della biodiversità, il diritto a vivere senza inquinamento ed il diritto alla convivenza armonica con la natura. Questa visione appoggia la giusta posizione dei popoli indigeni che, contro le politiche di esclusione, hanno fatto valere i loro reclami, le loro domande ed i loro diritti, il cui riconoscimento è stato senza dubbio il maggior successo dell’amministrazione odierna, dalla politica interna sino alla politica internazionale, in quanto ha mostrato la necessità di evitare discriminazioni e di non considerare le popolazioni indigene alla luce di un pensiero come il “progresso lineare”, che mette in relazione le culture distinguendole in “moderne” ed “arretrate”, “primitive” ed “avanzate”.

La nuova Costituzione Politica dello Stato, approvata nel gennaio 2009, definisce la Bolivia uno Stato Unitario Plurinazionale Comunitario e stabilisce nuovi diritti per tutti i boliviani e per tutte le boliviane. È questa la cornice delle azioni del FOBOMADE per la partecipazione alle politiche pubbliche e per il controllo sociale dei processi di sviluppo che continuano a colpire gli esclusi di ieri, oggi protagonisti: le popolazioni indigene, i cui diritti, interessi, la cui terra e territorio ed il cui diritto all’autodeterminazione sono stati violati, dopo essere stati contaminati ambientalmente e socialmente parlando.

La nuova Costituzione considera l’Amazzonia uno spazio strategico da proteggere per “la sua elevata sensibilità ambientale, la sua biodiversità, le sue risorse idriche”. La CPE demanda allo Stato di rendere prioritarie “lo sviluppo integrale sostenibile dell’Amazzonia attraverso un’amministrazione partecipativa, condivisa, equa…”, di stimolare le attività turistiche, eco-etno-turistiche ed altre iniziative regionali, coordinando la sua azione con quella delle autorità indigene, originarie, contadine e con gli abitanti dell’Amazzonia. Lo Stato deve implementare politiche speciali per le nazioni ed i popoli indigeni dell’Amazzonia.

Nel 2006 lo Stato boliviano ha creato la Zona Intangibile di Protezione Integrale e di Riserva Assoluta per la protezione dei popoli Toromas, in isolamento volontario, impegnandosi a rispettare le loro forme di vita individuale e collettiva. Con la nuova Costituzione, lo Stato boliviano (Art. 31) ha perfezionato detta risoluzione, impegnandosi a proteggere i popoli in isolamento volontario presenti in tutto il territorio nazionale, evitando che siano perseguitati, accusati o sterminati a causa di grandi progetti, portati avanti nei loro territori, che li reprimono fino a farli sparire. Nonostante ciò, nel 2008 sono stati firmati alcuni contratti relativi ad attività petrolifere, da svolgere proprio nell’area protetta, con la Petroandina SAM, che si è aggiudicata tra il maggio e l’agosto del 2007 più di 3 milioni di ettari di terra; sono stati poi rinnovati i contratti di Repsol YPF, Petrobas, Total E&P, per una superficie di un milione e mezzo di ettari di terra. Tutto questo in Amazzonia.

L’intenzione di realizzare un’esplorazione sismica nella TCO Pilòn Lajas a Madidi risale al 1999, quando l’impresa Repsol ha iniziato le pratiche di licenza ambientale. La Campagna realizzata contro la Repsol ha fatto desistere l’impresa. Durante il governo di Carlos Mesa è stata approvata una licenza ambientale per uno dei progetti della Petrobas: Rìo Hondo Sur, progetto che ha portato il FOBOMADE ad appoggiare una massiccia campagna guidata dalle organizzazioni locali, dai municipi alle comunità, la stessa che è riuscita a far desistere l’impresa nell’intento di insediarsi nella regione, ma non di rinunciare alla concessione di Rìo Hondo Sur, rinnovata con un contratto del 2007. Nel 2008 è stato firmato il contratto per il Bloque Liquimumi, tra lo Stato boliviano e l’impresa Petroandina, in disaccordo con le nuove condizioni fissate dalla Legge sugli Idrocarburi in riguardo alle attività petrolifere nella TCO e nelle Aree Protette, come nel caso di Pilòn Lajas e Madidi.

Le Ande Tropicali o Amazzonia Andina sono il nucleo di insediamento di numerosi popoli indigeni, la cui diversità culturale è profondamente legata alla diversità biologica, manifestandosi nelle differenze linguistiche, di costumi, di pratiche di addomesticamento dei diversi organismi, dell’utilizzo delle risorse, del suolo e dell’ambiente, oltre che nelle abitudini alimentari, riproduttive, negli elementi tessili ed in tutti gli strumenti della vita quotidiana. Quindi, oltre la dinamica biologica ed ecologica, la distribuzione delle biodiversità è intimamente connessa alla diversità culturale dell’Amazzonia Andina.

La regione occidentale dell’Amazzonia resta una zona di enormi riserve potenziali di risorse naturali, poco sfruttate, tra cui idrocarburi, minerali, acqua e soprattutto biodiversità. Data questa situazione, diverse strategie sono mirate al consolidamento dell’occupazione dei territori andino-amazzonici, combinando la crescita alla conservazione di un nucleo che va considerato come patrimonio dell’umanità, riserva ambientale, un grande parco di approvvigionamento di servizi ambientali.

Queste strategie si articolano nell’Iniziativa di Conservazione dell’Amazzonia Andina (ICAA), un programma della durata di 5 anni finanziato dall’USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo, che promuove azioni internazionali per la conservazione della biodiversità andino-amazzonica, parte di quel progetto conosciuto come Strategia di Internazionalizzazione dell’Amazzonia. L’internazionalizzazione di territori implica l’interferenza in politiche nazionali sul tema della protezione di un ecosistema di importanza globale o regionale, pretendendo eventualmente che queste politiche vengano imposte tramite il consenso mondiale, o in maniera più sottile, ad esempio con la gestione condivisa di bacini o corridoi tra paesi con profonde disuguaglianze, realizzando naturalmente la subordinazione del o dei paesi minori ad un paese egemone, attraverso politiche ben definite o per gli  importanti interessi delle multinazionali.

Nel caso dei corridoi biologici o di conservazione, la presenza di ONG internazionali che rispondono ad un’Agenzia di Cooperazione, determinerà le politiche nazionali di conservazione, l’indirizzamento del finanziamento di gestione delle aree protette e delle attività ed istituzioni che possono far parte della gestione, incidendo in materie che rientrano nel campo della sovranità nazionale. Nel caso dell’Amazzonia boliviana, la principale agenzia è la statunitense USAID, seguita dalla GTZ tedesca, mentre tra le ONG appaiono Conservaciòn Internacional, The Nature Conservancy e World Conservation Society (WCS), tutte con sede negli USA.

Queste famose ONG che si occupano di conservazione, dettano in tutto il mondo le direttrici delle politiche ambientali. La creazione di aree protette in primo luogo come isole di conservazione, poi come corridoi transfrontalieri e la creazione di riserve e territori indigeni, fanno parte della stessa logica che permette in alcuni casi di anteporre alle necessità locali le risorse biologiche, la sensibilizzazione a beneficio delle specie in via di estinzione e la preoccupazione per i problemi globali, tramite una manipolazione dei programmi di sensibilizzazione mediatica. Quando questa strategia non funziona, possono essere i popoli indigeni ad essere utilizzati per difendere le aree protette e le loro risorse, principalmente da altri gruppi umani impoveriti, ma raramente da corporazioni petrolifere, di legname o minerarie. Ad esempio, quando la Petrobas ha ottenuto la licenza ambientale per sfruttare il Bloque Rìo Hondo vicino al Parco Madidi, né Conservaciòn Internacional, né WCS hanno aperto bocca: solo la volontà delle comunità, le OTB, i municipi le sottoprefetture e le organizzazioni economiche della regione sono riuscite a far desistere la Petrobas nell’intento di accedere alla Riserva della Biosfera ed a TCO Pilòn Lajas.

Le ONG menzionate, insieme alla corporazione ambientale The Nature Conservancy ed alcune organizzazioni locali, fanno parte del consorzio di istituzioni previsto dall’Iniziativa di Conservazione del Bacino Amazzonico, dell’USAID, che ha elaborato un Piano di Conservazione per l’Amazzonia. Questo piano è stato respinto dal parlamento brasiliano, che lo ha considerato come un’inaccettabile intromissione di ONG e consorzi stranieri nel territorio brasiliano e di altri paesi. Il piano è stato anche denunciato dal Ministro della Presidenza, Juan Ramòn Quintana, in occasione del Primo Foro Amazzonico, tenutosi a Guayaramerìn nel giugno 2007. Lo stesso Presidente, nel discorso inaugurale ha segnalato che non si accetteranno iniziative provenienti “dall’alto e da fuori”.

Per le grandi ONG internazionali, le attività di estrazione intensiva delle risorse non sono incompatibili con gli obiettivi di conservazione delle aree protette. Preferiscono credere nella “responsabilità corporativa” che fa sì che le imprese utilizzino una “tecnologia di punta”. Per queste organizzazioni internazionali, gli impatti più gravi derivanti dall’attività di un’impresa petrolifera o mineraria sono gli “impatti indiretti”, ovvero i processi di distruzione prodotti dalle popolazioni locali che si inscrivono nell’ambito delle operazioni delle imprese.

Per queste ragioni, il FOBOMADE ha denunciato le attività di tali ONG, sottolineando che ottengono grandi garanzie dalle imprese petrolifere negoziando a nome delle comunità indigene, come nel caso della Fondazione per la Conservazione del Bosco Chiquitano (FCBC) che ha ottenuto un finanziamento maggiore rispetto alle imprese Shell ed Enron, vendendosi come garante della conservazione della regione, sfruttando le azioni di resistenza di diverse organizzazioni nazionali e locali. (Il Progetto Cuiabà: come comprare conservazionisti, in: Sguardi, Voci e Suoni. Conflitti Ambientali in Bolivia. FOBOMADE 1999).

Siamo stati informati che l’Amministratore Generale dell’impresa Petroandina Sociedad Anonima Mixta, a nome dell’impresa consulente ECONAT, dopo essere stato scoperto in atti di corruzione dei dirigenti, violazione di diritti e doveri come impresa contrattata, ha affrontato queste domande socio-ambientali con attitudine che crediamo sia parte del passato, tramite note ufficiali nelle quali ci associa alle ONG menzionate.

Per giustizia dobbiamo controbattere segnalando enfaticamente alla sua autorità che la nostra organizzazione non ha alcun vincolo con la USAID né con le sue ONG, né tantomeno riceve finanziamenti da imprese petrolifere, il che può essere immediatamente verificato. Avvertiamo, inoltre, la convenienza nel confondere le attività delle ONG finanziate dall’USAID con le azioni delle organizzazioni indigene e del FOBOMADE, per coprire l’obiettivo reale dell’USAID: permettere l’ingresso di imprese petrolifere socie del suo capitale, come nel caso di Petrobas.

Dobbiamo ricordare che nel 2006 le ONG menzionate, insieme ad i loro soci locali e di cooperazione, hanno finanziato l’installazione del SERNAP contro le politiche di nazionalizzazione delle aree protette, orientate chiaramente al recupero della sovranità in questi spazi di territorio nazionale ceduti alle ONG internazionali, senza menzionare il controllo privato sulle biodiversità totalmente impunito, che oggi dovrebbe essere un asse di nazionalizzazione reale considerando che è in pericolo il nostro patrimonio genetico, già costituzionalizzato.

Reiteriamo quello che abbiamo segnalato in quell’occasione (2006): “se l’attuale governo ha deciso di gestire la ricchezza biologica del paese, deve tener presente la necessità di considerare insieme la totalità delle risorse strategiche presenti nella regione: idrocarburi, minerali, biodiversità e acqua, le infrastrutture di trasporto create per il loro sfruttamento. Tenendo presente che la natura e la biodiversità non possono costruirsi senza il controllo sociale degli spazi collettivi, deve collocare con fermezza il dibattito  della conservazione nell’ambito del controllo sociale della conoscenza ed aprire una battaglia politica, teorica e sociale contro qualunque meccanismo che metta a tacere la produzione collettiva, che renda invisibili i processi di costruzione sociale del sapere e che generi nuovi meccanismi di perdita del controllo geopolitico”. (Aree Protette: Dal discorso sulla Conservazione alla nazionalizzazione. FOBOMADE 2006).

La Dichiarazione dell’ONU ha riconosciuto il diritto dei popoli allo sviluppo con identità. “I popoli indigeni hanno il diritto di determinare ed elaborare priorità e strategie per l’esercizio del loro diritto allo sviluppo. In particolare, i popoli indigeni hanno il diritto di partecipare attivamente all’elaborazione ed alla determinazione dei programmi di salute, alimentazione e dei programmi economici e sociali che li riguardano e, dove possibile, amministrare tali programmi con le loro istituzioni”. Se lo Stato pretende di applicare una strategia di sviluppo nazionale, che riguardi le popolazioni indigene, la concertazione delle politiche che possono colpire il loro territorio è fondamentale, altrimenti si starebbe applicando la solita vecchia politica di imposizione verticale dei progetti di sfruttamento.

Javier Aramayo Caballero
PRESIDENTE FOMOBADE

per conoscenza:

Ministro della Pianificazione – Noel Aguirre
Ministro dell’Ambiente e dell’Acqua – Renè Orellana
Ministro dello Sviluppo Rurale – Julia Ramos
Ministro della Giustizia – Celima Torrico
Ministro degli Esteri – David Choquehuanca
Ministro della Presidenza – Juan Ramòn Quintana
Ministro degli Idrocarburi – Oscar Coca
Ministro delle Autonomie – Carlos Romero
Ministro delle Culture – Pablo Groux
Ministro della Trasparenza – Nardy Suxo
Presidenza della Camera dei Deputati – Edmundo Novillo
Vicepresidenza della Repubblica – Alvaro Garcìa Linera