Biocidio E Ecomafie Nella Terra Dei Fuochi: La Denuncia Di Carmine Schiavone

Biocidio e Ecomafie nella terra dei Fuochi: la denuncia di Carmine Schiavone

carmine schiavoneSchiavone nella sua intervista conferma atti e pagine di inchieste: la camorra è stata la mano armata delle industrie del Nord nel disastro ambientale in Campania.

 

 

 

 

 

 

Traffico di rifiuti, il boss pentito Carmine Schiavone: “Mie denunce inascoltate”

 

[Di A. Palladino su Il Fatto Quotidiano] L’ex cassiere dei Casalesi racconta il sistema dello smaltimento illecito dei veleni, anche radioattivi, in Campania. Dichiarazioni messe a verbale già negli anni Novanta, a cui però non sono seguiti interventi sui territori colpiti. E la sua audizione del 1997 in Commissione parlamentare è ancora secretata.

 

Le parole di Carmine Schiavone – che accusa direttamente lo Stato sulle mancate bonifiche dei siti inquinati dai veleni di Gomorra – hanno solide basi, riscontrabili in tantissimi atti giudiziari. Buona parte degli elementi che confermano la sua ricostruzione del traffico illecito di rifiuti sono contenuti negli atti di un processo in corso in questi mesi, condotto dal pm della Dda di Napoli Alessandro Milita. Imputati sono alcuni esponenti del gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte: nomi che ricorrono nella testimonianza di Schiavone, come Gaetano Cerci e Cipriano Chianese. L’accusa è pesante, disastro ambientale.

 

Il complesso e difficile percorso della giustizia per cercare di scrivere una verità definitiva sui traffici di materiale contaminato – e forse radioattivo – dal nord al sud ha subito, negli anni, moltissimi ostacoli. La prima inchiesta della procura napoletana, conosciuta come “Adelphi”, non riuscì ad arrivare alle condanne degli imprenditori che avevano utilizzato i servizi del clan dei casalesi per smaltire illegalmente migliaia di tonnellate di scorie pericolose. La figura di Cipriano Chianese, avvocato oggi imputato nel processo per la contaminazione delle falde acquifere campane, è stata indicata – insieme a Gaetano Cerci e a Francesco Bidognetti – per la prima volta da Carmine Schiavone già nei suoi interrogatori del 1993.

 

Il Gip di Napoli Anita Polito, nell’ordinanza di custodia cautelare per l’indagine sul disastro ambientale conclusasi nei mesi scorsi, ricorda nei dettagli le date degli interrogatori del collaboratore di giustizia ex cassiere del clan: Schiavone venne ascoltato due volte nel 1993, due volte nel 1994 e poi nel 1996. Nel suo raccolto dell’epoca “il collaboratore riferiva in particolare, riassuntivamente, che verso la fine degli anni 80 — a partire dal 1988 — Chianese Cipriano (aderente ad un circolo culturale occultante una loggia massonica cui partecipava Cerci Gaetano), già operante per suo conto nello smaltimento dei rifiuti, ebbe ad avvicinarsi al gruppo di Sandokan (il boss Francesco Schiavone, ndr) e Bidognetti Francesco, intessendo con loro rapporti di affari per le discariche. (…) Erano state rilasciate altresì alcune concessioni ottenute per la realizzazione di vasche ittiche, in realtà utilizzate per l’estrazione della sabbia, poi affidate a Cerci e riempite con rifiuti tossici”. E ancora: “Il Chianese procedette quindi a scaricare rifiuti nelle cave di sabbia che vanno dal Lago Patria fino a Mondragone (cave prodotte dal prelievo di sabbia destinate per le costruzioni del consorzio Con. Cav. per la superstrada Nola-Villa Literno)”. Tutte informazioni che, dunque, sono note da circa vent’anni. Tra il 1995 e il 1996 la Criminalpol di Roma – su delega della procura napoletana – ha ripreso i verbali delle dichiarazioni di Schiavone, effettuando una serie di sopralluoghi nella provincia di Caserta, per cercare di individuare con precisione i punti di interramento dei rifiuti tossici. Secondo il Gip di Napoli le dichiarazioni di Carmine Schiavone furono puntualmente riscontrate: “L’esito degli accertamenti disposti sul  terriccio prelevato da alcuni dei siti individuati, consentiva di acclarare l’effettività della destinazione a discarica dei luoghi medesimi”.

 

Le denunce del collaboratore di giustizia furono raccolte nel 1997 anche dalla Commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti, presieduta all’epoca da Massimo Scalia. Secondo il suo racconto, Schiavone consegnò alla commissione appunti e documenti con l’indicazione delle società coinvolte, delle targhe dei mezzi usati e dei luoghi degli smaltimenti. La sua deposizione risulta ancora oggi secretata e non è possibile capire quanto realmente raccontò. Di certo quel mondo di trafficanti descritto fin dal 1993 non appare – se non per sommi capi – nelle relazioni finali approvate dal parlamento nel 2001. Oggi, vent’anni dopo, è giunto il momento di aprire quegli archivi.

 

 

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Lo Stato-Mafia nelle parole di Schiavone

 

[Di A. Musella su Globalproject.info] Il pentito Carmine Schiavone parla di come il sistema messo in piedi dai Casalesi ha avvelenato il Lazio e Campania. Ma svela anche come gli apparati dello Stato erano tutti al soldo del clan.

 

Nessuno ci vendicherà: la nostra pena non ha testimoni 
(da “Amore non ne avremo” di Peppino Impastato)

 

Le parole del pentito Carmine Schiavone rilasciate appena qualche giorno fa alla collega Chiara Cerqueti, fanno un certa impressione. Non tanto per il loro contenuto relativo ai rifiuti. Il sistema di sversamento ed interramento dei rifiuti tossici speciali tra la provincia di Latina e quella di Napoli è una verità storica ormai inconfutabile. La storia del clan dei Casalesi ha visto come business maggiormente remunerativo proprio il sistema di smaltimento illegale dei rifiuti speciali. E mentre alle aziende del nord e del centro Europa venivano offerti prezzi stracciati per lo smaltimento i fanghi pericolosi, la popolazione di due regioni, la Campania ed il Lazio veniva avvelenata per sempre.

 

Ciò che però mi ha colpito davvero delle parole di Schiavone sono due affermazioni. La prima è una constatazione che è stata sostenuta da tempo da una piccola parte di quel movimento, in grado di andare dalle parrocchie ai centri sociali, che in questi anni ha denunciato con forza l’avvelenamento del territorio. Schiavone racconta come il clan dei casalesi “manteneva tutte le caserme….polizia, carabinieri e guardia di finanza”. L’ex componente della cupola dei Casalesi entra nello specifico economico: “spendevamo 3 miliardi al mese di cui 500 milioni per corruzione”. I tutori dello Stato, quelli che avrebbero dovuto difendere i cittadini dai criminali, quelli che avrebbero dovuto contrastare quei traffici che hanno irrimediabilmente avvelenato il litorale del Lazio e della Campania erano tutti al libro paga dei Casalesi. Lo Stato ed il cosiddetto anti-Stato, andavamo pacificamente a braccetto. Magistrati coraggiosi sarebbero arrivato solo anni dopo. Le inchieste di Sirleo, Noviello, Ceglie, Cantone, sarebbero arrivate solo troppo tempo dopo. Intanto nelle cave tra Latina e Castelvolturno, anche in quelle di sabbia nei pressi del litorale, quelle che scendevano fino a 18 metri sotto il livello del mare raggiungendo l’acqua, si sversavano gli scarti industriali di tutto il paese. Per garantire i profitti di un fabbrica in Toscana si avvelenavano milioni di persone al Sud con il controllo vigile – senza eufemismi – degli apparati dello Stato. Il controllo consisteva nel garantire che tutto andava come dovesse andare, ovvero che a tutela degli interessi di una parte del paese se ne avvelenasse un’altra. Senza dubbio questo tipo di sistema messo in piedi dai Casalesi non è stato e non è l’unico nel paese. Imprenditori e criminali spesso, molto spesso, sono categorie che si sovrappongono fino a diventarne una sola. E se i Casalesi avevano costruito un sistema sulla direttrice Nord-Sud del paese, altri sistemi locali hanno fatto danni ugualmente. Basta guardare i casi della diossina di Brescia, dell’avvelenamento delle lagune in Friuli, dell’amianto in Toscana ed altri mille esempi di inquinamento criminale frutto delle attività industriali. Lo Stato va visto sempre tenendo presente di quella preziosa chiave di lettura fornitaci da Luciano Ferrari Bravo, la categoria dello “Stato-Mafia” dentro il quale interessi economici convergenti si fondono nel controllo del monopolio della forza e nella repressione delle spinte sociali che si prefiggono di rovesciare il sistema.

 

Alcuni potrebbero pensare che le dichiarazioni di Schiavone si riferiscano solo al tempo passato. Ma ascoltando attentamente le parole dell’ex boss non ci si può non porre delle domande. Schiavone dice di essere stato ascoltato dalla commissione d’inchiesta parlamentare sulle ecomafie, dice di aver dato i nomi delle società che erano in affari con i casalesi sullo smaltimento dei rifiuti, dice di aver addirittura dato le targhe dei camion che trasportavano rifiuti. E’ possibile che nessuna di queste aziende, nessuno degli intermediari, nessuno degli appartenenti alle forze dell’ordine colluso, sia mai stato indagato?

 

La storia recente delle ecomafie ci racconta di una serie infinita di prescrizioni e processi finiti nel nulla. Eppure, tranne il processo Pellini – in cui sono stati coinvolti e condannati appartenenti all’Arma dei Carabinieri sul territorio di Acerra – in nessun caso questo oleato sistema, il volto vero dello Stato-Mafia, quell’insieme di imprenditori, camorristi, politici e forze dell’ordine, è mai apparso in tutta la sua limpidezza. Delle due l’una. O Schiavone ha raccontato fatti parziali o addirittura mendaci, oppure c’è stata una precisa volontà politica e giudiziaria di non andare fino in fondo.

 

In ogni caso bisogna sempre fare attenzione a dare il giusto peso a Schiavone. E’ un pentito e non gli va dato alcun onore.

 

Non trovo per nulla toccanti le sue affermazioni sulle “malformazioni neonatali che significano uccidere un bambino dalla nascita”. Anzi il secondo aspetto che maggiormente mi ha colpito delle dichiarazioni di Schiavone riguarda i suoi figli. Quando parla di suo figlio Francesco dice che è “un ragazzo per bene”. Senza dubbio non può che essere un sollievo che il figlio di uno dei capi della cupola dei Casalesi non abbia scelto la vita mafiosa, non può che essere motivo d’orgoglio innanzitutto per lui. Ma Schiavone aggiunge che suo figlio “ha un modo di pensare da ragazzo del nord”. In questa affermazione c’è tutto il disprezzo, assurto a dogma culturale, che i camorristi hanno per i giovani meridionali. Per loro i giovani delle loro terre potevano essere buoni solo come killer, criminali, esattori, oppure come esercito di forza lavoro disponibile a buon mercato per le aziende del nord, oppure infine, utili ad ingrossare le fila delle forze dell’ordine cosi’ poco temute dai Casalesi. Vede signor Schiavone i giovani del sud sono quelli che maggiormente si sono battuti contro l’avvelenamento della propria terra. Sono quelli che quando il suo clan era tutt’altro che colpito a morte, avevano la forza di denunciare il legame tra le scelte politiche e gli interessi criminali. Sono quelli che oggi si battono per la bonifica di un territorio che lei stesso insieme ai suoi compari ha avvelenato. Sono quelli che si battono contro la corruzione, quelli che credono che l’unica antimafia possibile sia quella in grado di mettere in discussione lo stato di cose presenti e non quella che di fatto ne rappresenta la faccia pulita e politically correct, fatta di feste della legalità, campeggi da boy scout ed etichette di legalità. Vede signor Schiavone i ragazzi del sud sono ancora quelli costretti ad emigrare, a fare i conti con la disoccupazione e la precarietà, sono quelli che però decidono anche di mettere al servizio delle loro terra quelle che sono le conquiste soggettive, le esperienze, i saperi.

 

Mossi dalla dignità e non dal calcolo.